“Passione” (Sv. 1970) di Ingmar Bergman

“Forse la parola libertà è solo una droga che lo schiavo usa come ossigeno”.

(marino demata) Come La vergogna, anche Passione si svolge su un’isola, l’isola di Faro. L’ambientazione di una storia su un’isola è molto frequente in Bergman, che a sua volta viveva su un’isola. Essa  serve al regista per accentuare anche plasticamente la distanza dei sui personaggi dal resto del mondo, e per dare il senso dell’isolamento interiore, più che fisico, che è il vero male oscuro che affligge l’uomo moderno.
Il film inizia con una scena nella quale innanzitutto notiamo la bravura del direttore della fotografia, il grande Sven Nykvist, assiduo collaboratore di Bergman, nel trasmetterci il senso di solitudine con una colorazione greve della realtà: il protagonista, Andreas (Max Von Sydow), pipa in bocca, è sul tetto del suo cottage a riparare alcune tegole. Guarda verso il cielo di fronte a lui e vede il sole pallido al tramonto, avvolto di nebbie, che sembra quasi sdoppiarsi. La magia di Nykvist  offre l’impressione, ad Andreas e allo spettatore, che ci siano due soli, in un riflesso che sembra una replica del sole vero, e che pian piano si diluisce nel cielo. A questi grigi nebbiosi fanno da contrappunto i marroni intensi delle tegole sul tetto.
Una voce fuori campo (la voce dello stesso Begman) ci comunica che Andreas vive in solitudine sull’isola da qualche tempo. Sapremo più avanti che la moglie lo ha lasciato perché, a suo dire, aveva come “un cancro nell’anima”. Questa lacerante separazione lo ha convinto a vivere in completa solitudine.
La tranquilla vita di Andreas viene sconvolta dall’arrivo di una donna vistosamente claudicante, costretta a camminare con un bastone. Il suo nome è Anna (Liv Ullman), che chiede allo sconosciuto Andreas se può usare il suo telefono. Mentre Anna inizia a parlare, Andreas apre la porta di casa, fingendo di uscire, dimostrando di rispettare la privacy della donna, ma in realtà fermandosi ad ascoltare la telefonata. Contemporaneamente non sa resistere alla tentazione di aprire la borsa, che Anna ha lasciato nell’ingresso, per leggere una lettera: quella di suo marito che sottolinea la necessità di troncare il loro matrimonio, perché il rischio ormai sarebbe quello di farsi solo del male nell’animo e perfino nel fisico. Nel corso della telefonata, Andres sente Anna parlare con l’amico Elis, al quale chiede notizie di un conto che suo marito dovrebbe aver aperto in una banca di Basilea, alla nascita del loro figlio. Quei soldi ora le farebbero comodo. Scena meravigliosa, tipica del regista svedese, nella quale sentiamo la voce di Anna che parla a telefono, ma in realtà vediamo il volto di Andreas che ascolta nascosto nell’ingresso. Un volto imperturbabile, nel quale a stento si può intravvedere un sentimento di curiosità.
Gli avvenimenti successivi a questa scena, che ha profondamente incuriosito e turbato Andreas, lo portano a conoscenza che il marito e il figlio di Anna sono morti in un incidente automobilistico, mentre lei era alla guida dell’auto. La conoscenza di questo particolare conferisce, alla storia narrata nel film, una venatura di mistero, che in qualche modo si scioglierà solo nel meraviglioso finale.
L’improvvisa incursione di Anna nella vita solitaria di Andreas gli offre anche l’occasione di fare la conoscenza di altri vicini: di Eva (Bibi Andersson) e di suo marito Elis (Erland Josephson), un architetto altezzoso e supponente.

Andreas viene invitato a cena e trascorre una serata diversa dalle solite, una volta tanto non in solitudine. Viene  anche invitato a dormire nella camera degli ospiti, data l’ora tarda. Dopo la cena, il rapporto all’interno di questi stranamente assortito quartetto andrà avanti. Elis offre ad Andreas un prestito e un lavoro e gli propone anche di posare per una serie di foto, visto che la fotografia è il suo hobby preferito, nel quale si rifugia quando è stanco dei suoi progetti architettonici. La moglie di Elis, Eva, farà di più. Una sera, complice l’assenza del marito dall’isola, si presenta a casa di Andreas per bere un bicchiere di vino e gli offrirà il suo corpo. Andreas trova rilassante la notte trascorsa con Eva, ma il suo obiettivo è un altro: Anna, col mistero che si porta dietro, con la sua evidente ambiguità, che manifesta soprattutto quando parla del marito morto come di una persona di grande livello intellettivo e del suo rapporto con lui come qualcosa di perfetto. In una sorta di gioco a confondere la realtà trascorsa con quello che avrebbe voluto che fosse stata. Ne parla anche con Andreas, col quale finisce per instaurare un rapporto affettivo, che, nei primi tempi (come ci dice Bergman/voce narrante) li porta ad essere moderatamente felici, senza contrasti o trasporti.
Sembra infatti inevitabilmente destinato, dalla logica degli eventi, l’incontro di queste due anime, che hanno in comune un passato disperato. Del rapporto col marito Anna dice: “Noi vivevamo in un’intesa perfetta, con gli stessi pensieri, in una comunione totale…” Andreas sa, dalla lettura della lettera del marito mentre lei telefonava, che si tratta di  una menzogna.
L’incontro potrebbe funzionare, anche se l’amore e la felicità fra i due non scatterà mai pienamente: Anna è una personalità troppo contorta e per Andreas pesa su di lei il mistero delle circostanze della morte del marito e del figlio. In più è presente in lei un malinteso senso cristiano del peccato e del desiderio di emendarsi da esso.
Passione è, in un certo senso, il prolungamento de La vergogna. La guerra non è così evidente, ed è solo accennata in una breve, ma atroce immagine televisiva, che mostra una dei tanti episodi disumani in Vietnam. Ma la vera guerra è quella privata, che coinvolge tutti e quattro i personaggi di questo film, che viene giustamente considerato uno dei migliori di Bergman, tra i tanti capolavori che è riuscito a realizzare.
Questo film ha inoltre una particolarità. Per quattro volte Bergman interrompe lo svolgimento della storia e fa parlare a turno i quattro attori principali. Ciascuno di essi parlerà  del rapporto col proprio personaggio. È un espediente che serve al regista per esplicitare ancora meglio le caratteristiche dei quattro, attraverso una (finta) confessione di ogni singolo interprete. Ad esempio, Max Von Sydow dirà, a proposito del suo personaggio, Andreas, che la cosa più difficile è quella di rendere l’assoluta indifferenza ed inespressività di un personaggio che ha scelto la solitudine come abito per la propria vita.
Passione è un grande film che lascia allo spettatore l’amaro in bocca e il compito ingrato di dare le proprie risposte ai tanti interrogativi che pone. Infatti, accadono fatto strani nell’isola: è in giro un pazzo che la polizia non riesce a d identificare, che impicca i cani e sgozza le pecore. Un cane sarò salvato, mentre è al cappio, da Andreas, ma otto pecore vengono trovate sgozzate. Chi sarà il misterioso assassino degli animali indifesi? Può sembrare un episodio insignificante. Una sorta di sottotrama. Ma in realtà non è così. . Bergman affida ad un episodio apparentemente insignificante, il compito di dare un senso all’intero film, al di là delle “passioni” dei singoli personaggi.   C’è una parte dell’umanità che “vive nella cattiveria”, proprio come il misterioso uccisore di animali. E, d’altra parte, “siamo in un mondo – dice il protagonista in una delle scene più profonde del film – in cui quasi tutti hanno perso la stima di se stessi, sono umiliati nell’animo, frustrati, bistrattati. Vivono e basta. È tutto ciò che  sanno. Io vorrei essere libero. Ma la libertà è un tremendo veleno per chi è ridotto a schiavo. Forse la parola libertà è solo una droga che lo schiavo usa come ossigeno”.

* Film di Ingmar Bergman già recensiti su questo Blog:
Sete (1949): https://wp.me/p3zdK0-46e
La fontana della vergine (1960): https://wp.me/p3zdK0-48y
La vergogna (1968): https://wp.me/p3zdK0-4e0

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