“The social network” (Usa 2010) di David Fincher

Colui che ha cambiato il significato della parola “amico”

(marino demata) L’elemento più notevole, avvolgente e dialetticamente ispirato in The social Network è costituito sicuramente dall’insieme dai serrati dialoghi imposti ai personaggi dal bravissimo sceneggiatore Aaron Sorkin e, naturalmente, da lui, il regista rampante (ma già ben arrivato) David Fincher, perfettamente in grado con facilità di ricostruire la storia del rampante ragazzo di Harvard Mark Zuckerberg (Jesse Eisenberg)
E come sia serrato e coinvolgente il tono dei dialoghi il pubblico lo avverte fin dalla prima scena: una discussione  che addirittura anticipa i titoli di testa, tra Mark e la sua ragazza, Erica (Rooney Mara). Mark ha bisogno di pavoneggiarsi e soprattutto di lamentarsi di  non riuscire a far parte di uno del club di elite di Harvard, malgrado le sue doti, che ben mette in evidenza, con tanta autoreferenzialità nei confronti della sua partner. Al termine della lunga e rovinosa discussione, Erica lo chiama “stronzo” e lo lascia. Ritornato nella  sua camera nel campus universitario  che condivide con  Dustin Moskovitz (Joseph Mazzello) e con Chris  (Patrick Mapel), in compagnia della sua fedele bottiglia di birra, si mette al computer e ci dà dentro con ingiurie fino e oltre ai limiti del lecito verso la sua ormai ex ragazza. Poi copia tutte le foto delle studentesse di Harvard, mettendo in rete una sorta di classifica. Nasce in questo modo, da un rifiuto ricevuto e dalla propria rabbia e da una bottiglia di birra più del solito, il primo abbozzo di Facebook!
Si diceva dei dialoghi serrati come una delle principali caratteristiche de film, se non la principale. Cosa succede quando i dialoghi evocano altri dialoghi? Assisti a due forme di discussione parallele. In quella presente di parla di discussioni del passato, riportate attraverso una serie di flashback.  È un procedimento che Fincher usa frequentemente nei suoi film (es. Zodiac) e qui, in questo The social network è  il procedimento occasionato dal frequente contenzioso  e conseguenti deposizioni che Zuckerberg deve sostenere contro i suoi avversari: chi lo accusa di plagio, come i fratelli Winkevoss (Arnie Hammer) , chi lo accusa di averlo estromesso in malo modo dall’affare, come il cofondatore di Facebook Edoardo Severin (Andrew Garfield) . Tutti hanno da rimproverargli qualcosa e per questo gli fanno causa. Lo scopo finale è , naturalmente, avere almeno una piccola fetta  di quella che si profila essere in torta gigantesca.
E così, tutta la parte iniziale del film, è costituita contemporaneamente da dialoghi e ripicche verbali in sede di interrogatori attorno a un tavolo e rievocazioni e racconti di vari episodi della scalata di Mark. Con tale espediente il pubblico assiste contemporaneamente a due momenti cronologici diversi dell’ascesa di Mark.
E in queste diatribe giudiziarie come si schiera Fincher? In realtà il regista si astiene da esprimere un giudizio netto. Ma emerge abbastanza chiaramente che gli avversari di Zuckerberg non è che avessero sempre ragione, a dire il vero.
Ma il film, più che la storia di Mark e delle sue felici intuizioni, è  la storia dell’ascesa e della folgorante espansione di Facebook, cioè il vero personaggio principale. Ma è anche la storia di amicizie, tradimenti, vendetta e ambizione, che  presto si scatenano attorno al social network.  Gli  snodi fondamentali di questa storia sono costituiti dall’arrivo nel gruppo FB di Sean Parker (un Justin Timberlake veramente molto efficace), capace, da ex fondatore di Napster, di influenzare le scelte di Mark Zuckerberg, dandogli dritte veramente interessanti, se non decisive. È proprio grazie al suo apporto che Facebook farà il decisivo balzo in avanti verso un numero di followers da un milione in su.

Se di questa pasta è fatto, qual è il giudizio da dare? Si risponde con un’altra domanda: si vuole il giudizio su Zuckerberg e FB oppure sul film? La risposta è che sono quasi la stessa cosa. Il film, come abbiamo riferito sopra a proposito dei dialoghi, è fatto della stessa pasta della storia narrata. È un film indubbiamente molto bello e suggestivo. Come bella e suggestiva è l’ascesa di Fecebook e del suo fondatore, narrata come una travolgente favola moderna. E una favola da tre Oscar vinti non è certo male! Certo lo trasbordante utilizzo dei dialoghi serrati e lunghi, può indubbiamente, per una parte del pubblico, appesantire una narrazione che si svolge, tra l’altro, sempre al chiuso, attorno al tavolo per discutere una causa, in studi o nella camerata del protagonista. Per dirla in breve, parlano soprattutto le parole e non le immagini. Tuttavia, è difficile immaginare una modalità diversa per render filmicamente un racconto che di per sé, anche solo attraverso il dialogo e il dibattito, risulta affascinante e coinvolgente. E questo è un indubbio merito degli autori.
E il personaggio di Zuckerberg? Jesse Eisenberg ce lo dipinge in maniera sicuramente verosimile. Una vita privata quasi inesistente, perché la sua esistenza è totalmente invasa e pervasa dal mondo virtuale da lui creato e che vede crescere, pezzo dopo pezzo. Conserva l’interesse per Erica anche dopo molto tempo, ma per il resto sembra un personaggio pressoché asessuato. Quasi mai partecipa a feste o banchetti o serate in discoteca. A tutto questo preferisce una serata davanti al suo computer, ad osservare i progressi del suo giocattolo o a rilevare statistiche sul gradimento di questa o quella persona, di questo o di quell’evento.
Certo ha avuto il merito (o il demerito, a seconda dei punti di vista) di rimettere in discussione concetti come “riservatezza”, “privacy” e tanto altro. E ha fatto in modo, anche qui nel bene e nel male, di creare un mondo virtuale simile e parallelo al mondo reale. E la non partecipazione di Mark alle feste e ai brindisi sono la tangibile prova della separazione dei due mondi paralleli e della sua preferenza per quello virtuale da lui creato. È lo strano destino dell’inventore di nuove forme di socialità che hanno cambiato il significato della parola “amico” (“quello è un mio amico su Facebook”). E poi, alla fine, emblematicamente lo vediamo in compagnia del solo suo computer, a ritrovarsi felice sì, ma con un tasso di socialità, nel reale, molto ridotto e in rotta decisamente verso lo zero.


Il parere di Donatella Gottardi:
Cosa ancora potremmo scrivere su Mark Zuckenberg, del suo sogno americano che ha potuto realizzare? Il film ci racconta di un nerd, di un genio asociale che nel 2004 ha creato The Facebook, portando le nostre vite social on line. E nulla sarebbe  più stato come prima. Seguiamo Mark in questa altalena di alti, di altissimi, di bassi, fino alla causa da 600 milioni di dollari intentatagli dai suoi ex amici.«Non puoi avere 500 milioni di amici senza farti qualche nemico».  Il ragazzo out, il più giovane miliardario della storia con la sua idea che pareva folle. Quel sogno tramutato in realtà, quel sogno che pare raggiungibile per chiunque sia dotato di passione, genio, impegno, quel sogno di notti in bianco e di sudore, condiviso dapprima con amici veri e leali. Il tutto con una colonna sonora le cui note scorrono fluide e coinvolgenti. Cover del brano Creep dei Radiohead.

* Film di David Fincher già recensiti su questo Blog:
Panic Room (2002): https://wp.me/p3zdK0-4dO
Zodiac (2007): https://wp.me/p3zdK0-4ek

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