“Can you ever forgive me?”/”Copia originale” (Usa 2018) di Marielle Heller

Le false lettere della scrittrice Lee Israel

(marino demata) Sono le 03:30 del mattino di un giorno del 1991, nella tipica sala piena di scrivanie alla redazione di un giornale, il Newyorker. La scrittrice Lee Israel (Melissa McCarthy) è alle prese con la macchina da scrivere e , soprattutto, con un generoso bicchiere di scotch. Entrano rumorosamente un dirigente e un redattore del giornale e lei si lascia andare ad un eloquente fuck off, ripetuto due volte. La risposta del dirigente è la ripetizione della sua imprecazione, fuck off, che in questo caso significa “sei licenziata”.
È una mazzata che avrebbe tramortito chiunque e che è la logica conseguenza di chi, come Lee Israel, non sa assolutamente tenere a freno la lingua e le cose non le manda a dire.
Essere licenziata per lei è un gran problema: la sua vena di scrittrice si è andata appannando con gli anni e con l’eccessiva confidenza con la bottiglia. Non a caso uno dei momenti più tristi è quando discute con un libraio e dice: “io sono una scrittrice e voi avete anche i miei libri qui”. E il libraio risponde: “Eccoli!”, indicando lo scaffale con i libri scontati del 75%.
Comincia una vera odissea: è in cerca dalla sua editrice, nel corso di una festa piena di scrittori sulla cresta dell’onda e dove lei non conosce praticamente nessuno, e questa la tratta freddamente. Successivamente, nel suo ufficio, le dà, come unico consiglio, quello di cambiare lavoro.
Intanto incalzano i creditori, le viene richiesto di mettersi a posto con le pigioni arretrate, e perfino la veterinaria rifiuta di visitare il suo gatto, al quale è affezionatissima (“meglio i gatti che gli umani!”), finché non si vedrà saldati i suoi crediti.
Per puro caso, in biblioteca scopre delle lettere autentiche di autori famosi, che, senza pensarci due volte, riesce a trafugare infilandole nella borsa. Le porta ad un libraio che conosce, che gliele acquista molto volentieri. C’è un mercato alla luce del sole ed uno parallelo, clandestino, di lettere private di scrittori famosi e questo genere di mercanzia va veramente a ruba, perché sono tanti i collezionisti e tanto grande è la morbosa curiosità dei lettori di individuare vizi privati, o semplici banali consigli, offerti dai propri autori preferiti a famigliari o amici. Qualche libreria espone in vetrina, incorniciata come un trofeo, la lettera privata di uno scrittore famoso. Altri hanno la loro clientela di collezionisti, ai quali telefonano, allorché entrano in possesso dello scritto di un autore importante.
E la nostra Lee? Gradatamente passa dalle lettere rubate in biblioteca, all’apporre dei post scriptum a lettere autentiche, fino ad effettuare il supremo passo, che consiste nel plagio o nella vera e propria invenzione, di lettere e relativi argomenti di autori che lei conosce abbastanza bene e di cui falsifica anche la firma. Il pubblico assiste a questa graduale escalation sulla via del crimine, quasi come se fosse lo svolgimento di un thriller. Inevitabile chiedersi: dove vorrà arrivare? Tutto questo accade in una New York grigia, ma pur sempre bellissima, che si è riservato questa volta il compito di fare da scenario alla drammatica storia della nostra protagonista.

Una variante importante è costituita dalla improvvisa conoscenza in un bar di uno strano personaggio, Jack Hock (Richard E. Grant), laido, di tendenze omosessuali, che non manifesta, ma ostenta, e soprattutto anch’egli attaccato alla bottiglia, la battuta pronta, come pronta è la capacità di cogliere qualsiasi occasione per mettere insieme il pranzo con la cena. Si instaura fra i due un rapporto strano: Lee non stima affatto Jack, anzi in cuor suo lo disprezza e nemmeno lo nasconde eccessivamente. Eppure, si crea una strana solidarietà nel darsi una mano, camminando entrambi sul filo della legge, in modo a volte spericolato.
Melissa McCarthy qui  è veramente in forma smagliante: riesce a conferire al suo personaggio sfumature, momenti di singolare umorismo pur nell’ambito di un ruolo prevalentemente drammatico. Il suo personaggio si sviluppa e si arricchisce con lo scorrere del film, tanto che appare del tutto meritata la candidatura all’Oscar conferitagli nella categoria delle migliori attrici protagoniste.
La regista, Marielle Heller,  aveva debuttato pochi anni prima col film Diario di una teenager, un successo al Sundance Film Festival, nel quale si segnala come un astro nascente nel variegato panorama dei film indipendenti.  Dopo un paio di prove di regia in serie televisive, arriviamo al film di cui stiamo parlando. È un film, questo, che, tra l’altro, ha tutte le caratteristiche del cinema indipendente newyorkese. Compreso il vezzo della regista di girare proprio nelle stesse librerie dove la Lee Israel vendeva i propri falsi. E compreso anche il bassissimo budget che la ha limitata naturalmente nei movimenti, ma ha anche acuito la sua vena creativa.  Una creatività che Marielle Heller riesce a trasmettere alla sua protagonista. Anche se si tratta di una creatività utilizzata per azioni criminose!

Il parere di Donatella Gottardi:
Basata su una storia reale, ci ritroviamo ad assistere quasi inteneriti alla ironica impudenza, ed imprudenza, della biografa Lee Israel, senza soldi e lavoro, alcolista, che per sbarcare il lunario e pagarsi affitto e spese, finge di scrivere, rivendendole, lettere di famosi scrittori, spacciandole per gli originali.  A darle una mano, un ex detenuto incontrato casualmente in un bar, con cui si instaura un sentimento oltre l’amicizia.  La storia di una donna che vede chiudere le librerie e che non riesce a comprendere il proprio percorso. In tempi di fake, un film ed una storia decisamente attuali. 3 Nomination agli Oscar 2019.

2 risposte a "“Can you ever forgive me?”/”Copia originale” (Usa 2018) di Marielle Heller"

  1. Sono molto d’accordo con te. Il film è stato un po’ sottovalutato in Italia, ma capita speso. Negli USA solo la protagonista è stata candidata all’Oscar, ma trovo invece splendida la regia della Heller, al suo secondo film. Si rafforza la pattuglia dei giovani registi newyorkesi, che in questi ultimi anni ci hanno consegnato grandi film (mi riferisco a Baumbach, i fratelli Safdie e ora la Heller, Si conferma che il rinnovamento non passa per Hollywood, ma per New York.

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