“American gigolò” (Usa 1980) 40 anni dopo

Rchard Gere tra Armani e Moroder

(marino demata). Rivedere e celebrare il 40° anniversario di American Gigolo è come fare una corsa in  discesa. Il film, da me rivisto dopo almeno un quindicennio, e per la terza volta, mantiene tutta la sua freschezza, il fascino della bellezza in sé, maschile e femminile, e ti rapisce elettrizzandoti (anche per merito della musica di Moroder) dal primo all’ultimo secondo. Dunque, non è solo un film di culto da celebrare. E’  è il film intramontabile, sempre giusto, che va diritto alla fine, con la sua storia brillante e drammatica, e senza sottotrame o divagazioni. È come una freccia che arriva diritta al bersaglio.
Questo film ha consacrato Richard Gere, che fino ad allora non aveva avuto ruoli di grande rilievo, come star di prima grandezza. Sotto la direzione di Paul Schrader, interpreta il ruolo del bellissimo e intraprendente Julian Kay, gigolo in una solare Los Angeles,  che intrattiene ragazze e donne di tutte le età, in cambio di cifre spesso da capogiro, che deve dividere con l’organizzatrice degli incontri. La sua caratteristica, oltre che essere bello e brillante, è quella di interpretare il suo lavoro con estrema professionalità, tanto da dedicare ore della sua giornata ad esercizi fisici per mantenersi in forma o per imparare il più alto numero possibile di lingue, per poter intrattenere donne di molte nazionalità.
Tuttavia la storia di questo playboy professionale, che vive ai margini del lusso e dello sfarzo dei primi anni ’80, cogliendone di tanto in tanto il vero sapore, subisce una brusca virata allorché viene accusato  ingiustamente dell’omicidio di una donna. Da questo momento in poi, per circa un’ora di sequenze, il film assume le sembianze di un thriller con molti colpi di scena e con ritmi frenetici. Chi lo sta incastrando costruendo prove contro di lui? La professionalità con la quale svolge il suo lavoro di intrattenitore sessuale lo rende sostanzialmente solitario. Avrebbe bisogno di aiuto; purtroppo non ha veri amici, ma solo persone che fanno affari con lui. Al fondo della sua attività, svolta con maniacale rigore, emerge in realtà un profondo senso di solitudine. Dietro il professionista dell’amore, Schrader vuole mostrarci ill rovescio della medaglia: l’uomo nella sua solitudine.
In altri termini, la lettura “filosofica” del film, al di là del lusso che circonda Julian, è che proprio il rigore morale che Schrader ha trasmesso ai suoi personaggi e che deriva dalla sua concezione calvinista della vita, che non ha mai abbandonato, obbliga Julian a pagare un prezzo alto per la vita che conduce, in termini di vera solitudine, che potrebbe essere interrotta solo dalla nascita di un vero amore.
Come il lettore avrà compreso, anche se non avesse mai visto American Gigolo, siamo proprio in presenza di un film d’autore nel vero senso della parola, cioè un film il cui regista non viene mai meno alla propria concezione filosofica e di vita, con la quale, si può essere d’accordo o meno, e riesce a forgiare grandi personaggi e grandi capolavori.
Ci sono molte ragioni che mi fanno collocare Paul Schrader tra i miei registi preferiti: il suo calvinismo non puzza mai di sacrestia, ma è innanzitutto vero senso morale, senza essere moralismo. Questo gli consente di parlare di drammi della vita vissuta, visti in una dimensione estremamente seria, che il regista porta con sé qualunque film stia girando. Questo tipo di concezione calvinista della vita lo ha portato a rifiutare ogni possibile compromesso nel lavoro che ha svolto. E lo ha portato spesso a collisioni frontali con il potere finanziario dei produttori di Hollywood, di fonte alle pretese dei quai non ha mai piegato la testa. Schrader non è mai andato d’accordo con Hollywood, ed ha marcato questo suo dissenso anche fisicamente. Ha rifiutato di vivere come tanti registi e divi a Los Angeles, preferendo la sua New York. Non a caso è la città dove è nato il nuovo cinema americano, il cinema indipendente e di rottura dai canoni della produzione hollywoodiana, il cinema dei Mekas e dei Cassavetes, quel cinema che creò una new wave, in parallelo con le nouvelles vagues europee, capaci di sconvolgere completamente il modo di fare cinema.

Trailer with Moroder music

Per questi motivi Schrader è stato ed è un regista innovativo e indipendente, anche se ha qualche volta pagato un prezzo apparentemente  alto. C’è un film la cui storia è emblematica sotto questo aspetto. Ci riferiamo a Dominon, il prequel dell’Esorcista. Schrader accettò, siamo nel 2005, l’incarico di girare questo film, ma ben preso litigò in maniera irrimediabile con la produzione. Il lettore può leggere tutta la vicenda dettagliatamente nella nostra recensione al film qui: https://wp.me/p3zdK0-23S . Ma, per farla breve, chiariamo: cosa veniva rimproverato a Schrader? Di aver girato un film fondamentalmente psicologico sulla figura del pre-esorcista. Non era quello che volevano i produttori, che preferivano scene violente, con molto sangue. Insomma, Schrader fu accusato di aver girato un film troppo cerebrale e poco pauroso. Una volta finito di girare, il film gli fu tolto e messo nelle mani di un nuovo regista, Renny  Harlin, che lo modificò. Il risultato fu che la versione di Renny Harlin fu un flop clamoroso. Il film non lo andò a vedere nessuno, probabilmente nemmeno la moglie di Harlin. La versione di Schrader fu invece messa in circolazione come film indipendente ed ebbe un meritato successo, anche se, sinceramente, non era un capolavoro. Ma questo è un ben altro discorso.
Tra l’altro va ricordato anche che Schrader aveva esordito alla regia con un film sulla classe operaia americana, Tuta blu, e sulle condizioni di quella categoria, trattando un tema fino ad allora estraneo quasi del tutto al cinema americano. D’altra parte, nulla del cinema classico hanno le sue sceneggiature, soprattutto quelle per Scorsese, col quale collaborò per Taxi driver, Toro scatenato e L’ultima tentazione di Cristo.
A mano a mano che si è andato radicando il suo distacco dal cinema classico, sono venuti fuori, dalla macchina da presa di Schrader film di grande interesse, tra i quali vogliamo ricordare alcun titoli degli  ultimi 15 anni di attività:  The walker, nel quale lo spettatore riconoscerà qualche elemento di American Gigolo, Adam resurrected, The canyons e soprattutto First reformed, storia di un cappellano militare, che, in seguito ad una tragedia che colpisce la propria famiglia, lascia l’esercito per diventare pastore in un sperduta diocesi a nord dello stato di New York. Un film che raggiunge quelle profondità che solo Schrader sa toccare con estrema facilità.

Il parere di Donatella Gottardi:
1980, un giovane Richard Gere vestito Armani in questo film che compie 40 anni ma non li dimostra,  più attuale che mai oggigiorno. Idea originale raccontare di un uomo, un escort di lusso, ingiustamente accusato di omicidio. Indimenticabile anche la colonna sonora, Call me, creata dal gardenese Giorgio Moroder ed eseguita dai Blondie. Un film che ha segnato un’epoca, quella del benessere reaganiano. Richard Gere interprete audace ed ammaliante.

Recensioni dei film di Paul Schrader presenti in questo magazine:
– Forever mine/Le due verità (1999): https://wp.me/p3zdK0-42X
– Dominion. Prequel to Exorcist (2005): https://wp.me/p3zdK0-23S
– The walker (2007): https://wp.me/p3zdK0-43d
– Adam resurrected (2009): https://wp.me/p3zdK0-25s
– The Canyons (2013): https://wp.me/p3zdK0-1UP
– Dog eat dog/Cane mangia cane (2017): https://wp.me/p3zdK0-1uX

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