“Seven” (Usa 1995) di David Fincher – Recensione e trailer

“Questa storia non avrà un lieto fine” (Detective Somerset/M. Freeman)

La recensione è suddivisa in quattro blocchi, che possono essere letti anche separatamente, a seconda degli interessi del lettore.
Alla fine della pagina c’è un trailer in italiano.
Marino Demata

1 – Il prologo
Le prime sequenze del film ci mostrano uno dei protagonisti, il detective Somerset (Morgan Freeman), a pochi giorni dalla pensione,  sulla scena dell’ omicidio di un uomo, probabilmente ucciso da sua moglie. Sulla scena del delitto si presenta anche il giovane detective Mills (Brad Pitt),  che ha fatto di tutto per occupare un posto in ufficio accanto a Somerset, per poi sostituirlo a pensione avvenuta. L’incontro tra i due detective, l’anziano e navigato Somerset, protagonista di molte indagini concluse con grande successo e il giovane e ambizioso Mills, non è dei più cordiali. Agli occhi di Somerset, Mills appare un po’ spaccone e troppo sfrontato per il suo carattere, perlopiù votato alla riservatezza. Insomma, il primo incontro è un mezzo disastro e lo spettatore si rende conto dell’inizio negativo di quel rapporto, che sarà invece fondamentale per lo sviluppo del film e per le sue conclusioni.
Soltanto dopo qualche giorno di schermaglie nell’ufficio che ormai condividono e durante varie indagini nelle quali emergono metodologie e approcci diversissimi nell’affrontare le indagini di casi molo difficili, sarà una donna a mettere un  po’ le cose a posto. Si tratta di Tracy (Gwyneth Paltrow), la moglie di Mills, che, all’insaputa del marito, invita Somerset a cena. Una mossa intelligente e tutta femminile, di chi ha capito, dalle descrizioni del marito, che occorre qualcosa per invertire la tendenza di un rapporto nato male: sedersi in tre attorno al tavolo davanti ad una buona cena e un bicchiere di vino.

2 -I titoli di testa
I titoli di testa, realizzati con meticolosa cura dal direttore della fotografia l’iraniano Darius Khondji, hanno non solo un aspetto totalmente innovativo, ma  fanno esplicito riferimento ad alcuni aspetti non secondari della trama del film. In realtà Khondji è uno tra i più innovativi direttori della fotografia. Le sue principali fonti di ispirazione sono state Il conformista di Bernardo Bertolucci, Quarto potere di Orson Welles e in generale il modo di lavorare di Gianni Di Venanzo, il direttore della fotografia del cinema italiano dei tempi d’oro, di Fellini, Antonioni, Rosi, ecc.  Ancora, ad influenzare Khondji è stata la pittura americana, senza dubbio, e la fotografia sempre americana. Khondji ci dice in una celebre intervista, che è al centro di un libro fondamentale, “Conversation with Darius Khondji”, edito in inglese e in francese, di essere stato influenzato dalle fotografie in bianco e nero del celebre volume  di Robert Frank, The Americans. Queste radici  spiegano il senso delle cupe oscurità di Seven negli interni, dove puoi scorgere qualcosa solo grazie all’aiuto dei fasci di luce emessi dalle torce dei poliziotti o altre fonti simili. Ma, per tornare alla bellezza e innovazione dei titoli di testa, si dice che Khondji abbia impiegato intere giornate per raggiungere il risultato che noi possiamo ammirare. I titoli si aprono col nome del regista su uno sfondo costituito da mani deformate. Si passa poi alla sequenza degli altri “crediti”, con immagini di attimi, nei quali puoi riconoscere lamette da barba (possibili strumenti di tortura dell’assassino seriale del film), l’apertura di un libro, sul quale qualcuno scrive alcune parole, una improvvisa immagine rosso cupa, una mano che taglia con le forbici alcuni pezzi di pellicola e di foto, una mano che cancella con un pennarello nero alcune parole o frasi di una pagina intitolata “When you are pregnant”, e poi lo stesso pennarello che cancella completamente la foto di un volto maschile. Il tutto è accompagnato da una musica volutamente angosciante, che vuole accentuare il senso di mistero e di paura.

3 – L’assassino seriale
Il titolo del film, Seven, fa esplicito riferimento ad una sorta di ossessione che spinge l’assassino, la cui identità devono inizialmente scoprire i due detectives Somerset e Mills, a uccidere le sue vittime colpevoli di vivere nel peccato. Anzi, ciascuna vittima è sprofondata, a giudizio dell’assassino, in uno dei sette peccati capitali. È del tutto evidente, ai due detectives, che l’assassino si erge a giustiziere dei sette emblematici peccatori, con modalità che richiamano la pena del contrappasso, applicata con metodicità nell’Inferno dantesco.
A fronte dell’istintivo macho Mills, Somerset ha un metodo di lavoro che tende a valorizzare la sua cultura. Scendere sul medesimo livello culturale dell’assassino che, come gli appare del tutto evidente, si nutre di testi medioevali (Tommaso d’Aquino), l’Inferno e il Purgatorio danteschi, il Paradiso Perduto di Milton. È un metodo, quello di Somerset, che tende a smascherare la tipologia culturale e ideologica dell’assassino, per poterne poi smascherarne l’identità. Ci accorgiamo allora che è un metodo che il diligente investigatore quasi-pensionato, ha utilizzato in altri casi apparentemente insolubili. Infatti, quando entra in una biblioteca e vede alcuni suoi colleghi giocare a poker, esclama: avete attorno a voi tutto lo scibile umano e tutta la cultura esistente e voi perdete il vostro tempo a giocare”.  Meritandosi probabilmente la risposta: “anche questa è cultura”; e si sentono le dolci note di una sonata di Bach che accompagnano i giocatori di poker.
Uccidere chi si è macchiato di uno dei sette peccati, gola, avidità, indolenza, orgoglio, lussuria, invidia e ira è, per l’assassino, secondo la ricostruzione di Somerset, una vera e propria missione in nome di Dio. E, come si diceva a proposito del contrappasso, bisogna punire con chiaro riferimento alle colpe commesse. Come potrebbe esser punito un goloso se non costringendolo con la forza a mangiare fino a fargli scoppiare lo stomaco e a vomitare cibo e sangue assieme? E così per gli altri peccati: ogni crimine deve riflettere i peccati della vittima.
Nel mosaico che i due detectives vanno a comporre per identificare l’assassino, è presente allegoricamente tutta la mistica medioevale, e il senso della morte rappresentato dalle tavole di Hieronymus Bosch: Il buio sinistro del Medio Evo si riflette negli interni del film nella loro straziante darkness

4 – La città e David Fincher;
Dove è ambientato il film? Non c’è nessun riferimento specifico alla città dove il film si svolge. Questo è uno dei pochissimi film della storia del cinema privo di questo importante connotato. Sembra che Fincher non voglia distrazioni. È una qualsiasi città a scelta dello spettatore. C’è solo un accenno da parte di Tracy, la moglie di Mills, che, durante la cena a tre, confessa di non trovarsi bene a nord. Ma questo non aiuta molto. Proviamo ad indovinare. Personalmente propendo per Chicago, dove piove spesso. E gli esterni del film sono quasi sempre oggetto di violenti acquazzoni. Ma Fincher e il suo maestri di fotografia iraniano non offrono indizi. Il paesaggio urbano è sempre mozzato. Non si scorge mai la cima di un grattacielo. L’inquadratura si ferma sempre nel mezzo.
Seven può ben definirsi il primo vero e proprio film di Fincher. Quello precedente, Alien 3, è un film al quale il regista era stato chiamato in corsa, ed è un’occasione alla quale non ha saputo, giustamente, rinunciare, trattandosi di un debutto. Anche se è stato straziante, come lui racconta, stare dietro giornalmente ai cambiamenti di copione, alle volontà modificatrici del produttore, ecc. Un’esperienza in ogni caso utile, perché, da allora in poi, Fincher chiederà, per ogni film, la totale libertà di scelta rispetto anche alla stessa produzione. Il primo esempio e scontro lo abbiamo proprio con Seven. La produzione avrebbe voluto un finale ben diverso e assolutamente soft, ma Fincher, spalleggiato da Morgan Freeman e Brad Pitt. Ha tenuto duro. Signori, il finale non si  cambia! Questo perché la concezione del mondo dei nostri tre amici, David Fincher, Morgan Freeman e Brad Pitt è decisamente negativa, anche se non medioevale. A tale proposito Somerset/Freeman esprime due pensieri molto netti: “Questa storia non potrà avere un lieto fine”  (Bello, tra l’altro, il riferimento ai finali tanto amati dai produttori di Hollywood!); e poi la frase finale del film:  la citazione di Ernest Hemingway: “Il mondo è un bel posto, e vale la pena lottare per esso. Condivido la seconda parte”, commenta Somerset.

Il parere di Donatella Gottardi:
Seven, un film imperniato sui 7 peccati capitali e sulla caccia ad uno spietato e cruento serial killer. Un film avvincente e coinvolgente, con numerosi colpi di scena che fanno balzare sulla poltrona  lo spettatore al cinema. Ambienti piovosi, disturbanti, cupi che trasmettono ansia. Fino ad un finale sconvolgente e terrificante.

Film di David Fincher recensiti su questo magazine:
Panic Room (2002): https://wp.me/p3zdK0-4dO
Zodiac (2007): https://wp.me/p3zdK0-4ek
The social network (2010): https://wp.me/p3zdK0-4ge