“Hereditary” (Usa 2018) di Ari Aster – Trailer e recensione

Horror psicologico che ricorda Polanski

(marino demata) Acclamato al Sundance Fim Festival di Londra, Hereditary ha consacrato le capacità di Ari Aster a creare notevoli atmosfere sinistre , prima ancora che la trama prenda piede. Il film si apre in modo inaspettato, con la morte di una anziana signora e il servizio funebre che, come da protocollo, dà la parola alla figlia Annie Graham (Toni Collette). La cosa inaspettata di questa situazione è il non palesarsi del dolore della figlia verso la madre mota. Non c’è il dolore né quello autentico, né quello finto o mascherato. Quello che apprendiamo dopo spiega questa freddezza o indifferenza della figlia verso la morte della madre: erano due donne estranee l’una all’altra perché la madre era donna manipolatrice e ostile, capace di momenti di dolcezza solo verso la nipotina, la figlia di Ann, Charlie, ma con un rapporto ambiguo, di cui nel tumultuoso finale il pubblico comprenderà le ragioni, verso il nipote più grande, Peter.
Subito dopo i funerali della madre di Annie, succedono cose molto strane inspiegabili, che già ci conducono, come si dice, oltre le soglie della realtà, assieme ad eventi anche  più plausibili, che invece ci introducono verso veri e propri drammi. Ci riferiamo alla festa alla quale viene invitato Peter, e alla quale questi ambirebbe andare da solo, mentre Annie impone la presenza della sorellina Charlie. La festa, pur senza elementi irrazionali o soprannaturali, si trasforma in tragedia perché Charlie mangia una torta alle noci, sfidando la sua cronica allergia, e non riesce più a respirare. La corsa in auto di Peter sarà senza risultati utili. La ragazza muore in modo tragico perché, nel tentativo di respirare, si sporge dal finestrino ed è vittima di un banale incidente. E qui, naturalmente, ci fermiamo.
Che ci siano già due morti dopo circa 15 minuti e che non compaia alcun elemento smaccatamente soprannaturale, ci fa immaginare che stiamo assistendo ad un film di intensa drammaticità, ma non ad un film dell’orrore. Ma ci ricrederemo ben presto. Ari Aster dimostra di saper manovrare molto bene e contemporaneamente sia le situazioni strane che accadono con propria spiegazione logica, sia gli eventi di natura chiaramente soprannaturale o paranormale. Le prime situazioni hanno indubbiamente la funzione di costruire i personaggi e farli capire al pubblico, che riesce gradatamente ad orientarsi in una selva di sensi di colpa e di malanni psichici ereditari dei quali cui sono stati colpititi in passato molti membri della famiglia,  Sotto l’aspetto, dell’irrazionalità, invece, la presenza della mamma di Annie  in alcuni angoli della casa è del tutto evidente, così come la porta della camera da letto, accuratamente chiusa da Annie, che viene invece puntualmente ritrovata aperta. Il marito di Annie (Gabriel Byrne), giocherà la parte dell’incredulo razionale, che osserva con scetticismo tutte le continue farneticazioni della propria moglie, anche perché è del tutto evidente un vissuto della coppia che ha già riservato, in passato, una vita molto travagliata.

A tale proposito, non manca nel film anche l’evocazione dei morti dall’aldilà, attraverso spunti medianici che vengono per la prima volta insegnati ad Annie da una sua compagna del gruppo di ascolto di chi è stato toccato da disgrazie in famiglia. La signora familiarizzerà molto con Annie (anche i motivi di ciò ci saranno svelati dopo), e le due donne si cimenteranno in una strana seduta spiritica.
Ma tutti questi ingredienti non soverchieranno il carattere di horror psicologico che merita il film. Perché come spiega lo stesso titolo, sul quale lo spettatore farà bene a soffermarsi e a riflettere, l’elemento ereditario gioca in tutti i sensi, assolutamente. In particolare, nel personaggio di Annie, ma non solo. La bravissima Toni Collette riesce a dare al personaggio di Annie mille sfaccettature e improvvisi risvolti che ti faranno sobbalzare. La serrata dialettica col figlio maggiore Peter (Alex Wolf) è uno degli aspetti più magnetici che il film possa riservare, perché Wolff, ad onta della sua giovanissima età (oggi ha appena 23 anni e solo 21 quando ha recitato nel film), è sicuramente l’attore del futuro e noi siamo pronti ad accettare qualsiasi scommessa. Basta vedere come tiene testa alla consumata  e terribilmente brava Toni Collette: l’attrice australiana deve impegnarsi a fondo per non farsi rubare la scena dallo scatenato Wolff!
Nel film, come si è solo accennato, aleggiano vari elementi che, combinati fra loro, contribuiscono a creare un clima di suspence e di mistero. Tra questi ritorna anche il mito greco di Ifigenia: se ne parla nella classe di Peter, in un momento in cui il ragazzo, a mano a mano che va avanti il racconto, appare stranito e stralunato, fino ad essere costretto ad uscire per poter respirare. E, come è noto, il mito parla del sacrificio di Ifigenia, immolata agli Dei dal padre Agamennone, sulla base di un ineluttabile destino.
Anche questo segmento del film, assieme ai numerosi risvolti psicologici, e assieme alla componente ereditaria, fanno di Hereditary un film horror atipico, almeno per quello che riguarda la tradizione horror americana. Questo spiega anche le iniziali perplessità della critica e del pubblico USA soprattutto nella prima fase della distribuzione. Diverso il discorso che riguarda l’accoglienza accordata in Inghilterra e in Europa, e, come tutte le cose, anche questo ha una sua spiegazione. Infatti il terrore, l’horror che vediamo nel film rientra, a nostro giudizio, appieno nel clima di un grande autore, Roman Polanski. Ed alcune sequenze di Hereditary sembrano evocare uno dei suoi capolavori, Rosemary’s baby.

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