“Midsommar” (Usa 2019) di Ari Aster – Recensione e trailer

Un’opera seconda discutibile

(marino demata) Devo confessare che la cosa che mi è piaciuta maggiormente di Midsommer è l’incipit, che sembra conferire al film stesso una medesima (buona) sorte impressa all’horror psicologico Hereditary. Il regista Ari Aster infatti sembra ricalcare il medesimo registro narrativo tanto felicemente utilizzato nel suo film di esordio, che aveva al suo attivo, oltre ad una storia ed una sceneggiatura di tutto rispetto, un cast di  attori di alto livello, come Toni Collette e Gabriel Byrne, oltre ad un gruppo di ventenni, esordienti o quasi, di sicuro avvenire. E così, ricalcando le atmosfere e i drammi interiori di Hereditary, anche la prima parte di Midsommer inizia con una tragedia famigliare che si consuma ancora più rapidamente del film precedente: la fragilità di Dani (Florence Pugh) è messa a dura prova da un destino veramente ostile che passa attraverso il suicidio della sorella bipolare e  la decisione non vivere più da parte dei propri genitori, di fronte al dramma della propria figlia.
Dani sembra trovare rifugio nel suo amore che lei ritiene consolidato, ma che in realtà non è tale. Infatti, il suo ragazzo, Christian (Jack Reynord) confida le proprie titubanze ai suoi colleghi e amici di università. Il passo successivo non potrebbe essere altro che la comunicazione di non voler più continuare quel rapporto. Ma Christian è preso da scrupoli e coglie tutta la fragilità e il bisogno di affetto di Dani, in uno dei momenti più difficili delle propria vita.
Così, anzicchè troncare il rapporto, come forse la triste logica delle cose chiederebbe, Christian propone a Dani di seguirlo un  viaggio, organizzato da uno dei suo amici di origine scandinava, Pelle, che si impegna a  portare la esigua comitiva dall’America nel cuore della Svezia. Pelle promette atmosfere magiche sotto il sole di mezzanotte, riti pagani, comunità festose e materiale quindi anche per tesi di laurea veramente inusuali,
Con la decisione del viaggio, di cui Dani sembra proprio aver bisogno per distrarsi dai del drammi personali vissuti in maniera così lacerante, si conclude questa primissima parte del film e lo spettatore si aspetta magari che il seguito ricalcherà in qualche modo quelle atmosfere horror mozzafiato cui ha assistito in Hereditary.  Ma così non sarà. Al contrario, per molti versi, Midsommer rappresenta il rovesciamento di Hereditary, perché se in quest’ultimo l’atmosfera prevalente era quella claustrofobica e cupa, qui, invece, quello che semmai prevale è una disturbante e solare agorafobia, che gli spazi nel cuore della Svezia, senza tramonto e senza il buio delle notti, assicurano con grande intensità. E, sempre qui, al dramma intimo di un pugno di persone in Hereditary, si sostituisce l’affollato paesino nel cuore della Scandinavia, ove le azioni sono quasi sempre corali e di massa, senza più gli accorati lamenti e le porte chiuse da non aprire, che nel film precedente garantivano due ore di suspence consumate nel cuore della psicologia dei personaggi.

Il cambio repentino di registro in una sorta di dramma corale, che, in certo senso, sembra fare il verso alla migliore tragedia greca, non ha portato fortuna ad Ari Aster. Il materiale è decisamente troppo ampio e, per giunta, viene trattato con una tale dovizia di particolari e con una esagerata prolissità, da portare il film alla stancante durata di due ore e mezza: uno spazio temporale in gran parte del quale non succede proprio nulla, se non la descrizione di usi e costumi dello strano villaggio svedese, utilizzabile forse per  le compagnie turistiche.
Non mancano bizzarrie nello strano villaggio, autogestito secondo principi molto discutibili, che in qualche modo sembrerebbero richiamare alla mente qualche passaggio del Mein Kampf di hitleriana memoria, come la uccisione a colpi di martellate degli anziani perché non più produttivi e per…evitare loro i dolori e i disaggi della vecchiaia; la competitività esasperata in continue prove di resistenza per eleggere la regina di maggio, che comanderà su tutti per nove giorni; il ripetersi di rituali pagani, anche a sfondo sessuale, per una festa che si replica ogni novanta anni. È una festa che riserva anche aspetti grotteschi, dove al contrario tu ti aspetteresti, da un momento all’altro, quella svolta verso l’horror, che diverrà alla fine solo una promessa non mantenuta.
Naturalmente il gruppo di studenti americani mal si adatterà ad usi e costumi così inusuali. Non bastano le droghe elargite in profusione dai generosi abitanti del luogo a rendere più piacevole il tutto, che viene invece vissuto dai nostri eroi con sempre maggiore disagio e con screzi reciproci che mineranno definitivamente l’unità della spedizione.
Dopo aver ammirato Ari Aster al suo esordio con Hereditary, ci auguriamo francamente che questo Midsommer costituisca solo un incidente di percorso e che si possa ritornare di nuovo, nei prossimi film del regista, a tutto quanto di buono e di promettente era stato profuso a piene mani nella sua veramente ottima opera prima.

Il parere di Donatella Gottardi:
La celebre festa di mezza estate, che si celebra tra canti, gioia ed allegria in Svezia per onorare le ore di luce e la stagione estiva dopo i lunghi mesi bui e freddi, per 4 giovani laureandi americani si trasforma in un incubo ad occhi aperti. Dietro la simulata innocenza degli abitanti del piccolo paese rurale, vestiti con bianchi abiti e con ghirlande di fiori in testa, lo spettatore assiste a scene di violenza e di sesso inquietanti.

I film di Ari Aster recensiti su Rive Gauche – Film e critica:
Hereditary (2018): https://wp.me/p3zdK0-4iR
Midsommar (2019): https://wp.me/p3zdK0-4iW

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