“Aspromonte: la terra degli ultimi” (IT 2019) di Mimmo Calopresti

Calopresti fa rivivere il mondo degli ultimi troppo presto dimenticato

(marino demata) Il film di Mimmo Calopresti è uscito solo poche settimane prima dell’esplosione del COVID-19 e del lockdown completo di ogni attività. Alla sua uscita ci sono state apparizioni solo in alcune sale, come succede ormai sempre quando si tratta di film di un certo valore e non etichettabili come “film di cassetta”. Per questo motivo dobbiamo ringraziare Sky cinema, ma anche le varie altre piattaforme, che ci hanno consentito, in queste ultime settimane, di poter vedere alcuni film molto validi o, addirittura pregevoli, come Aspromonte: la terra degli ultimi.
Calopresti dedica il film alla gente di Calabria, come ci informa una didascalia, nella quale il regista ha voluto esplicitare questo sentimento verso la sua terra natia, che, d’altra parte, traspare in ogni sequenza della sua opera, che, va vista innanzitutto come un atto di amore verso la sua gente: un’opera alla quale il regista calabrese stava pensando da tempo. D’altra parte, lo stesso Regista è andato via, da giovane, dalla Calabria, per approdare in quella Torino, teatro del suo bellissimo primo lungometraggio, La seconda volta.
1951: Africo è una piccola frazione, arroccata in mezzo al massiccio dell’Aspromonte, di un comune a valle, lambito dal mare. Eppure, i pochi chilometri che separano Africo dal suo Comune sul mare sembrano la distanza incolmabile che separa due mondi diversi. Perché ad Africo non c’è la luce, manca un medico, mancano i servizi essenziali e non c’è nessuna strada di collegamento con nessun luogo. Il dato più vissuto dalle genti di Africo è il senso dii isolamento, il sentirsi nel mezzo del nulla. Le poverissime attività legate all’agricoltura offrono forme di sostentamento precarie all’insegna della povertà.
In questo quadro, il sentimento diffuso sembra essere la rassegnazione, come di fronte ad un destino ineluttabile.  Eppure, la morte di una partoriente e di suo figlio per mancanza di soccorsi e per l’impossibilità di raggiungere il Comune vicino se non attraverso una mulattiera di difficile percorribilità, fa scattare la scintilla che un unisce gran parte di Africo in un sussulto di comune indignazione e rivolta, che si traduce nell’impegno, da parte dei suoi abitanti,  di costruire da soli una strada. Ma sembra un’opera titanica e impossibile: alla disperata fatica si assomma l’ostilità delle autorità capaci solo di vane promesse e le minacce del boss locale , Don Totò (Sergio Rubini, in un ruolo inusuale), ostile ad ogni cambiamento che possa in qualche modo modificare le condizioni della sua supremazia sulla povera gente.

Calopresti si sofferma su queste situazioni, aderenti ad un tessuto storico reale, descritto  da Pietro Criaco nel suo romanzo “Via dall’Aspromonte”, ma ha il merito di sapere coniugare la precisione le delle sue più volte sperimentate capacità documentariste con una trama che definire drammatica è forse riduttivo.  Infatti, la storia si nutre di personaggi da lui creati, con l’aiuto di Monica Zapelli, che conferiscono al film un carattere di  autentica liricità.  A partire dal personaggio della maestrina, Giulia Tedeschi, interpretata da Valeria Bruni Tedeschi, vera musa di Calopresti, presente in molti film del regista, in un ruolo qui che ha qualcosa di enigmatico e di misteriosFrancescoo. Perché la felice scelta del Regista è stata la creazione di un personaggio circondato da un’aura di riservatezza: sono rari gli accenni al suo passato, se non che viene da Como e che si trova lì per propria scelta, per portare aiuto a chi ha più bisogno di quanto non ne abbia llei. Il regista opera la felice scelta di evitare di creare, all’interno del tessuto narrativo del film, delle sotto-storie che possano diventare diversivi  rispetto alla trama principale. E questo vale anche per gli altri personaggi, alle cui  storie individuali  si accenna solamente, come vale per Peppe (Francesco Colella) , abbandonato dalla moglie e sempre in compagnia di suo figlio e come per il Poeta, vera coscienza critica del luogo (Marcello Fonte, in un’altra memorabile interpretazione dopo Dogman). La verità è che i personaggi non vengono visti quasi mai nelle loro individualità, ma sempre più come parte della gente di Affrico, vera e propria  protagonista del film.
Molto belle le sequenze finali, più che mai caratterizzate dalla loro coralità. La gente di Africo sceglie la via della fuga dal Paese, portando con sé poverissime cose. Africo è destinato a divenire uno dei tanti paesi-fantasma del Mezzogiorno d’Italia, dove resteranno, ancora per un po’, solo gli irriducibili. Il film si chiude, sulle note della suggestiva musica di Piovani, con una panoramica che scorre circolarmente lungo le vicine impervie montagne, per arrivare ad inquadrare il mare, dove l’obiettivo si ferma.