“Repulsion” (UK 1965) di Roman Polanski – Recensione e trailer

Il tema dello sguardo nel cinema di Polanski

(marino demata) Repulsion è il secondo film di Roman Polanski e il primo girato in Inghilterra. Il regista infatti, nato a Parigi da una famiglia ebrea, si  trasferisce con i suoi genitori a Cracovia, a causa dell’ondata antisemita che stava pericolosamente diffondendosi in Francia. Nella città polacca, dopo l’invasione nazista,  si salva a stento dalle persecuzioni, grazie anche alla protezione di una famiglia cattolica. Finita l’invasione, lavora per il cinema, e conosce autori di primo piano, come il già celebre regista Andrzej Wajda, che lo fa lavorare come attore in un suo film, e come Jerzy Skolimowsski (regista che lavorerà, come Polanski, in Inghilterra , realizzando L’Australiano e Moonlighting), che collabora con Polanski alla sceneggiatura del suo unico film girato in Polonia,
Il coltello nell’acqua.
Con Repulsion, nel 1965,  Polanski sviluppa alcuni dei temi già presenti in Il coltelo nell’acqua, come la difficoltà delle relazioni umane e il clima claustrofobico  che pervade il film. Valendosi della fruttuosa collaborazione alla sceneggiatura di Gerard Brach, Polanski mette a segno, con Repulsion, uno dei migliori film horror della storia del cinema, candidato all’Oscar quale migliore film straniero, trovando in Catherine Deneuve, al suo primo ruolo molto impegnativo,  un’attrice capace di impegnarsi con dedizione  e pazienza accanto al regista, per realizzare un personaggio veramente difficile.
Carole Ledoux, infatti, è una ragazza originaria del Belgio, che lavora a Londra in un istituto di bellezza, in quaità di manicurista. Il tipo di lavoro è significativo: deve lavorare tutta la giornata a capo chino, senza incrociare lo sguardo con le clienti, il che alimenta la sua timidezza. Vive in una casa malandata con la sorella (Yvonne Forneaux), che frequentemente trascorre la notte in compagnia del suo amante sposato. La presenza di un uomo in casa la disturba fortemente; non riesce neppure a sopportare gli oggetti che appartengono all’uomo, come il rasoio e lo spazzolino nel bagno. Un giovane, Colin (John Fraser),  è seriamente innamorato di lei, che però lo evita in tutti i modi.
Allorché la sorella e il suo amante decidono di fare un breve viaggio in Italia, la solitudine, all’interno della casa, finisce con l’accentuare il suo fragile stato emotivo e le sue ossessioni. Con magistrali inquadrature, Polanski ci mostra Carole mentre, dal suo letto, può osservare la porta di ingresso della casa e le luci del pianerottolo che si spandono sotto la porta. Solitudine e immaginazione la inducono a vedere ombre di piedi che sostano davanti alla porta. Il suo sguardo si sofferma frequentemente anche sulle crepe dei muri, che le sembrano di volta in volta allargarsi fino a diventare simili a voragini. È veramente sintomatico come Polanski approfondisca, in questo film, il valore e il significato dello sguardo. Carol resta fissa, dal suo letto, a guardare la luce sotto la porta dell’appartamento per interminabili momenti. Perché è proprio attraverso lo sguardo che prendono corpo le sue fantasie ossessive, o, in una parola i suoi fantasmi. D’altra parte, Carol si sofferma anche a guardare gli oggetti di cui è piena la casa. E questi, in qualche modo, al contrario della porta di casa o delle crepe nei muri, rappresentano una presenza più rassicurante, perché sono immobili e non possono costituire una minaccia!
In tal modo Repulsion, che fin dal titolo adombra l’atteggiamento della protagonista verso il sesso maschile, diventa, col trascorrere delle sequenze, la storia di un  crollo psicologico della protagonista, fino alle estreme conseguenze della folli.

Qualcuno ha paragonato questo film a Psyco: non che l’influenza di Hitchcock nel far crescere la suspense del film sia assente: tutt’altro. Ma, mettendo da parte le caratteristiche della malattia mentale del protagonista,  l’horror di Psyco nasce da un fatto materiale e reale: dietro la cortina della famosa scena della doccia c’è un coltello chiaramente visibile e pronto ad entrare in azione. Ed è quello l’elemento che spaventa lo spettatore, perché procurerà la morte. Invece l’horror  di Repulsion nasce nella/dalla mente di Carol. Non c’è nessuno che brandisca coltelli o che minacci. Polanski con questo film ci insegna che per fare un grande “horror” non sono necessari elementi che incutano paura. È sufficiente scavare nella mente di una persona, ove si possono trovare le cose più paurose che possano esistere. I fantasmi che Carol vede nell‘appartamento disabitato, sono i fantasmi della propria mente.
Si sviluppa, in questo film, quella dialettica tra ambienti interni ed esterni che sarà uno dei segni distintivi del cinema di Polanski, che parte alla convinzione che, in questo caso, l’appartamento malmesso e disabitato crea l’humus nel quale possono svilupparsi ed esasperarsi problemi quali la claustrofobia, il terrore per gli altri, le ossessioni. Al contrario, nelle uscite per strada, o al lavoro, sempre più rare, Carole riesce a trovare momenti relativamente più rilassati, meno ossessionanti. Anche se poi è costretta a relazionarsi con l’altro da sé. E l’altro può essere divertente, come quando la sua collega di lavoro le racconta alcuni passaggi comici di un film di Chaplin visto la sera prima, e l’altro  può essere per lei anche elemento disturbante e da respingere, come il ragazzo che la corteggia. E in questo caso è per lei più rassicurante restare sola in casa, dove però non potrà sfuggire alle sue claustrofobiche ossessioni. Una dialettica, quella di fuori/dentro, molto presente in tanti film di Polanski: citiamo un altro suo grande film horror, L’inquilino del terzo piano, interpretato dallo stesso regista, dove l’appartamento diventa il teatro dello svilupparsi delle manie ossessive del protagonista; fino ad arrivare a Carnage che si svolge interamente all’interno della mura domestiche, che diventano proscenio dello sbranarsi a vicenda dei quattro personaggi, fino alla perdita di ogni freno inibitore, per dar luogo al manifestarsi di relazioni improntate alla spontanea brutalità. E gli esempi si potrebbero moltiplicare.
Per concludere, va rimarcata la doppia immagine dell’occhio nella prima e nell’ultima inquadratura del film. Il film inizia con l’inquadratura dell’occhio di Carole, mentre guarda una donna all’istituto di bellezza. L’ultima inquadratura ritorna sull’occhio della protagonista, ma questa volta si tratta di una fotografia di quando era piccola e la vita doveva prometterle qualcosa di sicuramente diverso rispetto a quanto vediamo nel film. Io penso che l’occhio, quando si parla di cinema e film, è un elemento fondamentale e Polanski lo sa benissimo. Perché il cinema è sguardo e attenzione visiva. Soffermarsi all’inizio e alla fine su quest’elemento in un film dove lo sguardo della protagonista, come abbiamo visto prima, è proprio ciò che fa accrescere e accumulare la sua disperazione interiore, è sicuramente un elemento – simbolo di grande significatività.

Curiosità
Il film consigliato a Carole dalla sua collega di lavoro è La febbre dell’oro di Charlie Chaplin. Senza citare il titolo, la collega di Carole fa esplicito riferimento alla memorabile scena nella quale Charlot, per la fame, mangia una scarpa.

Recensioni dai film di Roman Polanski su Rive Gauche – Film e critica:
Il coltello nell’acqua (1962): https://wp.me/p3zdK0-1Zf
Repulsion (1965): https://wp.me/p3zdK0-4jk
L’inquilino del terzo piano (1976): https://wp.me/p3zdK0-13g
La morte e la fanciulla (1994): https://wp.me/p3zdK0-47z
Venere in pelliccia (2013) : https://wp.me/p3zdK0-yF

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...