“Falso movimento” (Ger.1975) di Wim Wenders

Il cinema è un falso movimento?

(marino demata) L’infatuazione del giovane Wim Wenders per la cultura americana, che lo porta a  lunghi soggiorni  negli Stati Uniti, doveva, prima o poi, spingerlo finalmente a fare i conti anche con la sua Germania. E Falso movimento è il primo film “tedesco” a tutti gli effetti, a cui seguirà (non solo in senso temporale, ma nel senso del “seguito”, come una ulteriore puntata) Nel corso del tempo.
Dai soggiorni americani Wenders porterà con sé un’idea di cinema, che non abbandonerà mai. Il cinema come descrizione del movimento e movimento in se stesso. D’altra parte il Road movie è un genere che ha prosperato in America regalando grandi capolavori. E in questo “movimento” del cinema americano c’è la riproduzione di una nazione che è nata attraverso il continuo progressivo movimento verso Ovest: il mito del West da raggiungere e una frontiera che si sposta continuamente come un elastico, nella misura in cui nuovi territori vengono annessi. Nella consapevolezza che solo il mare della California potrà fermare questo movimento.
Con queste premesse e questa storia, il cinema di Wenders riproduce continuamente il senso del movimento e del viaggio. Se si escludono i due film su Berlino, che andrebbero esaminati in maniera a sé stante, tutti i film di Wenders trattano del tema del viaggio. A partire da Falso movimento (ma anche prima con Alice nelle città), passando attraverso Nel corso del tempo e poi, via via ci vengono in mente Paris Texas, Fino alla fine del mondo, Lisbon story, ecc.
Ma il road movie di Wenders è decisamente diverso da quello americano: se mi si passa lo schematismo un po’ rozzo ed estremo, diciamo che più che nutrirsi di fatti e di eventi, si nutre di idee e di emozioni e, in una parola, di psicologia. Siamo infatti all’interno di un grande movimento cinematografico, cui Wenders ha dato un grande contributo, che è il Nuovo Cinema Tedesco. Un movimento nel quale il cinema, a trent’anni dal disastro della guerra mondiale, si interroga su cosa sia la Germania, come e nel caso superare il proprio passato e cosa vorrebbe diventare. E interrogare innanzitutto se stessi.
Tutto questo è leggibile in Falso movimento. E’ un film che, programmaticamente, vuole essere un’opera di formazione, data la sua matrice letteraria, il “Wilhelm Meister” di Goethe, rivisitato a quattro mani (e che mani!) dalla sceneggiatura dello stesso Wenders e dell’amico scrittore Peter Handke.
Wilhelm (Rüdiger Vogler) sente dentro di sé l’aspirazione a scrivere, ma sente anche l’angustia del piccolo paese del nord della Germania nel quale si trova e la pressione di una madre possessiva. Fino a che quest’ultima comprende che il figlio ha bisogno di mettersi in movimento per conoscere nuove realtà. Gli mette in mano un biglietto ferroviario per Bonn, ma in realtà il viaggio di Wilhelm si concluderà molto più a sud, ai confini con l’Austria.
Nel corso del viaggio, in treno, fa la conoscenza di un anziano affetto continuamente da epitassi nasale, Laerte  (Hans Christian Blech), che si rivelerà un ex nazista (“qualche volta ho anche aiutato degli ebrei”) e da sua figlia Mignon (Nastassja Kinski), un tipo strano, muta, impegnata soprattutto in giochi da illusionista.
Alla piccola compagnia si aggregheranno presto un’attrice,  Therese (Hanna Schygulla) e poi un aspirante poeta austriaco. Wilheilm sembra trarre profitto da una compagnia così variegata, per ricavare ispirazione dalle loro vite e dai loro pensieri, come materia per un romanzo. Ma è soprattutto la sosta presso la casa di un industriale (Ivan Desny), dove l’intera compagnia trascorrerà la notte, che gli offre molti spunti positivi.

Trailer in italiano

L’industriale, infatti, che da poco ha perso la moglie e che medita di suicidarsi, accortosi dell’interesse di Wilhelm per la sua storia, si lascia andare ad una serie di considerazioni sulla mentalità dei tedeschi in quel momento che considera di crocevia della storia. Il colloquio tra l’industriale e Wilheilm è uno dei momenti chiave del film. L’industriale è la coscienza di tutto quanto di negativo è presente nella Germania, dove le persone vengono da lui definite “anime morte che errano per i supermercati”. E mentre parla si ferisce stringendo violentemente una penna, che si intinge di sangue, che verrà poi usato da Wilheilm per cominciare il suo romanzo.
Eppure, il “movimento” di tutti i personaggi di quella strana compagnia si rivela il primo dei falsi movimenti di cui ci parla il titolo del film. Dopo la notte nella quale Wilheilm si era promesso a Therese, ritrovandosi invece nella camera di Mignon, la mattina ognuno racconta i propri sogni. Ma il poeta austriaco dichiara di non ricordarlo, salvo poi inventarlo goffamente poco dopo; Therese è la prima che parla del suo sogno, ma poi confesserà a Wilheilm di averlo inventato. E quest’ultimo racconta un sogno nel quale il personaggio è Laerte, nelle ultime ore prima della sua morte. Un sogno nel quale si manifesta tutto l’odio di Wilhelm per l’ex nazista, del quale rifiuta anche di sentire la storia, venendo così meno al suo compito di scrittore.
Le lunghe passeggiate (e i relativi fantastici piani sequenza) lungo le stradine di Bonn o lungo i vigneti al lato del Reno dovrebbero costituire ulteriore occasione per l’approfondimento dei personaggi da parte di Wilheilm, ma anche questa occasione si traduce in un ulteriore falso movimento. Non c’è reale comunicatività tra i personaggi. Ciascuno vede negli altri elementi di falso. Quando Wilheim decide di lasciarli ed andarsene da solo verso il sud della Germania pensa di aver trovato materiale per il suo libro? Oppure è consapevole del fallimento della sua aspirazione a diventare uno scrittore? Il ritrovarsi in completa solitudine dopo aver rinunciato a restare assieme al  gruppo che lo aveva accompagnato fino a Francoforte, Wilheilm sembra celebrare la sua solitudine ed asocialità che mal si addicono a chi vuole raccontare le storie degli altri. Therese gli chiede di restare, ma lui vuole recarsi sullo Zugspitze, la vetta più alta della Germania. I luoghi sembrano essere più importanti delle persone e sono sempre ben definiti da Wenders: i suoi personaggi hanno sempre delle mete e dei viaggi da completare.
“Desideravo rimanere indisturbato nella mia apatia. Perché ero fuggito? Perché non sono con gli altri? Perché avevo minacciato il vecchio invece di ascoltarne la storia? Era come se avessi perduto qualcosa a ogni nuovo movimento.” Il movimento, dunque, che inizialmente era promesso come elemento di arricchimento e di creazione, si è rivelato come causa di impoverimento e di perdita.
Falso movimento è un film incredibile: la storia di un gruppo di persone che viaggiano attraverso la Germania senza riuscire a conoscersi reciprocamente, ma senza neppure riuscire pienamente a conoscere se stessi. L’allontanamento di Wilheilm dalle altre persone è un allontanamento da persone a cui non si è mai avvicinato.
Ma, probabilmente, Wenders non sarebbe d’accordo sul nostro insistente esame del termine “movimento”. Perché c’è l’altro termine, del quale forse si è parlato troppo poco:  “falso”.  C’è in realtà una falsificazione che corre lungo tutto l’arco della storia del film e che coinvolge tutti i personaggi. Smascherare questa falsificazione, andare a fondo nei personaggi, sarebbe stato il compito dell’aspirante scrittore, che, in questo, miseramente fallisce. Abbiamo anche visto che l’espressione completa “falso movimento” si può applicare a molti spetti del film. Ma non è forse vero che è il cinema in se stesso ad essere un “falso movimento”?