“The hater” (Pol. 2020) di Jan Komasa – Recensione e trailer

…Il suo laptop? Una perfetta macchina del fango!

(marino demata) Jan Komasa è uno dei registi emergenti della generazione dei quarantenni che stanno facendo vivere una nuova positiva stagione al cinema polacco, al quale non sono mancate, in passato figure di grandissimi registi. Conoscevano già Komasa per il suo film precedente, Corpus Christi, che si è guadagnata la candidatura all’Oscar quale migliore film straniero. Ma con questo film, The hater, Komasa sale un gradino ancora più su, creando un’opera di grande impatto emotivo e di grandissimo significato. Ottima scelta, da parte di Netflix per la verità, per l’esclusiva in onda proprio in questi giorni.
The hater letteralmente può essere tradotto come “colui che odia”; ma, in maniera traslata sta anche per “colui che provoca odio”. Entrambi i significati sembrano appropriati per questo film, nel quale l’attività principale del protagonista è spargere odio a piene mani. Il giovane Tomasz (Maciej Musialowski) viene colto, all’inizio del film, in una situazione veramente imbarazzante: lo stato maggiore accademico dell’Università, facoltà di Giurisprudenza, lo accusa del reato di plagio nella stesura del suo saggio finale. Certo non è una gran cosa essere espulso dalla facoltà di legge per essersi macchiato di un reato odioso come il plagio. La sentenza che viene emessa dagli accademici non può essere che una sola: Tomasz viene definitivamente espulso dall’Università.
Subito dopo quest’episodio poco edificante per il protagonista, il pubblico viene a conoscenza della realtà sociale e politica di Varsavia oggi: la città è bloccata da una manifestazione di estrema destra: sotto accusa sono le autorità governative per essere troppo deboli sul problema dell’immigrazione e di facilitare l’arrivo di profughi dai Paesi arabi, portatori della loro cultura e religione e capaci di scalzare i valori occidentali (non abbiamo forse sentito queste affermazioni anche in altri contesti?). Tomasz riesce a superare il corteo e ad arrivare in orario a casa della famiglia di Robert e Zofia Krasucka, vicini di casa benestanti di Tomasz e della sua famiglia quando vivevano in un paesino fuori Varsavia. È presente alla cena anche la figlia di Robert e Zofia, Gabi (Vanessa Alexander), che piace molto a Tomasz. C’è un legame affettivo, frutto della vicinanza e dell’amicizia delle rispettive famiglie, della anziana coppia verso Thomas, al punto da pagare le tasse universitarie del ragazzo.
Tomasz, andandosene via dopo la cena, lascia a bella posta il proprio cellulare acceso in funzione “registrazione”, e, uscito in strada, ascolta tutto quello che dicono i Krasucka di lui: dall’aspetto trasandato, ala povertà della conversazione, all’indifferenza della ragazza nei suo confronti. Ci siamo soffermati su questi episodi relativi all’inizio del film, che spiegano in parte la carica di odio che Tomasz riesce ad accumulare dentro di sé.
Tomasz è  un personaggio subito ben delineato dal regista. Sul pano politico e culturale è assolutamente indifferente: la politica potrebbe diventare un’occasione per curare i propri interessi, favorendo non importa quale schieramento. Al ritorno dalla cena, il compagno di camera gli chiede se abbia partecipato alla manifestazione fascista e lui mente: “sì, ma ero in coda al corteo.”
Da quella sera in poi Tomasz prende delle decisioni fondamentali sulla propria vita e sul suo futuro e soprattutto si senta molto sicuro di sé. Prende in affitto un piccolo ma costoso appartamento al centro della città, e comincia a lavorare freneticamente al computer, riuscendo ad entrare in contatto con una organizzazione pubblicitaria. In ogni realtà, compresa la nostra, sono molte diffuse le organizzazioni che lavorano in rete per aumentare la visibilità e la popolarità di determinate ditte e prodotti, che vorrebbero vincere la guerra dei “like”, a qualunque prezzo. L’organizzazione che invece sceglie Tomasz, diretta da una donna manager molto in gamba, Beata Santorska (la bravissima Agata Kulesza)  fa esattamente il contrario: lavora per far diminuire  la popolarità di determinati soggetti, creando fake news, fino a distruggere la loro reputazione e ad annullare la loro presenza in rete. E Tomasz si rivela subito bravissimo a distruggere una popolarissima ragazza che vende in rete creme di bellezza, fino a farla fallire

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Ma in questo lavoro si imbatte anche in determinati uomini politici, e, in particolare, il candidato progressista a sindaco di Varsavia, Pawel Rudnicki (Macej Stuhr) nelle imminenti elezioni. Il caso vuole che  Robert e Zofia Krasucka siano sostenitori di Pawel e impegnati nella campagna per le sue elezioni.  Questo particolare è quello che spingerà Tomasz ad investire il suo tempo per distruggere il candidato progressista, utilizzando tutti  mezzi possibili, fino a fingersi suo sostenitore, al fine di creargli situazioni imbarazzanti e negative.
Questa storia di “haters”, non fantascientifica, ma purtroppo dei nostri tempi, induce ad alcune considerazioni. Innanzitutto, diciamo che il protagonista, un ragazzo poco più che venticinquenne, è un antieroe negativo, per il quale difficilmente il pubblico tiferà (almeno ce lo auguriamo). Al contrario le sue azioni tese a spargere odio, non importa se verso destra o sinistra, sono spinte da un lato dalla voglia di vendetta, e dall’altra dal desiderio di primeggiare, di essere qualcuno, di scalare, utilizzando, l’odio e il falso, le graduatorie e le gerarchie della società.
Il film è dunque la storia di questo ragazzo un po’ psicotico e un po’ manipolatore, creato dal regista sulla base della sua immaginazione, ma fondata però su dati fortemente reali, con lo scopo di metterci in guardia a quali rischi e derive può venire esposta le società polacca, e qualsiasi altra società, attraverso i meccanismi che personaggi come Tomasz possono mettere in moto. Il film è questo, ma non solo. Guardiamo la realtà non solo dal punto di vista del protagonista, ma dei “social network”. Il film vuole mostraci  come i social media possono manipolare le persone. Certo questa è una verità che conoscevamo, fin dall’epoca del film di David Fincher,  The social network. Ma a che punto sia possibile arrivare, questo ce lo mostra Jan Komasa, il regista tra i migliori del nuovo cinema polacco, con un’opera che rappresenta assieme un monito imperioso e un urlo di terrore verso il potere manipolativo dei social, dove disinvoltamente vengono usati xenofobia, omofobia e razzismo per i propri tornaconti politici o personali.
Komasa ha il coraggio, col suo film, di creare un personaggio, Tomasz, che si impossessa con abilità di un sistema, facendo del suo laptop una perfezionata e perfetta macchina del fango, per condizionare gusti  e ideologie e per dissetare la propria sete di vendetta e di odio. Un personaggio che regista e sceneggiatore trascinano volutamente  oltre i limiti della esecrabilità, per farne un modello negativo da combattere e neutralizzare. Come se ci dicessero, con questo film, “aprite gli occhi: possiamo arrivare a questo punto e forse anche oltre!”.