“Un bacio e una pistola” di Robert Aldrich – Trailer e recensione

Dal romanzo di Mikey Spillane

(marino demata) Robert Aldrich fu uno dei grand innovatori del cinema americano degli anni ’50, che fece dell’indipendenza dai grandi poteri di Hollywood la sua bandiera di combattimento, a tal punto che il mondo affaristico e torbido della capitale del cinema fu oggetto di un paio di film, nei quali il regista non fece tanti complimenti nel mostrare quello che ne pensava. La sua indipendenza dal potere del “sistema cinema” la deve anche al fatto che riuscì, capitalizzando al massimo il successo commerciale di alcuni suoi film, a diventare anche produttore dei più importanti film da lui diretti.
È il caso di Un bacio e una pistola / Kiss me deadly: per questo film il regista-produttore decise di servirsi di un soggetto ricavato dall’omonimo romanzo di Mikey Spillane, inserendo opportune modifiche che lo resero più attuale. L’America infatti non aveva ancora smaltito lo shock per la bomba atomica e il terrore per future guerre nucleari era, nei ’50, più che mai di attualità. Questo tipo di atmosfera si respira ancora in questo film ed è palese in alcuni passaggi fondamentali. Il film tatto dal romanzo di Spillane costituisce per Aldrich un po’ una sfida con sé stesso. Spillane infatti è uno scrittore che Aldrich detesta per il suo anticomunismo, che era poi vero e proprio fascismo e razzismo, e il personaggio principale dei suoi romanzi, Mike Hammer riproduce le caratteristiche del suo autore,  col suo esasperato machismo, la sua indifferenza verso le violenze procurate agli altri, il suo cinismo di investigatore privato che non bada ai mezzi per ottenere quello che cerca.
La carica innovativa di Aldrich si manifesta fin dall’inizio del film, allorché, prima ancora dei titoli di testa, assistiamo ad una scena shoccante: una donna nuda, vestita solo di un impermeabile, corre quasi al centro di una strada, in piena notte, chiedendo un passaggio. Nessuno si ferma. La donna allora, presa dalla disperazione, si colloca proprio davanti all’auto che le sta di fronte, rischiando di essere investita. L’autista è Mike Hammer (Ralph Meeker), che la fa salire. Dopo aver superato un blocco della polizia che ricerca una donna fuggita dal manicomio, due auto riescono a far sbandare la decappottabile di Hammer. Questi perde i sensi in tempo però per vedere la donna torturata e poi uccisa. L’auto di Hammer, con la donna morta e l’investigatore privato gravemente ferito, viene buttata giù in una scarpata.
Da notare che appena la donna entra nell’auto di Hammer, lo spettatore può vedere dei mirabili e inusuali titoli di testa che scorrono dal basso verso l’alto.
Hammer viene dipinto da Aldrich caratterialmente in modo perfino peggiore di quanto non abbia fatto Spillane nel suo romanzo. Anche la polizia lo conosce bene: le sue specialità sono i casi di divorzio, condotti in modo tale che la sua segretaria seduce il cliente e lui guadagna portando avanti un poco edificante doppio gioco.
Ritornato dall’ospedale, Hammer dice alla sua segretaria di lasciar perdere il caso di divorzio che stava seguendo. “C’è qualcosa di molto più importante”. Hammer, cioè ha fiutato che qualcosa di serio si è mosso attorno alla povera donna uscita dal manicomio e poi torturata e uccisa. Il regista ci mostra però Hammer non mosso dalla voglia di vendicare la donna, ma solo dalla prospettiva di inserirsi in un affare che può portare ad un lauto guadagno.
Sarebbe arduo seguire la trama del film a partire da quest’inizio così animato e turbolento, perché il ritmo rimarrà proprio questo in ogni scena, solo con rari momenti di respiro, per far riprendere il fiato allo spettatore. Hammer si esibisce in scontri violenti e in atteggiamenti sadici, come quando chiude la mano di un anziano impiegato dell’obitorio in un cassetto provocando dolori lancinanti, pur di ottenere quello che cerca.

Ecco il trailer del film:

Anche le inquadrature che utilizza Hammer non hanno nulla di classico, ma sono spettacolari e innovative: abbondano riprese dall’alto di grande effetto e inquadrature prese con la camera inclinata dal punto di vista del personaggio in modo tale da accentuare il senso di ansia e preoccupazione.
Senza rivelare nulla della sostanza dello svolgimento del film, vale però la pena di riprendere il tema cui abbiamo accennato, quello dell’angoscia collettiva, negli anni ’50,  per l’atomica. La polizia vuole togliere dalle mani di Hammer il caso, e per farlo utilizza questo ragionamento: “Senta Mike, mi ascolti bene. Sto per pronunciare qualche parola inoffensiva, ma molto importante. Cerchi di capirne il significato: Piano Manhattan, Los Alamos, Trinity”. Questo espediente serve a far capire ad Hammer che è in gioco il pericolo nucleare. Ma serve anche perché la parola “atomica” non sia mai pronunciata lungo tutta la durata del film. In Europa il film è circolato in una edizione più breve di poco più di un minuto. Il finale era piuttosto aspro e poco adatto al pubblico americano. Perciò in America il film è stato allungato di oltre un minuto per accontentare gli amanti dell’happy end.
Proprio attraverso questo strane e bellissimo film, pochi mesi dopo la sua uscita, François Truffaut – aveva appena 23 anni – scopre il genio di Aldrich. Ne parlerà spesso sui Cahiers du cinema assieme al grande Bazin, e, a partire da Un bacio e una pistola, seguirà con grande interesse la carriera cinematografica del regista americano.
Di questo film scrive, proprio dopo averlo visto, che “non è raro salutare un’idea a ogni inquadratura. Qui la ricchezza di invenzioni è tale che ci capita di non sapere più cosa guardare nell’immagine, troppo piena e troppo generosa. A guardare un film di tale genere si vive così intensamente che si vorrebbe vederlo durare più ore… Non si potrà che ammirare la straordinaria libertà con cui è girato… È certo che l’avvenimento cinematografico del 1955 sarà per noi la scoperta di Robert Aldrich.” (F. Truffaut: “I film della mia vita” vol. 1”- Marsilio Editore – pagg. 113-114.