“Lola” (Ger. 1981) di Rainer W. Fassbinder

Il potere nella Germania della ricostruzione

(marino demata)  Rainer Werner Fassbinder è uno degli autori di spicco del Nuovo Cinema Tedesco, quell’ampio e variegato movimento cinematografico e culturale che ha caratterizzato la cinematografia e la cultura tedesca da 1960 fino alla fine degli anni ’80. È  vissuto solo 37 anni, dal 1945 al 1982, allorchè fu ucciso da una fulminante overdose. Riuscì però a girare, in un tempo relativamente breve, una quarantina di film tra i quali anche lunghi serial come Berliner Allexander Platz. È stata sicuramente una delle voci più interessanti del movimento e spesso ha svolto la funzione di coscienza  della Germania Ovest, senza esitare di far arrivare la sua critica profonda ai modi con i quali si era proceduto, e si continuava a procedere nella ricostruzione del Paese. Sembrava che l’interesse fondamentale fosse soprattutto la sua ricostruzione materiale, mentre veniva  del tutto trascurata la ricostruzione di un tessuto connettivo, ideale e morale in una Germania, dove l’individualismo e gli interessi personali avevano la prevalenza su tutto o quasi.
Il suo cinema ha trattato i problemi della Germania attraverso le storie che ci ha presentato e quindi solo a volte direttamente, ma il più delle volte affidandosi alla metafora che lasciava trasparire in situazioni e personaggi particolari la realtà problematica dell’intero Paese.
Lola è uno degli ultimi film di Fassbinder ed è, come genere, un melodramma nel quale l’Autore si concede momenti di paradosso e di ironia, strappando anche sorrisi compiaciuti allo spettatore. Il film si svolge nella cittadina di Coburg nel 1957, dove il tran-tran quotidiano, che vede al centro dell’attenzione, nel corso della giornata, le attività del Comune e, la sera, i divertimenti – soprattutto il bordello di Villa Fink – viene scosso dall’arrivo di un nuovo assessore all’urbanistica: si tratta dell’integerrimo Von Bohm (Armin Muller-Sthal).
Quest’ultimo rischia di mandare all’aria il connubio politica e affarismo che è alla base di tutte le scelte comunali più importanti. Il sindaco infatti appare come un fantoccio nelle mani del potente imprenditore Schuckert (Mario Adorf), che sta per avvantaggiarsi di una nuova grande scelta edilizia del Comune, in assenza di ogni piano urbanistico. Ovvero: le scelte pubbliche sono smaccatamente piegate al servizio degli interessi privati. Questa volta la speculazione edilizia a vantaggio di Schuckert sembra in serio pericolo per l’operato del nuovo assessore, che in ogni caso non si fa portatore di nessuna forza politica di opposizione, ma di istanze meramente morali.

La chiave del film è una donna, Lola (Barbara Sokowa), la reginetta del bordello d Villa Frank, nel quale canta divinamente prima di intrattenere i clienti, a partire naturalmente da Schuckert, padrone della vita pubblica e privata del luogo. Il nuovo cittadino di Coburg, l’assessore Von Bohm, senza ancora conoscere la reale attività di Lola, se ne innamora perdutamente. In tal modo il furbo Schuckert saprà sfruttare a suo vantaggio questa imprevedibile situazione.
Lola viene giudicato, un po’ ingiustamente, un film di secondo piano nell’ambito della filmografia del regista: la critica lo ha preso un po’ di mira, forse incoraggiata anche dalle stesse parole del regista, che ha sentenziato “Lola non era un film indispensabile”. In realtà Lola è la riflessione sui troppi aspetti marci della vita della Germania Ovest negli anni ’50, nella quale viene implacabilmente evidenziato, con una lettura drammatica, ma anche umoristica, il binomio sesso e denaro, che rappresenterebbe il vero motore di una società più che mai in mano a Schuckert, metafora del ceto dei potentati economici dell’epoca.
E come sempre in Fassbinder, una realtà particolare – in questo caso Coblenza negli anni ’50 – diventa spaccato e metafora delle problematiche dell’intera Germania.
In questo film, come in tutto il cinema di Fassbinder, il pubblico si riconosceva, ovvero riconosceva i problemi tedeschi raccontati da un tedesco. Anche per questo l’Autore ebbe più fortuna in Germania che altrove. Ed ebbe più consenso rispetto ad altri autori del Nuovo Cinema Tedesco, osannati all’estero, ma stimati assi meno in Germana.