“Cul de sac” (Fr. 1966) di Roman Polanski

Un grottesco-thriller… aspettando Katelbach

(marino demata) Dopo Repulsion, Roman Polanski gira, sempre in Inghilterra un film-capolavoro, Cul de Sac, che rappresenta sicuramente la sua opera migliore del primo periodo ed uno dei migliori film della su a intera filmografia. Tra l’altro: Orso d’Oro per il miglior film a Berlino e premio della critica a Venezia!
Il film si apre con i titoli di testa che si snodano mentre, sullo sfondo, si vede in lontananza un’auto che lentamente si avvicina all’obiettivo della camera. La marcia dell’auto comincia da così lontano che sembra venga dal nulla. E in effetti, a vederla poi anche da vicino, sembra proprio collocata in the middle of  nowhere. Due sono i passeggeri: Richard (Lionel Stander) e Albie (Jack McGowran); il primo con una ferita al braccio, il secondo messo invece malissimo, quasi in fin di vita, con un buco nello stomaco. Si tratta naturalmente di due gangster reduci da un colpo fallito; e già questa circostanza sembra avvertire lo spettatore che più che restare nel thriller o nel drammatico, quello che invece ci riserverà il film è il grottesco più puro. E mentre Richard scende dall’auto per capire dove poter trovare soccorso, Albie resta semi-tramortito al suo posto, senza rendersi conto dell’alta marea che sommerge per metà l’auto stessa.
Dopo molte divertenti peripezie, i due gangster, che Polanski fa apparire sempre più sgangherati, trovano rifugio in un antico castello in uno sperone di roccia nel nord dell’Inghilterra, raggiungibile solo in condizioni di bassa marea. Qui i due gangster, e gli spettatori, fanno conoscenza con una coppia di padroni di casa veramente strana: George (un giovanissimo, ma già molto bravo, Donald Pleasence) e l’avvenente Teresa, interpretata Françoise Dorléac, la sfortunata sorella di Catherine Deneuve, che Polanski non riesce ad ingaggiare anche per questo film, perché impegnata in un film  di Bunuel, e che morirà solo un anno dopo).
George era padrone di una fabbrica, ma, di intesa con Teresa, decide di liberarsene e di venire a vivere lontano dal mondo. Diciamo per inciso che questo è un tema ricorrente nella filmografia di Polanski. La fuga dal mondo e il rintanarsi in uno spazio chiuso. Lo ricorderete: è il tema di Repulsion, dove la protagonista fugge dal mondo e dagli uomini e si rintana all’interno della casa della sorella, dove coltiverà in solitudine la sua follia. In questo caso la coppia è assortita e rappresenta quasi due poli opposti: lei è estroversa, portata a fraternizzare (a e anche qualcosa di più) con eventuali ospiti o visitatori, lui, invece, piuttosto ritirato in sé, preferirebbe condividere la sua solitudine solo con la sua giovane moglie.
Tra i personaggi riteniamo opportuno citare anche il castello, perché, ripetono con orgoglio i due giovani proprietari ai due nuovi visitatori-gangster, è stata la dimora di Walter Scott, dove, in uno studio ben conservato, con qualche oggetto cimelio come la penna d’oca usata dalla scrittore, orgoglio dei due giovani proprietari, avrebbe scritto Rob Roy.
Insomma il castello appartato e difeso dalle frequenti maree rappresenta l’ideale nascondiglio per i due gangster. Occorre anche staccare il filo del telefono, unico collegamento con l’esterno, ma non prima che Richard riesca a parlare con il boss, tale Katelbach, il quale redarguisce aspramente il suo interlocutore sull’altro capo del telefono e promette di farsi vivo. Tutto questo succede nel primo quarto d’ora di film, in un susseguirsi di situazioni paradossali e decisamente inusuali, che promettono ulteriori, grottescamente fantastici, sviluppi.

Succederà di tutto: prima di incontrarsi con la coppia, i due gangster cercano cibo e non trovano altro che uova, a decine, forse centinaia, perché, stranamente, il castello è popolato da un numero incredibile di galline. E poi, un pizzico di humor macabro con la morte di Albie e lo scavo della sua fossa (Teresa obietterà: “ma per seppellire i morti bisogna aspettare due o tre giorni, lo dice la legge”, suscitando la pronta reazione del gangster: “Albie se ne è sempre fregato della legge!”).
Non mancheranno anche le visite – poco gradite sia da Richard che da George – che creano nuovo imbarazzato scompiglio nel castello, col primo che fingerà di essere  un improbabile cameriere. Tra i visitatori c’è anche un ragazzino da…schiaffi, che sparerà, col fucile del padre, alle preziose vetrate colorate dello studio di Walter Scott.
Tutto questo, e tanto altro ancora che non vogliamo rivelare ai lettori/futuri spettatori, per aspettare Katelbach, che ovviamente sembra che non arrivi mai, sollecitando Polanski ad evocare Samuel Becket e il suo “Aspettando Godot”. 
La situazione è paradossale e assurda: tutto quello che avviene in questo strano e incredibile luogo scelto magistralmente da Polanski come location del suo film, rischia di divenire un non-sense se Katelbach non arriva. Insomma, come se venisse a mancare la motivazione e il perché dell’intero svolgimento della storia, che intanto, incurante della illustre assenza, che poi simboleggia a un tempo l’assenza e l’indifferenza del potere, continuerà a fornirci materia di riflessioni divertite in  un quadro dominato dall’assurdo e dal grottesco.

Roman Polanski su Rive Gauche – Film e critica:
Il coltello nell’acqua (1962): https://wp.me/p3zdK0-1Zf
Repulsion (1965): https://wp.me/p3zdK0-4jk
Cul de sac (1966): https://wp.me/p3zdK0-4mI
L’inquilino del terzo piano (1976): https://wp.me/p3zdK0-13g
La morte e la fanciulla (1994): https://wp.me/p3zdK0-47z
Venere in pelliccia (2013) : https://wp.me/p3zdK0-yF