“Intrigo a Berlino” / “(Usa 2006) di Steven Soderbergh

CATE BLANCHETT stars as Lena Brandt in Warner Bros. Pictures' and Virtual Studios' dramatic thriller "The Good German," distributed by Warner Bros. Pictures. The film also stars George Clooney and Tobey Maguire. PHOTOGRAPHS TO BE USED SOLELY FOR ADVERTISING, PROMOTION, PUBLICITY OR REVIEWS OF THIS SPECIFIC MOTION PICTURE AND TO REMAIN THE PROPERTY OF THE STUDIO. NOT FOR SALE OR REDISTRIBUTION.

Bianco e nero classico, fascino del noir e atmosfera di mistero

(photo courtesy of imdb.com)
(marino Demata)  Con The good German/Intrigo a Berlino, Steven Soderbergh sembra che voglia innanzitutto colmare una lacuna: il cinema non si era mai dedicato a trasporre sullo schermo il bel romanzo di Joseph Kanon The good German. Avrebbe potuto essere uno dei tanti film della fine degli anni ’40 sulle vicende della fine della Seconda guerra mondiale in Germania, il Paese dove, in quei momenti,  tutto è  in discussione, più di ogni altro Paese al mondo. Soderbergh si cimenta con una storia che ha un andamento pieno di misteri e di svolte improvvise, e vuole farne proprio un film dell’epoca. Un bel bianco e nero, come i meravigliosi film classici, un’atmosfera misteriosa, il fascino del noir, un intrigo amoroso che riprende vita dopo una lunga pausa (questo, e non solo, ricorda Casablanca), immagini di repertorio della martoriata Berlino post bellica che si alternano ad immagini dove si muovono gli attori, costruite così bene in una zona fuori Los Angeles (in realtà nessuno della troupe ha mai messo piede a Berlino), che a volte stentiamo a vederne la differenza: tutto questo miracolo riesce a fare il nostro sempre bravo Soderbergh!
Il corrispondente di guerra americano Jake Geismer (George Clooney), ritorna a Berlino per seguire, per il suo giornale, la Conferenza di pace di Potsdam, che riunisce finalmente attorno a un tavolo Truman, Stalin  e Churchil. Il caso vuole che l’autista di Jake, Tully (Tobey Maguire), il cui secondo e più redditizio lavoro è spacciare di tutto ed essere parte attiva del mercato nero locale, sia anche l’amante di Lena Brandt (Cate Blanchett), un indimenticato amore dello stesso Jake durante il suo precedente soggiorno nella capitale tedesca. La morte misteriosa di Tully con un proiettile nella schiena e con 100.00 marchi in mano crea il primo mistero nel quale Jake si ritrova coinvolto. Inizialmente lo spettatore ne sa qualcosa in più, perché Tully aveva avuto in precedenza un colloquio/scontro con il responsabile della zona Russa di Berlino. Ma questa è proprio una caratteristica un po’ unica del film: nella prima parte lo spettatore vede il film con gli occhi di Tully, seguendo e  quasi pedinandolo; nella seconda parte con gli occhi di Jake, nella terza con quelli di Lena. Questo crea affettivamente un po’ di disorientamento nel pubblico che però, proprio per questa caratteristica, ne sa molto di più dei tre protagonisti singolarmente presi. E ne sa di più di quanto ciascuno dei tre sappia degli altri due.
L’incontro tra Jake e Lena sembra riaccendere la vecchia storia d’amore, ma molto tempo è passato e molte cose sono cambiate durante la guerra: Lena è una donna ebrea che è riuscita a sopravvivere, al contrario della sua intera famiglia, deportata nei campi di concentramento, grazie al suo matrimonio con Brandt, il segretario personale di uno scienziato tedesco, attivissimo gestore di una campo, che, per le atrocità ivi commesse, potrebbe divenire oggetto del processo ai criminali nazisti di cui già si parla a Potsdam.
Oltre a questo recente passato poco rassicurante, Lena nasconde altri misteri che riguardano sempre il suo passato, ma anche il presente. Per tutti questi motivi, il rinascere di una vera e propria relazione fra i due appare sempre più problematica. La verità è che il vero problema di Lena, nel passato nazista, come nel presente, si chiama “sopravvivenza”, un termine che lei usa molto spesso anche nelle discussioni con Jake.
E quante cose si fanno per garantire la propria sopravvivenza? Molte. Forse troppe e non molto gradevoli.
In realtà Lena non è l’unica persona che lotta per la sopravvivenza. Ce ne sono  molte altre e non solo tra chi ha le mani in pasto nella politica, ma, direi soprattutto, la gente comune,  ad ogni angolo delle strade piene di palazzi diroccati e minacciosi.

Il merito di Soderbergh è indubbiamente quello di aver ricreato l’atmosfera di quel periodo e del luogo, che, in quel momento, rappresenta il centro del mondo. Coadiuvato in questo dalla musica di Thomas Newman, perfettamente in tono con le sequenze del film, e con la perizia degli scenografi nel ricostruire la Berlino semidistrutta.
I tre attori principali, ai quali è stata assegnata dal regista la centralità delle tre parti del film, esibiscono un felice disinvoltura e padronanza dei rispettivi ruoli. Tobey Maguire, finalmente in un ruolo di spessore, si destreggia abilmente nelle poche scene che gli sono state concesse, prima del colpo di pistola alla schiena. La professionalità di Clooney è certamente una garanzia per Soderberg, che lo utilizza, in quegli anni, spessissimo; e tuttavia, del terzetto di attori, sembra il più impacciato specialmente in alcuni passaggi cruciali del film. Inappuntabile infine Cate Blanchett, che, oltre ad esibire una recitazione molto convincente in un ruolo complicato e ambiguo, parla il tedesco, e soprattutto l’inglese con accento sorprendentemente tedesco.
Dobbiamo dire che l’esperimento di fare oggi un film degli anni 40 è stato, tutto sommato, non solo un lodevole e coraggioso intento da parte del regista, ma anche un progetto ben realizzato, anche se, naturalmente, il proposito di Soderbergh, come al solito non solo regista, ma anche produttore e responsabile del montaggio,  è così ambizioso ed ha tante implicazioni che, necessariamente non sorprende se presenti qualche manchevolezza. Quello che ci ha invece sorpreso è l’ostilità con la quale la critica americana ha accolto questo esperimento (la striminzita sufficienza data dai recensori di imdb.com sottende, in buona sostanza, un giudizio negativo). Credo che l’operazione non sia piaciuta per principio: vengono messi in discussione proprio quegli aspetti ricostruttivi di una città, di un’epoca e di un certo tipo di cinema, che sono invece, a nostro giudizio, l’impegno nel quale il regista si è cimentato con risultati decisamente positivi. Semmai, se proprio vogliamo trovare qualche neo, probabilmente, la preoccupazione per la ricostruzione di quell’epoca e di quel cinema, sarà stato un tale assillo per il regista, da impedirgli costruire e curare in maniera più convincente i personaggi, per una storia comunque difficile e intricata come se ne vedono poche.

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