Venezia 77: “Mila” (Gr. 2020) di Christos Nikou

Un’ottima opera prima!

(marino demata) “Orizzonti” è forse la più interessante sezione della Mostra del cinema di Venezia, in particolare per Rive Gauche – Film e Critica, che, programmaticamente vuole assicurare visibilità agli autori emergenti e alle cinematografie più interessanti e rappresentative di nuove tendenze espressive ed estetiche.
Col primo film in concorso in questa sezione, Mila/Mele, ci immergiamo in una delle cinematografie più interessanti, quella greca, che ha a suo attivo una scuola che fa capo al più celebrato degli attuali registi, Yorgos Lanthimos, del quale abbiamo qualche mese fa recensito La favorita e, più indietro nel tempo, The lobster. Ma Lanthimos non è il solo nel panorama cinematografico ellenico. Dall’osservatorio del nostro Firenze FilmCorti Festival abbiamo potuto ammirare, negli ultimi anni, prodotti veramente pregevoli che stanno ad indicare che qualcosa si muove positivamente entro quell’orizzonte.
Di Lanthimos è stato collaboratore Christos Nikou e, indubbiamente, l’influenza del maestro è riconoscibile in questa interessante opera prima. Mila è la storia di un uomo di mezza età, Aris (Aris Servetalis), che improvvisamente si ritrova solo con sé stesso, senza più alcuna memoria della sua vita, del suo passato, del suo stesso nome. La problematica non è nuova sugli schermi: basterebbe citare Memento, il primo vero grande film di Christopher Nolan, dove il protagonista usa perfino la sua pelle per incidere cose che altrimenti irrimediabilmente dimenticherebbe. E citerei anche Una pura formalità, del nostro Tornatore, ove il personaggio interpretato da Depardieu non riesce a ricostruire, a cause dei “buchi” della propria memoria, una versione convincente del suo passato.
Rispetto agli illustri precedenti, Christos Nikou ha inteso dare un respiro più ampio, decisamente collettivo all’amnesia di cui è affetto il protagonista. Perché non è il solo. Una parte dell’umanità, nell’imprecisato periodo descritto dal regista e nell’atmosfera decisamente distopica che lo caratterizza,  a causa di una improvvisa pandemia, di cui non si conoscono le cause, ha perso ogni nozione su sé stesso, sulla propria vita passata e presente e ogni possibile riferimento al proprio futuro.
Il dramma è dunque collettivo e la società dimostra di non essere impreparata. Di fronte a chi ha dimenticato tutto e non ha con sé nemmeno un documento di riconoscimento, è stato creato il “programma di nuova identità”, che prevede il ricovero ospedaliero di durata imprecisata e variabile e, di fronte all’assenza di ogni persona che possa reclamare il soggetto in cura, una serie di accorgimenti che culmineranno nell’affidare ad ogni malato un piccolo appartamento dove vivere, una polaroid per scattare almeno una fotografia al giorno della nuova vita e dei suggerimenti, attraverso nastri registrati, su come impiegare le proprie giornate. Insomma, preso atto che tutto della vita precedente è stato resettato, il programma ha come obiettivo la costruzione di una nuova vita e di nuovi ricordi.
Eppure il mistero della vita precedente sembra, di volta in volta, trovare modo di manifestarsi. Senza nemmeno accorgersene, Aris offre allo spettatore indizi di un vissuto che non è quello attuale, quello in costruzione. Sono lampi del passato che irrompono di tanto in tanto.
Come nel passato, Aris ama mangiare le mele, ne mangerebbe decine al giorno. Lui sa che lo ha sempre fatto. In un negozio di frutta sceglie le mele, e il proprietario è molto d’accordo sulla sua scelta. Le mele fanno benissimo, dice: “se hai la diarrea, mangi quattro o cinque mele e starai benissimo. Inoltre – aggiunge – le mele fanno bene alla memoria.” Questa frase lascia perplesso Aris. È proprio utile che la memoria si rafforzi? Questa è  domanda che si pone Aris, mentre ripone e mele e prende le arance al loro posto. E questa è una domanda che si pone anche lo spettatore.
Altri lampi del passato: allorché riconosce un cane, che nel passato è stato molto affezionato a lui, e allorché, di fronte alla ragazza che ha conosciuto, anch’ella del programma di Nuova identità, si esibisce a cantare a squarciagola una canzone americana di cui trasmettono la sola musica per radio.
A questo punto sorge il dubbio nello spettatore che l’amnesia di Aris non sia totale e, probabilmente, non è frutto della pandemia. O non lo è del tutto. Il dubbio è che, nel passato di Aris, ci siano elementi così dolorosi e inaccettabili, che sono stati rimossi inconsciamente in un processo psichico  che ha fatto piazza pulita dell’intero passato dell’uomo, perché il passato è pieno di quei contenuti che Aris ritiene inaccettabili e troppo dolorosi.
E allora, se le cose stessero in questi termini, come alcuni atteggiamenti di Aris lascerebbero intendere, allora la pandemia  poco avrebbe a che vedere col suo malessere: essa potrebbe quindi avere solo la funzione di involontario depistaggio nei confronti dello spettatore.  Che si trova di fronte a questi dubbi, ma anche di fronte ad un’opera per certi versi sorprendente, con un protagonista, Aris Servetalis, veramente incredibile: capace di sprigionare ironia e autoironia, capace di farci vivere, con surreale leggerezza,  drammi come la mancanza e il vuoto della memoria che si traduce in vuoto interiore. E tutto questo sempre con un disarmante sorriso, che sembra la formula per mettere d’accordo il presente ricostruito col passato da riaccettare.