Venezia 77: “El arte de volver”/”L’arte del ritorno” (Sp.2020) di Pedro Collantes

Il precariato dei trentenni nel lavoro, nei sentimenti, nella vita

(marino demata) Come tanti trentenni di oggi, Noemi (Macarena Garcia), dopo aver completato brillantemente i suoi studi collegati al cinema e alla sua aspirazione di diventare una brava attrice, si sposta all’estero per perfezionarsi e per portare avanti le sue prime esperienze lavorative. Dopo sei anni trascorsi a New York, ritorna a Madrid, dove la troviamo, nella prima sequenza del film, fare anticamera per poter accedere ad un importante provino di una serie cinematografica, dal titolo L’arte del ritorno, che potrebbe dare una svolta positiva alla sua carriera.
Da quello che accade dopo, lo spettatore coglie agevolmente il carattere fragile e disilluso della protagonista. Dopo aver rinunciato al provino, nella stessa giornata ha una serie di incontri che metteranno a dura prova la sua personalità, ponendola di fronte a realtà sulle quali si rende conto di essersi illusa.
L’incontro con la sorella minore ha molti chiaro-scuri: nell’affetto sincero e nella complicità che le accomuna, si fanno strada rimpianti e rancori, e, soprattutto, la mancanza, da parte di Noemi, di una assiduità nella comunicazione, che si traduce nella reciproca creazione di maggiore solitudine.
Un solo momento diverso è riservato a Noemi dalla sua visita in ospedale al nonno, dove il piacere e la gioia dell’incontro sono però attenuati dalla consapevolezza della gravità delle condizioni del malato. Cionondimeno, l’affetto che lega i due rende possibili momenti gioiosi e allegri, allietati anche dai selfie  grotteschi che essi si riservano.
A mano a mano ci rendiamo conto della precarietà della vita di Noemi, che è precarietà lavorativa, ma anche esistenziale e sentimentale. Sotto quest’ultimo aspetto, Noemi aveva un gande amore, che ha dovuto troncare al momento di trasferirsi a New York, perdendo volutamente e reciprocamente ogni traccia. La ragazza viene a sapere che il suo uomo di un tempo ha sposato una delle sue migliori amiche, che da lui aspetta anche un bambino!  Si incontra con una ragazzo col quale ha mantenuto i contatti, che si rivela supponente e pressappochista nel dare consigli lavorativi e insopportabile nella conversazione anche a letto, dove non riesce a fare ameno di esibirsi in discorsi senza alcun senso che non sia quello di  manifestare la propria imbecillità, finendo per irritare del tutto la sua partner.
Il film è uno spaccato finalmente vero e non edulcorato della generazione ed uno sguardo realisticamente impietoso sulla attuale fascia di età nella quale i giovani, dopo aver magari seminato tanto, si aspettano di raccogliere qualcosa, che offra una qualche certezza nel futuro, nelle stagioni a venire della propria esistenza.

il regista, Pedro Collantes, non è nuovo a trattare tematiche esistenziali fondate sulla difficoltà dei rapporti tra le persone. Ma in questo caso ha centrato l’obiettivo di mostraci la verità: quella di una generazione in bilico tra precarietà e speranze. E questo è un grosso risultato di cui bisogna dare atto a Collantes e che fa passare in secondo piano alcuni difetti strutturali del film: soprattutto il fatto che sia tutto concentrato su cinque o sei scene relative ad altrettanti incontri della protagonista, ciascuno dei quali appare eccessivamente dilatato, al punto da apparire lento e, in buona sostanza, ripetitivo di situazioni che non arricchiscono la trama di elementi di novità.
Ma questi limiti, diciamo di “esecuzione”, del film, passano veramente in secondo piano di fronte alla validità e sincerità della problematica trattata, da tutti più o meno conosciuta, ma mai così esplicitamente denunciata.
Il film sembra implicitamente interrogarsi: cosa manca alla generazione di trentenni, provenienti da famiglie piccole o medio borghesi, per essere felice? Mancano certezze nell’oggi e prospettive reali nel domani.  E allora diciamola pure la fatidica parola: questo è il “precariato”, una sorta di condanna riservata a questa generazione; una condanna alla quale, bene o male, i trentenni di qualche decennio fa erano abbastanza immuni. La verità è che in Spagna, come in Italia o in Francia o in Germania, le legislazioni, purtroppo anche grazie alla debolezza di chi si doveva opporre,  si sono preoccupate di smantellare sistemi di protezione o di prevenzione capaci di garantire maggiori certezze, e hanno invece creato solo provvedimenti, che sembrano fatti apposta per generare instabilità, incertezze, mancanza di futuro.
A chi chiede a Noemi cosa avesse fatto a New York in sei anni sul piano lavorativo, la risposta è: due spot pubblicitari su un tipo di torta e sul mangiare per gatti…
Il film è stato proiettato per Biennale College.