Venezia 77: “Gatto giallo”/”Zheltaya Koshira” (Kaz. 2020) di Adilkhan Yerzhanov

Un’insolita storia d’amore e un inno al cinema

(marino demata) Che ci fanno un ex detenuto, da poco uscito di prigione, con una camicia gialla a fiori che indossa praticamente lungo tutta l‘azione del film, e una ragazza alta, che lo segue come un’ombra in lungo e in largo per le steppe del Kazakistan? Nessuno potrebbe crederci: cercano il posto più adatto per costruire una sala cinematografica. Fin dall’inizio questo film, del regista kazako Adilkhan Yerzhanov, ci mostra un paesaggio desolato, una infinita pianura che va ben oltre l’orizzonte visibile lungo i 360 gradi, ove non c’è proprio nulla, se non qualche casa sperduta, e poche persone, che si muovono senza alcuna fretta in un luogo che sembra totalmente fuori dal tempo. Uno spaccio alimentare, proprio al centro del nulla, è il primo posto nel quale l’ex galeotto, Kermek si reca per cercare lavoro. Gli viene offerto un lavoro come aiutante commesso, ma immediatamente il poliziotto locale rimprovera aspramente i proprietari  di aver dato lavoro ad una persona appena uscita di prigione.
È una strana umanità quella che incontra Kermek nel suo girovagare, nel quale sembra voglia solo orientarsi e ritrovare le misure della realtà, ormai smarrite dopo una lunga detenzione. In questo spaesamento l’unica cosa certa è l’ostilità non solo delle autorità locali, ma, più in generale, delle persone, fatte rare eccezioni. E tra le eccezioni c’è una prostituta, Eva, della quale Kermek si innamora e che viene da lui convinta a seguirlo nel suo peregrinare alla ricerca di un luogo dove costruire la propria sala cinematografica.
Per il resto Kermek, con la sua logica di bravo ragazzo, che persegue un proprio obiettivo che, in definitiva, può non dare fastidio a nessuno, trova invece un mondo che continuamente lo ostacola nei suoi programmi. In particolare, nemica del progetto è la mafia locale, vera e propria piovra che tutto controlla sotto la direzione di un boss volgare, che non ammette, all’interno della zona, schegge impazzite come sembrano essere i due protagonisti della nostra storia. I due vanno fermati e inquadrati all’interno del sistema che non ammette eccezioni, e con le buone e, più spesso, con le cattive, va bloccato l’innocente programma di Kermek ed Eva. I nostri due eroi,  resosi conto della impossibilità della costruzione di un locale adatto, anche per assolta mancanza di fondi, riescono a mettere su, all’aperto, un telone sorretto da alcuni tubolari. È la metafora della nascita del cinema!  E, in mancanza di un vero proiettore e della pellicola, sarà proprio Kermek ad esibirsi, davanti allo schermo, in una “fantastica” interpretazione di Singing in the rain, con l’ombrellino rosso della sua compagna di viaggio.
Come certamente i lettori avranno compreso, questo film, di un autore così lontano, e  non solo fisicamente, dalla nostra sensibilità culturale, riesce a toccare corde inattese, che non possono non destare stupore. Sì, il film è innanzitutto un meraviglioso omaggio al cinema, perché tutta la storia ruota intorno al folle progetto di Kermek di portare il cinema all’interno delle desolate steppe del Kazakistan.  Per questo viene deriso e preso per pazzo, meritevole solo del manicomio. In realtà Kermek ha anche precise preferenze: il cinema francese e il film Le samourai. E il suo ideale è Alain Delon, che del film è il protagonista. Il sogno di aprire una sala cinematografica e proiettare Le samourai ha una sua radice e speigazione: era l’unico film che proiettavano in prigione. E per giunta, il permesso di restare a godersi il film era limitato ad una sola ora. Per questo motivo Kermek dichiara di non aver mai visto il finale del film. Ma non se ne preoccupa. Il film è comunque bellissimo e il finale lui sogna di poterlo vedere nella sala cinematografica che costruirà.

Ma, a parte lo specifico film, che tanto piace a Kermek, tutta l’opera di Adilkhan Yerzhanov è un inno al cinema ed è girato con i modi, i cambi di passo, e i paradossi che ricordano da vicino il cinema della Nouvelle Vague. Senza dimenticare che, in altri momenti,  il film ricorda la poetica degli “ultimi” di Aki Kaurismaki.
Oltre a questo, il film kazano, vive della dialettica tra la coppia dei due sognatori e la cruda realtà che li circonda. E tutto questo induce lo spettatore a riflettere: si può sognare ovunque, anche nel mezzo della steppa del kazakistan. Anche lì è possibile trovare chi saprebbe essere felice solo realizzando una parte dei suoi sogni. Ma, d’altra parte, la dura realtà non ammette sogni e non ammette chi non si integra nel sistema malavitoso, nel quale, invece,  Kermek non vuol assolutamente entrare. Un sistema che è simboleggiato dal titolo del film: Il gatto giallo è il nome che i malavitosi danno a quei gatti che vengono cosparsi di kerosene e ai quali si da fuoco. Una straziante agonia che porta la povera bestia a dibattersi tra i boschi e, contemporaneamente, a dare fuoco alle foreste: altra tra le attività della malavita locale, che riesce a lucrare anche sui boschi avvolti dalle fiamme.
Come il lettore avrà compreso, ci troviamo di fronte ad un inatteso piccolo grande film, con attori straordinari e con un impianto di tutto rispetto. Una delicata storia d’amore e un grande sincero omaggio al cinema. Un sincero plauso, in questo caso, ai selezionatori di Orizzonti, la rassegna che porta importanti novità nel mondo della Mostra del cinema di Venezia.