Venezia 77: “La verità su LA DOLCE VITA(It. 2020) di Giuseppe Pedersoli

La complicata nascita di un capolavoro

(marino demata) Roma 1958. Federico Fellini ha tra le mani una bella sceneggiatura scritta da lui, in collaborazione con Flaiano, Pinelli e Brunello Rondi (quest’ultimo nome oggetto di un contenzioso tra il figlio di Rondi e Pedersoli).
Quella sceneggiatura ha come titolo: La dolce vita.
Questo è il punto di partenza di una storia veramente singolare, la storia della nascita del film La dolce vita.
Personalmente ho sempre affermato che le vicende cha accompagnano la nascita di un film spesso meriterebbero di diventare a loro volta film, tanto sono affascinanti. Dei film di fiction, magari, con attori che interpretano il regista e altri nei ruoli più vari. Alcuni mesi fa, grazie a Netflix, abbiamo avuto il piacere di vedere, per la prima volta, l’ultimo film di Orson Welles, The other side of the wind, storia di un regista che cerca di fare disperatamente un film, girando molte scene, con la collaborazione di amici e conoscenti del mondo del cinema, senza però mai venire a capo del risultato definitivo. Alla fine, il film sarà appunto l’insieme delle scene che descrivono il continuo, disperato tentativo di fare il film. In questo esempio c’è naturalmente molto autobiografismo da parte del grande Orson Welles e siamo su un piano assolutamente diverso rispetto alle traversie che conoscerà invece La dolce vita. Siamo in realtà nell’ambito del metacinema. Decine sono i progetti di Welles non realizzati, da Don Quixote, al Il mercante di Venezia e a tanti altri.
Perché guardando il bel documentario di Giuseppe Pedersoli su La dolce vita mi è venuto in mente Orson Welles e il suo ultimo film? Probabilmente perché è la storia di un regista che, come Fellini, voleva disperatamente realizzare il suo film. Ma anche perché sia Welles che Fellini hanno conosciuto l’amarezza di non riuscire a realizzare alcuni film ai quali tenevano molto. Di quelli di Welles abbiamo già detto. Di Fellini basta ricordare Il viaggio di Mastorna.
E c’è da dire che La dolce vita poteva essere posta accanto a quest’ultimo come uno dei film sognati e mai realizzati. Ma, dobbiamo riconoscere, solo l’altra sera, vedendo il bellissimo documentario di Giuseppe Pedersoli, La vertà sulla dolce vita, abbiamo appunto appreso la verità. La realizzazione del film, dopo lunghissimi e defaticanti mesi di tormenti ha un solo nome e cognome: Giuseppe Amato. Infatti, Fellini, per poterla trasformare in film, si affida, come di consueto,  al più importante “organizzatore” di film della cinematografia italiana, il napoletano Giuseppe (o Peppino) Amato. Nel documentario di Pedersoli non possiamo non amarlo: interpretato magistralmente da Luigi Petrucci, la figura di Peppino Amato si staglia per la sua caparbia volontà di realizzare quel film che lui ha amato fin dal primo momento, fin dalla prima lettura della sceneggiatura, disteso sul letto, in una camera dell’Hotel Excelsior. Dove lo troviamo fermarsi sulla meravigliosa scena di Marcello Mastroianni che cerca, a tarda sera, una latteria per acquistare il latte per il gattino che Anita Ekberg porta in giro sulla sua testa. Ma Amato doveva convincere prima sé stesso fino in fondo. E assistiamo nel documentario anche ad un avventuroso viaggio per chiedere il parere di Padre Pio, che acconsente agli sforzi di Amato.
Le parti più interessanti di questo documentario sono innanzitutto il rapporto con De Laurentis, che aveva un contratto di esclusiva per i film di Fellini. Ci fu una lunga contrattazione e noi apprendiamo, dalla voce dello stesso De Laurentis, che il film fu oggetto di uno scambio. La dolce vita fu ceduta ad Amato e, in cambio, De Laurentis ebbe La grande Guerra.

Terminata questa operazione, inizia la fase più critica: convincere Rizzoli ad investire pesantemente sul film, con un budget che costantemente lievitava arrivando a diventare il doppio rispetto alla cifra preventivata dallo stesso Fellini di 400 milioni. Non era facile contenere Fellini sulle spese del film e neanche sulla durata dello stesso, il cui girato arrivò fino alle quattro ore, cioè una lunghezza che faceva andare Rizzoli su tutte le furie.
Fino all’ultimo giorno Amato, a prezzo della sua stessa salute,  difese Fellini e il suo progetto. Riuscì nel suo compito di mediare il non mediabile. Il documentario termina con le lunghe code e la folla in delirio per assicurarsi il biglietto di ingresso per vedere il film. E non poteva mancare un capitolo dedicato alle pesanti critiche al film da parte del mondo cattolico, ma anche la strepitosa accoglienza che il film ebbe in Francia, dove, tra l’altro, vinse la Palma d’Oro a Cannes.
Ma Fellini, ne La dolce vita, ha descritto qualcosa che esisteva realmente e nei termini con i quali ce l’ha mostrata? Il documentario di Pedersoli non pone direttamente questa domanda, ma la fa porre a Bernardo Bertolucci, nel filmato di una storica intervista. In realtà – afferma sorridendo Bertolucci – la dolce vita non c’era prima di Fellini, ma è nata col film, in seguito ad esso. La magia del cinema che non descrive la realtà, ma la cambia. “L’invenzione di un universo dal nulla. Ecco che cosa mi ha spinto definitivamente a passare dalla poesia al cinema. Ed era straordinario. Era un’invenzione incredibile.” Così il giovane ed entusiasta Bertolucci descrive La dolce vita.
Importante la scelta dei giudizi sul film operata da Pedersoli. Ci sembra significativa il lungo giudizio espresso da Pier Paolo Pasolini, che, si badi bene, non è un giudizio sul film: egli  si sofferma invece sulle caratteristiche, innegabilmente negative, dei personaggi:  “Tutti cinici, tutti egoisti, tutti viziati, tutti presuntuosi, tutti vigliacchi, tutti servili, tutti impauriti, tutti sciocchi, tutti miserabili, tutti qualunquisti. E’ la mostra della piccola borghesia italiana nel suo ambiente che ne esalta gli aspetti. Eppure, non c’è nessuno di  quei personaggi che non risulti puro e  vitale, presentato sempre nel suo momento di energia quasi sacra. Osservateli: non c’è un personaggio triste che non muova compassione. A tutti tutto va bene, anche se va malissimo. Vitale ognuno nell’arrangiarsi a vivere pur col suo carico di morte e incoscienza”.
Ma Fellini non si preoccupa di dare valutazioni di carattere morale. E ci spiega, alla fine, le ragioni delle parole che compongono il titolo. E, in particolare, il senso di quell’aggettivo, “dolce”:  “Quando ho  pensato a quel titolo, era proprio intendere che questo racconto con personaggi anche drammatici, con situazioni penose, il senso di disagio crescente, nonostante le contraddizioni, gli stridori,  lo smarrimento, ma, nonostante questo, la vita aveva una sua misteriosa, innegabile dolcezza”.