“Sto pensando di finirla qui” (Usa 2020) di Charlie Kaufmann

Un un film completo, poetico, surreale ed esistenziale

(antonia del sambro)
La vita in una fattoria può essere davvero dura.
Questa frase che ricorre per buona parte della nuova pellicola di Charlie Kaufmann*, tratta dallo sconvolgente e meraviglioso romanzo di Iain Reid, è ancora più significativa della frase che ripete continuamente Lucy, la protagonista del film, è che è appunto: Sto pensando di finirla qui / I’m Thinking of Ending Things.
E sì, perché nella frase di Lucy lo spettatore può capire o immaginare quasi immediatamente a cosa la protagonista può riferirsi, nella frase della fattoria, invece, c’è tutta l’intera poetica del film. Una poetica fatta di non detto, di interpretazione personale, di trabocchetti e deviazioni che il regista costruisce con cura e genialità appositamente per non far capire un bel nulla allo spettatore. Ed è vero. È verissimo che lo spettatore continua a rimanere spiazzato per tutta la visione, ma è anche vero che nel frattempo si gode il “non senso” della trama che parte dall’incontro di due ragazzi in un locale e dalla loro decisione di frequentarsi. Chi ha conquistato chi, o chi ha corteggiato chi alla fine non ha nessuna importanza. La stessa protagonista, a tale proposito, racconta all’interno della stessa pellicola due versioni del tutto opposte e affatto coincidenti. Ma ancora una volta non ha importanza! Il senso del film è un altro. È il difficile mestiere di vivere, che si sia una ragazza di città cresciuta in un appartamento o un ragazzo di campagna cresciuto in una fattoria dove gli agnelli che muoiono non vengono seppelliti fino al disgelo e i maiali vengono mangiati vivi dai vermi. Ma, come dice lo stesso maiale immaginario in una delle sequenze della pellicola: “qualcuno nella vita il maiale che muore mangiato dai vermi in una fattoria lo deve pur fare”. È un ruolo, quindi, quello che viene dato agli esseri viventi dall’universo. Da forze che neppure conosciamo. E gli uomini, tutti gli esseri umani, a un certo punto della loro esistenza, dopo non aver potuto scegliere nulla, né genitori, né posto in cui nascere, né aspetto fisico o qualità intellettive, possono però scegliere di finirla. In realtà, nel film di Kaufmann la frase che continua a ripetere nella sua mente Lucy, durante tutto il viaggio in macchina con il suo neo fidanzato Jake, non è affatto precisa neppure essa.

Finirla qui, infatti, può significare molte cose, perché l’esistenza stessa della ragazza è in quel momento un gran casino. Jake non è il principe azzurro che lei pensava e se ne sta accorgendo da mille piccoli dettagli, ma neanche la sua carriera come studiosa di fisica, artista e scrittrice di poesie sembra essere decollata. Poi, ovviamente, c’è tutto il fattore dell’esistenzialismo, su cui l’intera pellicola poggia. Pertanto, lo spettatore può e deve decidere, “Sto pensando di finirla qui”,  a cosa farla riferire precisamente come frase. Almeno fino al finale, che è talmente indovinato anche questo che gli spettatori penseranno solo per un attimo di aver capito qualcosa, ma in realtà finiscono col restare con un grandissimo dubbio. E la meraviglia del film è proprio questa. Il film di Kaufmann, infine, oltre a poggiare su una interpretazione magistrale di attrici come Tony Collette nei panni della madre di Jake e di Jessie Buckley nel ruolo della protagonista Lucy, parafrasando il romanzo di Reid, è anche un film sul cinema, o comunque sull’arte in generale che va dal musical alla poesia, dalla fotografia alla pittura, dalla recitazione al ballo, quest’ultimo con scene davvero toccanti. Insomma, un film completo, poetico, surreale ed esistenziale dove si ride anche parecchio nelle scene i cui tutti gli attori parlano tra loro ognuno di un argomento diverso come se fossero dei pazzi con grossi problemi di comunicazione. Ma anche questo, in realtà, è solo un escamotage autoriale perché se ci si sofferma per bene su quello che ognuno dei personaggi dice si trova la cifra interpretativa del film, che alla fine è più semplice di quello che si pensa.  

*Il regista del film, Charlie Kaufmann è un importante sceneggiatore, vincitore dell’Oscar per la migliore sceneggiatura con Eternal Sunshine of the Spotless Mind, è stato anche premiato per Essere John Malkovich e per Il ladro di orchidee/Adaptation.