“Traffic” (Usa 2000) di Steven Soderbergh

Quattro Oscar premiano la consueta bravura di Soderbergh

(marino demata) Steven Soderbergh ha girato il film Traffic esattamente dieci anni dopo la produzione da parte della TV inglese Channel Four di un film in cinque puntate  intitolato Traffik, che ha come soggetto la nascita dell’eroina nei poveri campi degli agricoltori pakistani, fino ad arrivare poi, attraverso vari passaggi, in Inghilterra, distribuita clandestinamente come mercanzia pregiata. A dieci anni di distanza Soderbergh ritorna sull’argomento, saltando, per brevità di narrazione, la fase della nascita delle piantine nelle piantagioni del cento America e soffermandosi invece sul decisivo snodo del passaggio della preziosa mercanzia dal Messico agli Usa. In particolare, Soderbergh si sofferma sulle due città nevralgiche, le due vere stazioni di posta di questo itinerario: la città messicana di Tijuana e San Diego, al sud della California. Nel passaggio tra le due città e il frenetico confine attraversato giornalmente da svariate migliaia di auto, avviene il traffico di gran lunga maggiore rispetto a  tutto il resto del traffico di droga verso gli Stati Uniti-
Traffic non è tanto un film sulla droga, sui suoi effetti, ma un film, esattamente come dice il titolo, sul traffico della droga e sulle sue implicazioni e derivazioni e soprattutto sui suo protagonisti.
Come capita spesso  quando si affrontano temi così complessi che hanno una pluralità di sfaccettature, Soderbergh ha realizzato questo film valendosi di un ampio cast di attori che servono  a dare vita a  numerosi personaggi. Si tratta di storie solo parzialmente intrecciate tra di loro, ma in parte sono anche storie parallele che non si incontrano mai, ma che comunque servono a Soderbergh ad offrire un quadro completo ai fini della sua narrazione.
La droga sembra, nel film di Soderbergh, dividere le persone in due categorie, che trascendono le differenze tra i due Stati: quelli, Americani e Messicani, che combattono questo traffico, e quelli, anche qui di entrambi i versanti, che vivono dei proventi della droga stessa. Al di là di questa distinzione c’è la enorme massa di persone, spesso ragazzi o ragazzini, che sono vittime e schiavi della droga.
E Soderbergh è molto bravo a scegliere grandi attori da distribuire in entrambi gli schieramenti
I primi personaggi di cui veniamo a conoscenza sono due agenti della polizia messicana che si destreggiano, come possono, nella lotta tra i due principali cartelli della droga operanti in Messico. Si tratta di Javier Rodriguez (Benicio Del Toro), che si accontenta della modesta paga che viene elargita agli agenti messicani e cerca di vivere in pace. L’altro agente a lui accoppiato ha invece idee più in grande, non si acconteta della paga modesta, e cerca di lucrare sulla vendita di informazioni, infilandosi inevitabilmente in situazioni molto pericolose.
Su versante americano troviamo il giudice Robert Wakefiekd (Michael Douglas), nominato dal Presidente degli USA a dirigere l’intero comparto della lotta al traffico di droga. Il suo tallone di Achille è la propria figlia sedicenne Erika, irretita nel traffico locale della droga divenuta schiava di essa dopo aver provato il crack.
in questo contesto, bisogna dire che, con la sua consueta bravura e senza mai ergersi a giudice né mettersi in cattedra, Soderbergh sceglie un taglio non moralistico, ma teso ad illustrare piuttosto la complessità e rilevanza del problema e a soffermarsi soprattutto sulla sorte che tocca a gran parte delle vittime, a meno che non si abbia un padre importante come la povera Erika, che decide di dedicare la vita al recupero della vita della figlia.

Quello che vuole quindi mostrarci Soderbergh è la complessità della situazione e la necessità innanzitutto di combattere la corruzione, che è equamente distribuita tra la polizia statunitense e messicana, con un chiara prevalenza da parte di quest’ultima.
Da tutto questo  che abbiamo narrato, che è il quadro principale del film, ovvero il suo asse portante, si dipartono molte sotto-storie minori, che pure hanno il loro rilievo e che, tra l’altro , sono illustrate anche  da grandi attori, come Catherine Zeta-Jones, Amy Irving, Dennis Quaid, Don Cheadle, Luis Guzman e tanti altri.
Dal punto di vista tecnico, qui Soderbergh ritorna ancora una volta sui filtri colorati, che sono una della sua passioni costanti in molti film (ricordiamo, uno su tutti, i famosi filtri verdi di  Underneath /Torbide ossessioni. In questo film usa prevalentemente un filtro blu non molto intenso per le scene girate nelle città americane, mentre adopera u filtro color terra per le sequenze riferite al Messico. Dunque, la scelta dei filtri, in questo caso non è arbitraria, ma ha anche la funzione di orientare lo spettatore, all’interno dei continui capovolgimenti di fronte che il film offre, su dove esattamente si trovi nella sequenza che sta vedendo in quel momento.
Per il resto Soderbergh fa continuo riferimento alle sue indubbie e celebrate capacità di indipendenza da ogni strutturazione di tipo convenzionale. Più volte ha girato le spalle alle regole di Hollywood, delle quali si è spesso apertamente infischiato con dichiarazioni molto esplicite di dissenso rispetto ai sistemi lì consolidati. Bisogna dargli atto che il più delle volte ha ascoltato solo se stesso e quello che a propria mente gli diceva di fare.
In questo caso ha avuto veramente ragione ed i riconoscimenti gli sono venuti da molto alto: quattro premi Oscar tra i più prestigiosi  non sono certo uno scherzo, visto che parliamo di miglior regista, miglior sceneggiatore (Stephen Gaghan), migliore attore non protagonista (Benicio del Toro) e miglior montaggio.


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Sesso, bugie e videotape (1989): https://wp.me/p3zdK0-22l
Piccolo, grande Aaron (1993) https://wp.me/p3zdK0-4gq
Torbide ossessioni (1995): https://wp.me/p3zdK0-4a7
Traffic (2010): https://wp.me/p3zdK0-4Ag
Ocean’s eleven (2001): https://wp.me/p3zdK0-4iw
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