“Quei bravi ragazzi” (Usa 1990) di Martin Scorsese

Il racconto di 30 anni di gangster story, 30 anni dopo.

(marino demata) Nel 1990, a quasi venti anni dal suo primo giovanile gangster movie, Mean streets, Scorsese realizza un nuovo film sulla malavita, che riprende molti dei temi già contenuti nel film precedente, ma con una ormai strabiliante capacità narrativa congiunta ad una perfetta padronanza dei mezzi tecnici, che lo rendono un capolavoro del genere.
Il film è basato su una storia vera, molto più di Mean streets, ove personaggi e situazioni risentono di dati autobiografici e quindi della voglia dell’autore di raccontate se stesso, la propria giovinezza a Little Italy, le contraddizioni del suo animo. Anche se poi, in quel film,  Scorsese riesce mirabilmente a coniugare l’autobiografismo con il documentarismo col quale, tra meravigliose immagini e musica a volte colorita, descrive le gesta di piccoli gangster o aspiranti tali.
Quei bravi ragazzi è basato su una storia vera, anzi su storie vere del mondo della malavita organizzata a New York nel corso quasi di un trentennio, con alcuni dei protagonisti ancora viventi e ai quali Scorsese, De Niro e gli altri membri del cast hanno chiesto frequenti consigli. Questo dato ha indubbiamente accentuata la propensione di Scorsese al documentario e così il regista si è sentito molto volentieri quasi obbligato a dare un taglio decisamente realistico alla storia narrata.
Il personaggio principale del film é l’italo-irlandese Henry Hill, interpretato nel film da Ray Liottasnapshot_dvd_00.20.16_[2019.12.09_18.57.10]. Attorno a lui ruotano le vicende di tutti gli altri personaggi. Si prenda ad esempio la prima parte del film: è come un “romanzo di formazione” del giovanissimo Henry, che, di fronte alle difficoltà sue e della propria famiglia, sceglie di voler diventare un gangster, proprio come quelli che vivono al marciapiede di fronte. “Per me, – dice agli spettatori la voce fuori campo di Henry/Ray Liotta, che si racconta – essere un gangster era meglio che essere il Presidente degli Stati Uniti.” E poi, una volta entrato nel “sistema” e, pur incaricato solo di piccoli lavoretti, Henry si sente importante: “Avevo il mio posto. Ero trattato come un grande. E ogni giorno rimediavo qualcosa.” E infine, il fatto più importante per lui: ” a tredici anni guadagnavo più soldi degli adulti del quartiere.”
Henry riuscirà a mettere insieme una fortuna straordinaria, grazie anche a felici intuizioni e ad alcuni “colpi” fortunati, come quello agli uffici della Air France, realizzato con la complicità dei suoi più stretti amici, Jimmy Conway (Robert De Niro) e Tommy DeVito (Joe Pesci). Ma, nel suo percorso, non mancheranno gravi scivoloni sia nei suoi “affari”, che lo porteranno ad un lungo soggiorno in carcere, sia anche nella vita privata, dove Henry diventerà presto insofferente della donna che si è scelta come moglie (Lorraine Bracco), preferendole un’altra donna.

Ma, proprio su questo episodio famigliare, si sofferma Scorsese, per cogliere l’occasione di sottolineare le ferree regole dettate dagli stati maggiori della malavita, che non gradisce grossi problemi di famiglia per i propri affiliati. Pertanto, a Henry viene consigliato di sistemare le cose in famiglia come se nulla fosse mai successo e soprattutto senza traumatiche separazioni
Dunque non si sfugge alle regole del sistema che in più occasioni richiama all’ordine i propri affiliati. E questo è uno dei punti sui quali Scorsese batte maggiormente in Goodfellas, così come negli altri suoi gangster movies. Conoscere l’universo malavitoso vuol dire conoscere innanzitutto le sue regole.
Alcune ce le ricorda direttamente la voce fuori camp di Henry, allorché, raggiunto l’obiettivo di entrare a far parte del clan malavitoso, afferma “Per essere membri di un clan devi essere italiano al 100 per 100. Così possono risalire ai tuoi parenti, al paese…È il massimo onore che si può ricevere. Così fai parte di una famiglia, di un clan. Nessuno può fotterti e tu puoi fotterti chi vuoi”.
Altre norme, sempre tutte rigorosamente “non scritte” le ricorda Jimmy Conway (Robert De Niro), forse il più serio dei tre bravi ragazzi del film, dei quali è una sorta costante richiamo all’ordine e alle regole. Lo ritroviamo ad affermare “mai tradire gli amici e tenere sempre la bocca tappata”. Proprio per questo appare anche come il personaggio più sfocato e privo di quella tensione dialettica e quelle contraddizioni di cui sono ricchi invece gli altri due bravi ragazzi, Henry e Tommy De Vito (Joe Pesci, unico premio Oscar delle sei nomination guadagnate dal film). Quest’ultimo è la personalità più ricca e vivace del terzetto. Incapace a sua volta di dare alla sua vita da gangster unsnapshot_dvd_00.04.07_[2019.12.09_18.40.12] comportamento consono alle ferree regole del sistema, è spesso preda di irrefrenabili momenti di umorismo e di ilarità, come nella famosa scena in parte, improvvisata dai tre attori, dove rinfaccia ad Henry di averlo chiamato “buffo” (“buffo come?”), con un tono ed una serietà così intensa che lo spettatore non sa se la scena finirà tragicamente oppure in modo scherzoso.
Tragicamente finirà invece una rissosa discussione con Billy Batts, un malavitoso appartenente agli alti ranghi di un clan rivale e quindi di per sé un intoccabile. Questi sarà vittima di uno degli eccessi di colera dello sregolato Tommy.
Violare le regole è anche dedicarsi ad affari non consentiti dalla mafia. Uno di questi, considerato dall’organizzazione il più pericoloso, è il traffico di droga, col quale Henry comincerà ad avere dimestichezza durante il suo periodo in carcere. E’ una scelta che non passerà inosservata e che costituirà l’inizio del rovinoso declino del personaggio interpretato da Ray Liotta.
Le storie di gangster raccontate in questo film da Scorsese sono tratte dal romanzo di Nicholas Pileggi, che si presenta come una cronaca fedele e uno spaccato della vita e delle gesta di tre gangster seguiti nell’arco di quasi trenta anni, all’ombra di una gerarchia incarnata del personaggio di Paul Cicero, mirabilmente interpretato da Paul Sorvino. E una cronaca fedele come quella di Pileggi – che sarà poi co-sceneggiatore di Casinò – è l’ideale per Scorsese, che, come abbiamo visto, continua ad appassionarsi alle descrizioni documentaristiche, facendo di molti dei suoi film del “quasi-documentari”.
La novità in questo film è il tono, fortemente voluto dallo stesso regista, sempre grottesco, a volte cinicamente umoristico, col quale vengono descritte (e a vote raccontate, dalla voce fuori campo) le imprese dei tre “bravi ragazzi”, anche quando improvvisamente volgono in chiave tragica. Lo stesso omicidio, nella logica dei tre gangster, viene visto come una conseguenza spesso inevitabile e comunque da mettere preventivamente in conto. Niente dunque di filmicamente traumatico: lo spettatore viene calato subito in questo andamento grottesco-tragico del film e gradatamente si abitua ad esso, aspettandosi che ogni impresa del terzetto possa virare improvvisamente in qualcosa di non previsto. Questo aspetto, secondo il nostro avviso, assicura una partecipazione addirittura preventiva dello spettatore ad ogni possibile esito, anche il più imprevisto, che le loro imprese possano avere.
Scorsese riesce a padroneggiare l’intera materia, grazie anche alla ottima sceneggiatura scritta assieme a Pileggi, con consumata esperienza, realizzando così un film perfetto, dove è quasi impossibile trovare dei difetti, un film dove si condensano le sue precedenti esperienze cinematografiche e che rappresenta la summa mai raggiunta dal genere “gangster movie”.