“The social dilemma” (Usa 2020) di Jeff Orlowski

Mali e dipendenze dai Social media: parlano gli inventori “pentiti” di segmenti diabolici di essi (Algoritmi, Like e Fake news)

(marino demata) Qualcuno, leggendo le informazioni o vedendo i trailer di The social dilemma, può pensare che si tratti del solito documentario, in parte di denuncia, dei mali che derivano da un uso squilibrato dei social media. E in parte è proprio vero. Ma c’è una differenza profonda rispetto ad altri film del genere: questo è un docu-film, quindi non esattamente di fiction, perché a parlare in gran parte sono proprio scienziati e studiosi che hanno inventato i social network o segmenti importanti di essi. E in tal modo il film diventa anche una sorta di confessione degli errori compiuti da questi scienziati del network, che, in massima parte in buona fede, hanno lavorato creando meccanismi infernali a tutto utile dei loro padroni. Quelli che seggono sulle poltrone nelle stanze all’ultimo piano e che verificano, con i loro più fidati collaboratori, quali utilità e secondi fini si possono raggiungere attraverso le invenzioni delle belle e ingenue menti che lavorano di sotto.
Uno di questi ultimi afferma: all’inizio sembrava che, grazie alle nostre ricerche e invenzioni, stavamo creando un mondo migliore. Coi network si potevano stringere nuove amicizie in ogni parte del mondo, scambiarci esperienze affascinanti, ricevere informazioni utilissime da persone che erano guarite da pericolose malattie, riuscire ad organizzare perfino trapianti di organi. Insomma, cose meravigliose e impensabili. Dunque, i network al servizio dell’umanità!
Ma poi, purtroppo, questa frase si è trasformata nel suo opposto: L’umanità al servizio dei network.
E questa radicale trasformazione avviene in un periodo ben determinato: gli ultimi 10 anni, dal 2010 è cominciata la corsa sfrenata ad un utilizzo “drogato” dei network, che, proprio come una droga, creano meccanismi dei quali non puoi fare più a meno nella vita.
I primi imputati sono le app scaricate sui cellulari, che trasformano questi ultimi in strumenti imprescindibili della vita soprattutto dei giovani. Nel film una madre chiede ai figli e ai commensali di consegnare i loro cell durante la cena e li ripone in un contenitore di plastica. Dopo solo qualche minuto si vedono i volti di quei ragazzi che somigliano ai volti di chi comincia ad essere in crisi di astinenza da droghe. Finché qualcuno comincia ad alzarsi e a recarsi verso lo scatolo di plastica. In una sequenza successiva, ad un ragazzo che trova il cell rotto, la madre dà ampie assicurazioni che in una settimana ne avrà uno nuovo. Al terzo giorno il ragazzo ormai non ce la fa più: deve ricollegarsi col mondo. O meglio, col suo mondo, quello creato per lui, a sua immagine e somiglianza. Da questa affermazione parte tutta la gravità di ciò che sta accadendo negli ultimi diedi anni, e che proprio gli inventori dei vari meccanismi ci confidano in questo interessantissimo film: i social media stanno avendo un impatto dirompente e pericoloso sulla nostra cultura. Il male non sono i social media in sé. Abbiamo visto all’inizio a quali benefici sono stati capaci di portarci. Il male sono tutte le invenzioni collaterali che hanno trasformato in peggio i social.
The social dilemma ti spiega, ad esempio, quale rivoluzione in negativo è riuscita a portare l’invenzione degli “algoritmi” e di altre sofisticate invenzioni collaterali. Attraverso tali sofisticati ritrovati, il network ti spia, capisce i tuoi gusti e le tue tendenze, invade completamente la tua privacy, che praticamente non esiste più. Ma non si limitano a conoscere tutto di te, in modo da offrirti le merci che più si confanno ai tuoi gusti e tendenze. Vanno molto  più avanti: vogliono anche modificare i tuoi gusti, in modo da creare nuovi bisogni e nuovi consumi, in modo che tu possa spendere soldi per i prodotti che ti vengono proposti e che magari non si venderebbero, se non ci fosse una modificazione dei tuoi gusti e la creazione di bisogni indotti.
Acquistare quindi i prodotti attraverso l’attivazione di nuovi bisogni artificialmente indotti. Fino a quando tu stesso diventi un prodotto venduto al migliore offerente. Questo vale in campo economico, perché, partendo dalle proprie tendenze e dai bisogni artificialmente indotti, ogni persona può essere venduta a coloro che producono merci che sicuramente saranno acquistate dalle persone alle quali sono stati inoculati i nuovi bisogni. Ma questo vale anche in campo politico. Anche in questo settore si determinano gusti e bisogni indotti, che tendono a modificare le ideologie di partenza o l’educazione di base di ogni giovane. È quello che accade col proliferare delle ideologie antidemocratiche e populiste. E ogni mente che comincia a barcollare perché colpito dalla “bontà” del populismo, è un appetitoso boccone, venduto e pagato a propria insaputa, perché entri nel recinto giusto.

Trailer in italiano

E, in quest’ambito, come ci spiegano i tecnici intervistati nel film, cosa è il proliferare, da dieci anni a questa parte, di siti specializzati in fake news? Perché le false notizie interessano più della verità? Logicamente e razionalmente dovrebbe esser il contrario. Ma non è così. Sempre più persone sono attratte dalle fakes, e quando tu gli sbatti in faccia la verità, non ti seguono, dicono che sei tu quello che dice bugie. Sembra di essere ritornati al Galileo di Bertold Brecht. Galilei dimostra che la terra gira intorno al sole e non viceversa e invita i gesuiti ad osservare nel cannocchiale. Ma questi rifiutano di vedere il vero. Perché il vero contraddice le false informazioni nelle quali vogliono continuare a credere. La verità non è poi così interessante. Al contrario. È scomoda e ci fa mettere in discussione le nostre certezze e quindi noi stessi. Non va bene.
E, con una reazione a catena, se l’Intelligenza Artificiale, che governa questo sistema da almeno diedi anni, si  rende conto che tu cominci ad essere interessato alle fake news, perché ti piace crederle vere, te ne propinerà sempre di più, finché non crederai ad un mondo e ad una realtà che non esistono. Ma intanto, finchè non riuscirai a disintossicarti si sono assicurati la tua vita e il tuo…voto.
Quello che si sta creando nelle persone  è una serie di dipendenze che è molto difficile spezzare. In tal modo crescono le verità che vengono negate, Crescono i movimenti negazionisti. Si nega tutto, le verità e le cose più evidenti, che vengono trasformate per e da i negazionisti in informazioni false e diaboliche  per portare la tua mente in direzioni opposte e indesiderate.
E ancora, in The social dilemma si parla anche dell’invenzione del LIKE. Nel film ne parla proprio il suo inventore, Justin Rosenstein. Che male c’è, si diceva in un primo tempo, ad offrire un segno di apprezzamento per il tuo lavoro, per una tua foto, per una tua massima? In breve tempo il LIKE è diventato un imprescindibile necessità. È una vergogna avere pochi like. Sorgono siti che promettono centinaia o migliaia di like dietro compensi variabili a seconda del sistema adottato. Ma c’è di più e peggio. Che succede se una ragazza nota che la propria fotografia ha ottenuto pochissimi LIKE rispetto a quelli della sua amica? Cosa succede nel suo animo? Ci siamo mai chiesti perché negli ultimi anni sono vertiginosamente aumentati i fenomeni di ansia, depressione, autolesionismo e i fenomeni di suicidio?
Su questo punto i film si riconnette ad un altro recente film, che abbiamo recensito qualche tempo fa: The hater di Jan Komasa, che ci mostra come il “mi piace” possa essere utilizzato al contrario, e cioè come, si possa creare un circuito vizioso che, anziché portare una persona nel paradiso dei LIKE, la porta, soprattutto attraverso un ben congegnato sistema di fake news, nel fango. Si crea una vera e propria macchina del fango contro un qualsiasi nemico che si voglia distruggere.
La parte finale del film, forse un po’ frettolosamente, accenna a quali rimedi; essere capaci di sviluppare uno spirito critico e trovare le informazioni giuste. Più facile a dire che a farsi. Soprattutto in una realtà come la nostra dove il primo regno delle fake news è la stampa, anche quella nazionale e importante, dove  il titolo di un articolo afferma esattamente il contrario di quello che l’articolo stesso dice. Pensate: in alcuni giornali nazionali è un fenomeno che accade 7 volte su 10!
I suggerimenti, dunque, sono ancora pochi e vaghi. Bisognerebbe che scienziati come quelli che hanno creato i mostri, LIKE e algoritmi, siano capaci, magari loro stessi, di distruggerli o perlomeno di dar utili suggerimenti se non veri e propri antidoti. Sarà sufficiente lo sviluppo su vasta scala (ma come?) dello spirito critico? Del non credere  e non accettare in toto quello che Facebook ti dice? Forse si può cominciare a inoculare il dubbio. Ma su questo piano avremo bisogno disperato, per noi e per i nostri figli, di uscire dal tunnel della dipendenza con l’indicazione di contromisure e di comportamenti, sui quali il film e la stessa realtà, purtroppo, dicono ancora molto poco. Il futuro sarà la realizzazione di una utopia o distopia?