“The mothman prophecies” (Usa 2002) di Mark Pellington

Nella versione italiana: “Voci dall’ombra” (??!!)

(marino demata)   “Basato su fatti realmente accaduti”: devo dire onestamente che diffido sempre dei film che vengono accompagnati da questa frase, che viene posta solitamente nella presunzione (forse reale), che possa così attirare più spettatori o comunque interessare di più. Personalmente ho sempre ritenuto che un film sia un film: sia esso basato su una storia vera, sia basato su un buon romanzo o su una semplice sceneggiatura, andrebbe comunque giudicato nel suo essere film, se cioè alla fine può essere giudicato un buon film o meno, a prescindere dalla sua aderenza a fatti realmente accaduti. Per i quali, incidentalmente, si può anche verificare come sono stati trasposti nel film, ma questo, a volte, rischia di distrarci da una visione senza pregiudizi e da un commento improntato ad obiettività.
The mothman prophecies è appunto un film basato, come ci dice la pubblicità, su fatti realmente accaduti e questa affermazione inevitabilmente ci induce a porci una domanda generale in sede di commento, dopo aver visto l’intero film: quali sono i fatti realmente accaduti e quali sono invece i fatti costruiti (e in certo senso aggiunti) da regista e sceneggiatore? La domanda è legittima, perché nel film i fatti sono veramente tanti ed è impossibile credere che derivino tutti dalla realtà. Anche perché alcuni sono talmente irreali e misteriosi che è assolutamente lecito dubitare sulla loro veridicità. E allora, se vogliamo continuare ad andare avanti con questi gioco che, lo ripetiamo, ci distrae da una corretta valutazione del film, possiamo azzardare alcune valutazioni.
E cioè possiamo dire con certezza, perché il web ne è pieno, che è realmente accaduta una psicosi di massa che ha attanagliato, alla fine degli anni ’60 un’intera area e un intero paese, Point Pleasant nel West Virginia, dove, tra il 1966 e il 1967 sarebbero stati avvistati molti “mothmen” /uomini-falena, e cioè mostri neri caratterizzati da occhi di un rosso molto luminoso. Come succede spesso in questi casi, moltissimi cittadini dichiarano di averli effettivamente visti.  A questi esseri mostruosi sono stati attribuiti molti dei guai che hanno attanagliato la zona in quel periodo, tra cui  il misterioso crollo del Silver Bridge sul fiume Ohio, che attraversa la cittadina. Anche se, secondo altri, i mothmen avrebbero in realtà avvertito profeticamente l’imminente caduta del ponte, limitando così le vittime a 36 persone.
Dunque questi sono i fatti reali dei quali siamo stati costretti ad accertarci e sui quali, in realtà, non c’è alcun mistero perché la “rete” è piena di queste cronache. E allora, appurato che il fatto reale è costituito da una psicosi di massa ben localizzata nel tempo e nello spazio, e dalla credenza che tali fatti siano reali e non frutto di fantasia, il regista Mark Pellington li mette diligentemente insieme. Ed ha inoltre l’abilità e il merito di creare alcuni personaggi che si ritrovano in quel tempo e in quei luoghi di fronte a fatti che appaiono misteriosi, a tal punto da costituire una buona cornice per un thriller a sfondo demoniaco, sufficientemente valido, malgrado qualche esagerazione e qualche artificio di troppo. Aggiungiamo, a tutto questo, due ottimi attori come Richard Gere e Laura Linney, entrambi in buona forma, e avremo la miscela più gradevole per un film ben confezionato e piacevole nel suo intrigo ricco di misteri.

Richard Gere è John Klein, un giornalista del Washington Post, alla ricerca di una casa per sé e per la sua compagna, Mary. Li troviamo, in compagnia dell’agente immobiliare, in visita ad una casa che sembra piacere a entrambi. La prima stranezza del film è che, non si sa bene perché, la casa viene visitata nelle ore serali, cioè al buio. Né si capisce bene, per la verità, come ad entrambi venga l’improvviso raptus che li spinge a stendersi sul pavimento della stanza-guardaroba a fare sesso, mentre l’agente immobiliare si trova nella camera attigua. E poiché questa è la prima scena del film, viene subito di chiedersi se per caso questo sia il primo dei misteri promessi dalla sua pubblicità. Credo che tale battuta sia d’obbligo!
La scena successiva ci mostra la coppia in auto, in un percorso notturno e solitario, allorché – e questo è il vero primo mistero – uno strano essere nero sfonda il parabrezza dal lato della compagna di John, ferendola gravemente. È indubbiamente la prima apparizione del mothman, che costringe Gere ad accompagnare sua moglie in ospedale. Dopo lunga degenza, la donna muore di un tumore molto raro, lasciando John in uno stato di prostrazione ma anche pieno di dubbi su quanto accaduto. E in particolare se il tumore possa essere derivato dal colpo subito dal mothman.
il secondo mistero è che John, in una delle frequenti uscite notturne in auto, che è solito fare da quando la moglie è morta, si ritrova improvvisamente nel paese di cui abbiamo parlato prima, Point Pleasant, ad oltre 400 miglia da Washington (percorse misteriosamente in tempo molto breve, del quale lui stesso stupisce) con la macchina in panne. Malgrado l’ora tarda, bussa alla porta di una casa vicina per chiedere soccorso oppure l’uso del telefono. Ed ecco, puntuale, il terzo mistero del film: l’uomo che apre la porta di casa inveisce all’indirizzo di John, accusandolo di averlo perseguitato per tre sere di seguito  come uno  stalker assolutamente insopportabile. Solo l’arrivo della polizia, nella persona di una tranquilla e ragionevole agente (Laura Linney) riesce a impedire al proprietario della casa di premere il grilletto del fucile puntato su John.
E a questo punto ci fermiamo, lasciando allo spettatore il compito di ragionare da solo su almeno un’altra decina di circostanze misteriose simili alle prime che abbiamo fin qui descritto.
Richard Gere, nei panni del reporter del Whasington Post, devastato dalla morte della moglie è, come spesso, molto bravo e credibile, riuscendo a coniugare bene il dolore che si porta dietro, con l’acume e l’intelligenza nell’affrontare la sequela di cose misteriose che succedono a Point Pleasant. Laura Linney, nei panni della poliziotta bonaria e  piena di buon senso, conferisce all’ambiente esagitato del paese, una nota razionale e di grande equilibrio. E riesce bene in tale parte.
In aggiunta, va sottolineata la prova ineccepibile e assolutamente efficace, sia pure ridotta a due sole scene, di Alan Bates, nei panni di un personaggio che ritiene di sapere molte più cose di ogni atro cittadino di Point Pleasant. Il sapere molte cose è spesso un fardello eccessivo per sé e per chi ti sta vicino. E questo spiega anche perché la propria moglie lo abbia abbandnato.
Il regista è tecnicamente ineccepibile sul piano delle riprese, abbonda di primi piani per conferire maggiore drammaticità, e sceglie efficacemente la colonna sonora. Forse avrebbe potuto fare ancora meglio proprio nello sviluppo della storia. Sicuramente lo poteva, dopo aver girato un film, come Arlington road, che prometteva ulteriori positivi sviluppi della sua carriera registica, sostanziatasi invece, per la verità, in una serie di prove fatte di alti e bassi.