“Il cattivo tenente” (Usa 1992) di Abel Ferrara

Un cult da rivisitare

(marino demata) Il cattivo tenente è uno dei film più riusciti di Abel Ferrara, regista eclettico, capace di raggiungere alte vette, come in questo caso, salvo poi deludere in qualche altra occasione. Ferrara ha ambientato quasi tutti i tuoi Film nella più “sporca” New York, cioè nei quartieri più malfamati con storie dal crudo realismo. Una di questa è la storia de Il cattivo tenente (Harvey Keitel), cioè di un personaggio di cui il pubblico non conoscerà mai il nome perché il regista ritiene inessenziale qualificarlo diversamente da come lo ha definito nel titolo, Bad liutenent. Il film è la storia di come si possa progressivamente andare, giorno dopo giorno, a toccare il fondo del proprio degrado e abiezione. Il cattivo tenente è innanzitutto cattolico, e ci tiene spesso a metterlo in evidenza. Proprio come profondamente cattolico si sentiva, quasi venti anni prima un altro personaggio interpretato sempre da Harvey Keitel, Charlie, in Mean streets di Martin Scorsese. Ma quel personaggio aveva un nome e delle ambizioni e degli obiettivi, per raggiungere i quali riusciva a darsi, sia pure contraddittoriamente, delle regole di vita. Invece il cattolicesimo del “cattivo tenente” è l’unico rifugio che lui riesca a trovare, rispetto ad una vita in discesa verso il baratro, l’unica e forse ultima speranza di redenzione.
Non lo vediamo quasi mai in una indagine di polizia che possa giustificare, in qualche modo, la paga mensile che, alla resa dei conti, è la collettività a corrispondergli. Al contrario, la sua presenza nella polizia è uno strumento che utilizza disinvoltamente per il proprio tornaconto. C’è una scena esemplare in tal senso: assieme ad altri due colleghi, risponde ad un allarme di un negoziante che ha subito un furto da due ragazzi all’interno del negozio. Il padrone del negozio sbraita e inveisce e il cattivo tenente ordina ai due colleghi di portarlo fuori, mentre lui interrogherà i ragazzi. Ai quali concede di potersene andare via liberi in cambio dei soldi che hanno rubato nel negozio: 500 dollari.
È quasi sempre pieno di droga, che prende dai suoi amici spacciatori in cambio di favori e coperture, e che alterna all’alcol. La moglie e i suoi tre figli sono solo un fastidio e una perdita di tempo per lui. La prima è ormai abituata a vederlo pochissimo, perché, in genere, lui rientra nel cuore della notte e  raccoglie il suo corpo stanco e provato su una poltrona. Quando deve accompagnare i figli a scuola, lo fa a malincuore, sbraitando per tale compito che vuole esaurire in pochi minuti, perché toglie momenti preziosi alla propria attività.
Gli piacciono i corpi femminili, e anche se si tratta di ammirarli all’obitorio, ama soffermarsi su particolari con sguardo lascivo. Per il resto, partecipa a momenti di sesso con prostitute lesbiche, prende a schiaffi la sua ragazza con la quale condivide droga da sniffare insieme. Uno dei punti più bassi della propria abiezione lo raggiunge quando, utilizzando sempre la sua carica di detective, ferma un’auto con due ragazze, che non hanno né patente, né documenti. Per poterle mandar via, Keitel le costringe ad una umiliante esibizione :  alla prima  ordina di mostrargli le parti posteriori ignude e alla seconda, dopo lunga insistenza, di mimare i movimenti della lingua e delle labbra durante il sesso orale. Keitel si eccita in tal modo fino all’estremo per poi lasciarle andare. Raramente a cinema si assiste ad una così lunga scena di sesso (circa 8 minti)… senza sesso. Le due ragazze restano sempre in auto e lui resta sempre innanzi al finestrino. I tre corpi non si tocca mai. Eppure, si tratta di una scena scioccante per il degrado a cui il cattivo tenente è spinto e per l’umiliazione inflitta. È forse la scena più famosa di tutto il cinema di Abel Ferrara. Una scena di sesso e di violenza dove sesso e violenza sono  intrinseci e mai espliciti.

Ma il più pericoloso di tutti i vizi del cattivo tenente è il gioco d’azzardo. L’intera azione del film si svolge durante i sette giorni delle altrettante partite di baseball delle World Series, una sorta di super finale  che assegnerà il titolo a quella delle due finaliste che avrà vinto almeno quattro delle sette partite tra i Dodgers e i Mets. Purtoppo Keitel non ne indovinerà una e, dalla modica cifra scommessa il primo giorno, si arriverà alla proibitiva cifra di 120.000 dollari, tanto da far entrare in seria fibrillazione l’organizzazione delle scommesse clandestine, con forti elementi di pressione verso Keitel.
Quest’ultimo sarà contemporaneamente alle prese col caso più difficile: lo stupro di una suora in chiesa con ripetute violenze. La vittima conosce i colpevoli ed anche Keitel ne è al corrente. Ma la suora decide di perdonarli, tra lo stupore del cattivo tenente, che cercherà invano di convincerla ad un diverso comportamento. Il perdono da parte della suora lascia stupito e scioccato il tenente e sarà punto nodale dello svolgimento di tutta l’ultima mezz’ora di film.
Storia di degrado morale e di competa degenerazione, ma film sostanzialmente casto, come si diceva a proposito della scena delle due ragazze. L’unico nudo che si vede sullo schermo è proprio quello di Harvey Keitel, che dimostra  di essere il grande attore che è,  in una parte che probabilmente molti suoi colleghi avrebbero rifiutato, perché non certo capace di attirare simpatie. Keitel affronta la prova dando il meglio di sé, compresi improvvisi attacchi di disperazione, gli acuti lamenti e gli irrefrenabili momenti di pianto che punteggiano i momenti più drammatici che si sviluppano nel corso del calvario della sua autodistruzione.
Abbiamo segnalato sopra alcuni degli episodi che più ci hanno colpito in questo film. Se ne sarebbero potuti citare anche altri. Ma, in definitiva, quello che volevano e vogliamo segnalare è che, malgrado la “sporca New York” e malgrado lo sporco che sta dentro l’animo del personaggio, lo spettatore si trova di fronte ad un film che ha uno spessore morale e perfino spirituale che è difficile trovare in altre opere che trattano dei medesimi argomenti. Sotto questo aspetto, l’opera di Ferrara è emblematica: la discesa agli inferi del cattivo tenente non ha un’ombra di compiacimento: se è vero che il personaggio difficilmente può ispirare amore o simpatia, non ispira neppure repulsione, ma, forse, solo il desiderio che scatti in lui un senso di umanità, di riscatto e di voglia di redenzione.