“Maledetto Modigliani” (It. 2020) di Valeria Parisi

Un viaggio sentimentale descritto da Jeanne Hébuterne

(antonia del sambro) C’è una giovane donna di nome Jeanne Hébuterne, bella e eterea nell’aspetto, ma forte e determinata nello spirito. Attraverso le sue parole e il suo racconto, gli spettatori di Maledetto Modigliani, docufilm uscito nella sale cinematografiche italiane dal 12 al 14 ottobre, compiono un vero viaggio sentimentale in una Parigi piena zeppa di artisti e pittori tra i più famosi e quotati dell’epoca. Una Parigi che non si è ancora scrollata del tutto di dosso le macerie del Primo conflitto mondiale, ma in cui le Muse dell’arte e della bellezza avevano deciso di stabilirsi in pianta stabile. Una città dove amare, vivere, produrre arte e morire alla fine erano cose che duravano un solo battito di ciglia. Valeria Parisi, così, firma la regia di un film che parla di arte e di amore, ma anche di un tempo preciso in cui le due cose potevano davvero andare di pari passo e in un luogo altrettanto preciso in cui una giovane donna, appunto Jeanne, con il talento per le arti figurative poteva incontrare in Accademia un maestro come Modigliani, innamorarsene e legare la sua esistenza a quella dell’altro in maniera assoluta e imprescindibile. Tanto che alla morte dell’artista avvenuta a Parigi nel gennaio del 1920, la Hébuterne, diventata la legittima moglie di Modigliani e madre dei suoi figli, decide di suicidarsi gettandosi dalla finestra della loro mansarda incinta di otto mesi. Ma insieme e accanto al racconto di Jeanne della Parigi bohemienne, nel lavoro della Parisi ci sono anche le strade e le piazze di una Livorno, la città natale di Modigliani, la città che lo vede  giovane artista e ragazzo ispirato, smanioso di vita e di esperienze e influenzato non poco dalla grande tradizione pittorica di quel territorio che passa attraverso il movimento dei macchiaioli e del loro illustre esponente Fattori.

Quello che, però, colpisce di più gli spettatori di Maledetto Modigliani è la trasposizione ai giorni nostri che ne fa la Parisi, la sua Jeanne, infatti, è una artista dei giorni nostri che più che mostrare dipinti di Modigliani ne mostra foto. Fotografie in bianco e nero di un Amedeo fascinoso e timido, in cui l’essenza dell’artista che pur guardando in macchina ha lo sguardo altrove, viene colta appieno. Valeria Parsi ha uno scopo ben preciso nella realizzazione di questo documentario: far conoscere quella parte più intima, inedita e indecifrabile di Modigliani. E chi meglio di sua moglie, della sua amante e musa più speciale e particolare poteva riuscire in questo intento? Ma no, non bastava solo questo per lasciare il segno negli spettatori. Bisognava andare oltre e allora, oltre a una scelta registica indovinata a dare man forte alla Parisi c’è la sceneggiatrice Arianna Marelli, che, partendo da un soggetto di Didi Gnocchi, decide che la voce narrante del film sia sì quella di Jeanne, ma che Jeanne in realtà non esista. Ed è qui che il docufilm della Parisi diventa surreale e magico come un lavoro di Buňuel perché la legittima moglie di Modigliani diventa solo una delle sue ultime amanti e un personaggio reale e sofferto come è stato effettivamente lei, semplicemente una novella Virgilio che guida gli spettatori attraverso la produzione di un artista morto praticamente da solo e povero e diventato, poi, tra gli artisti più apprezzati, desiderati, acquistati e copiati. Fiction e verità, documenti attestati e racconti immaginari per una pellicola che in tre giorni ha incassato quasi centosettantamila euro a dimostrazione che 1) il cinema è più vivo che mai, 2) se i lavori cinematografici sono pensati, scritti e realizzati bene anche gli spettatori più lontani dall’argomento trattato finiscono per farsi soggiogare dalla bellezza del prodotto.