“L’ispettore Lavardin” (FR. 1986) di Claude Chabrol

Ritratto caustico della provincia francese



(marino demata) Nella sua piena maturità artistica, Claude Chabrol decide di creare un personaggio da ritrovare poi “bello e pronto” in più di un film. Parliamo de L’ispettore Lavardin, magistralmente interpretato da Jean Poiret, che il regista impiega in tre dei suoi film a sfondo noir-poliziesco. Questo è il secondo film che vede protagonista Lavardin, che è nato, come personaggio, nel 1984 in Cop de vin. Ed è un personaggio molto simpatico, spiritoso, brillante, ma anche estremamente riservato. Nulla sapremo della sua vita privata, né se sia sposato o abbia una famiglia. Al termine di questo film, a Lavardin viene cortesemente chiesto perché non si trattenga ancora St. Malo, la pittoresca località del nord della Francia dove si svolge la storia, e lui si schernisce mostrando la foto di una donna e due bambini: “E come farei con questi che mi attendono?” Poi, in privato,  il suo attendente, che lo ha seguito nel corso delle indagini,  gli  chiede ulteriori informazioni sulla famiglia vista nella foto, e lui risponde: “ma no, sono solo i protagonisti del mio penultimo caso…” Dunque, uno dei meriti di Chabrol è quello di non amare le sotto-storie, ovvero le storie laterali che nulla aggiungono e nulla tolgono all’essenza del film e servono solo a distrarre lo spettatore o, tutt’al più, a soddisfare la sua curiosità.
Lavardin arriva in quella piccola cittadina di provincia, ad indagare sull’omicidio di un uomo di età media, grassoccio, ritrovato morto nudo sulla spiaggia con una scritta col rossetto sulla parte posteriore del corpo: “porco”. Nelle indagini sarà assistito dal suo attendente, che chiama argutamente ed affettuosamente Watson.
La prima sorpresa che Lavardin trova, quando arriva nella lussuosa casa del morto, consiste nello scoprire che la vedova non è altro che una sua antica fiamma di venti anni  prima, Helene Mons (Bernadette Lafont), che, a suo tempo, si era rifiutata di prenderlo come marito. In casa vivono altre due persone, il fratello di Helene (Jean Claude Brialy) e la figlia di 13 anni nata dal primo matrimonio di Helene, Veronique. Sì, perché Helene dice candidamente a Lavardin che il morto che giace sulla spiaggia è il secondo marito ucciso. Il primo, che lei amava, era morto in un incidente in barca. Viceversa, il suo secondo marito, Raoul Mons è una persona che lei ha sempre detestato, e che ha sposato soltanto per far fronte, con i suoi soldi, ai problemi finanziari che la affliggevano. Per il resto,  hanno dormito sempre i due camere separate. Ed è la camera del morto che viene data a Lavardin, che, da buon laico e ateo (qualcosa veniamo a conoscere dell’ispettore), entrato in quell’ambiente appartenuto al morto,  toglie il grosso crocifisso al capo del letto, evidentemente come condizione per poter dormire.

Anche Claude è vedovo e dopo sette anni di matrimonio, alla morte della moglie, scopre di preferire gli uomini (o meglio, i ragazzi) alle donne! Infine, c’è Veronique, la figlia di primo (e unico!) letto di Helene, che è molto legata allo zio, che la copre nelle sue uscite notturne in discoteca, con ragazzi drogati e col suo fidanzato.
Lavardin ovviamente si muoverà, nelle sue indagini, a 360 gradi, senza tralasciare nulla, con una grande meticolosità, dietro un’apparente superficialità di facciata e dietro quella tipica maniera scherzosa con la quale tratta tutti gli interrogati,, senza far capire a nessuno di questi di essere entrati nel novero dei sospettati.
Chabrol, come sempre, è bravissimo nel dipingere difetti, morbosità, doppie vite, pettegolezzi della provincia.  Non è certo un caso che la stragrande maggioranza dei film di Chabrol (forse la totalità dei film a sfondo poliziesco) si svolgano non a Parigi o in un’altra città, ma in provincia.
Ricordiamo a tale proposito uno dei capolavori del nsotro regista, Il colore della menzogna, del quale il lettore troiverà la recensione, assieme ad altri film di Chabrol, su questo magazine. Perché nelle cittadine di provincia si tende a svelare un mistero solo quando esso diventa un pettegolezzo. E, in ogni caso, non c’è in una piccola città di provincia nessuno che non abbia i famosi scheletri negli armadi, che, a volte, devono essere armadi molto capienti, per contenere il numero degli scheletri da occultare.
Insomma in questo ambiente provinciale Chabrol, e la sua creatura Lavardin, ci sguazzano benissimo e sanno come muoversi. Sanno che per ogni vita potrebbe potenzialmente esserci un’altra vita nascosta, perché si sa che la doppiezza e la doppia vita sono proprio prerogative dei piccoli centri. Va da sé, e il lettore lo avrà già compreso, che il primo ad essere scoperto come autore di una doppia vita è proprio la vittima, perchè quel “porco” scritto col rossetto sulla schiena è un chiaro indizio anche per lo spettatore o per il lettore, oltre che per Lavardin: il pio Raoul Mons doveva avere una doppia vita, collegata naturalmente agli ambienti più malfamati o segretamente corrotti del paese.
Da tenere d’occhio – è il caso di dire – l’hobby del neo gay Claude, quello di costruire coppie di occhi di vetro che imitano quelli reali di tutti i personaggi in vista della propria famiglia e del Paese.  È tra le tante manie che caratterizzano la vedovanza di questo personaggio, oltre, naturalmente, alla tenera amicizia con la gioventù del luogo…

Film di Claude Chabrol recensiti su rivegacuhe-filmecrtica.com

L’ispettore Lavardin, 1986: https://wp.me/p3zdK0-4JA
Il volto segreto, 1987: https://wp.me/p3zdK0-13o
L’inferno, 1993: https://wp.me/p3zdK0-1xH
Il colore della menzogna, 1999: https://wp.me/p3zdK0-13v
La damigella d’onore, 2004: https://wp.me/p3zdK0-1vk