“Hounds of love” di Ben Youngh (Aus.lia 2016)

Un thriller psicologico senza un attimo di respiro

(marino demata) Il regista australiano Ben Youngh debutta nel lungometraggio con Hounds of love, un thriller cupo e teso e decide di imprimere, fin dalla prima scena, un carattere particolarmente intenso alla storia che sta per raccontare.
Siamo a Perth e la prima scena, infatti, ci presenta un gruppo di ragazze in divise succinte e gonne corte che giocano a pallavolo, ma il gioco e i movimenti delle ragazze vengono presentati in rallenty estremo, tanto che in certi momenti le immagini sembrano immobili, tanto sono rallentate. Questo è un accorgimento che conferisce subito al film, fin dal suo inizio, un carattere drammatico ed anche angosciante. E l’angoscia che immediatamente coinvolge lo spettatore viene accentuata allorchè, con un movimento all’indietro della camera, ci accorgiamo che il gruppo delle ragazze e i loro movimenti vengono attentamente seguiti col binocolo da parte di un uomo e di una donna che sono seduti nella loro auto.
Quale è lo scopo di questo interesse per un gruppo di ragazze che gioca tranquillamente a pallavolo?
Una di queste ragazze, Vicki (Ashleigh Cummings), dopo aver litigato con la madre, che da poco si è separata dal marito, a tarda sera esce di casa di nascosto per recarsi ad un festa. Lungo la strada semideserta riceve un’offerta di aiuto da una coppia che le propone un passaggio. In realtà i due, che abbiamo già conosciuto armati di binocolo ad osservare le ragazze poche ore prima, dopo averla drogata attraverso un bicchiere di vino bianco, la rapiscono e la incatenano al letto.
Come lo spettatore stesso può agevolmente immaginare, molte sono le possibilità, tutte negative, che potrebbero capitare alla ragazza: può essere stata rapita per la richiesta di un riscatto, potrebbe essere stuprata, fino ad arrivare alla ipotesi estrema: i due rapitori potrebbero essere degli assassini.
La ragazza assiste impotente ed è costretta solo ad aspettare gli eventi, mentre, per il momento, la violenza che subisce è di carattere psicologico ed essa comprende l’attesa snervante per quello che possa succedere e la impossibilità anche di urlare o di parlare a causa di un bavaglio che le è stato nesso davanti alla bocca.
Ma, intelligentemente, Vicki fa tesoro delle spesso animate discussioni, se non proprio litigi, che avvengono all’interno della coppia, I due infatti alternano scene di passione che preludono a momenti di sesso spinto, a fasi di litigio anche sul da farsi relativamente alla loro ospite. Vicki capisce che la mancanza di un accordo completo tra i due rappresenta probabilmente l’unica carta che possa giocarsi per salvare se stessa.
Certo la ragazza capirà presto che le cose si mettono male, allorchè le sarà imposto di scrivere una lettera alla madre nella quale dichiara di essersene andata in una città lontana da Perth e di non volere più tornare a casa. Questa lettera viene giustamente interpretata da Vicki come una condanna a morte.
Il film riesce a mantenere alta la tensione per l’intera durata con pochi momenti di caduta. Infatti, gli episodi si susseguono senza sosta e indubbiamente è merito del regista e degli attori riuscire a mantenere così alto l’interesse per la vicenda per quasi due ore. Stephen Curry, che  interpreta John, con i baffetti, o sguardo tra il lascivo e il viscido, riesce bene a rendere l’dea di una persona dalla quale è decisamente meglio tenersi lontano.

 Il personaggio della sua compagna, Evelyn, è interpretato da Emma Booth, ed è sicuramente la più brava dei tre. Interpreta il ruolo di una donna molto legata, anche sessualmente al suo uomo, dei sentimenti del quale non si sente affatto sicura. Ha paura di perderlo anche a causa di una delle vittime che si succedono nella loro casa. L’insicurezza di Emma la porta a sbalzi di umore che si manifestano nei confronti della ragazza e del suo uomo. Una interpretazione, quella di Emma Booth notevole sotto tutti gli aspetti. Non conoscevano questa attrice, che sarebbe da seguire per il livello veramente positivo della performance.
Da sottolineare, in tutto questo, i disperati tentativi della madre di Vicki di ritrovare la propria figlia che sembrano infrangersi di fronte alla indifferenza degli agenti nel vicino ufficio di polizia. Lì una nota macabramente umoristica è data dalla presenza, alle pareti, di decine di volti di ragazze scomparse. Le foto con la rituale parola “Missing”, fanno da contrappunto all’indifferenza dei poliziotti e al terrore della madre della ragazza scomparsa.
Il film è del tutto privo di scene di aggressione o di abusi sessuali. Il terrore per lo spettatore non viene dalla visione di simili spettacoli, ma dai propositi in tal senso che emergono dai colloqui tra John e Evelyn e dalle porte che si chiudono e che in tal modo lasciano lo spettatore intuire (o temere) quello che succede dentro.
insomma si tratta di un esordio, quello di Ben Youngh, intelligentemente orchestrato, che lascia intravedere capacità e sicurezza nel possesso dei mezzi tecnici al servizio di un thriller psicologico dalla cifra stilistica già  di buon valore.