“Assandira” (It. 2020) di Salvatore Mereu

Il nuovo avanza sempre. Ma a che prezzo?

(antonia del sambro)  Ci sarebbero da spendere tante parole su questa intensa e meravigliosa pellicola di Salvatore Mereu, presentata, fuori concorso, all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, lo scorso settembre e che approdata per poche settimane nelle sale cinematografiche ha incassato quanto basta per soddisfare regista e produzione. Un film che a cominciare dal titolo, per proseguire con i dialoghi, e finire con il senso stesso della narrazione è stato definito profondamente sardo. Ma quando una pellicola si identifica così tanto con la sua ambientazione e con i suoi protagonisti da meritarsi un titolo che non è solo geografico ma culturale e sociale? Sicuramente quando mette lo spettatore di fronte a scene e situazioni che mai immaginava di vedere. Quando la scrittura dello stesso film non fa sconti e preme su resoconti di violenza e brutalità che, pur tutti giustificati dalla storia, colpiscono chi guarda come un pugno allo stomaco, piazzato anche bene e con forza, perché tutto quello sta guardando è cultura precisa, circostanziata, antichissima. E infatti dicevo che si parte dal titolo per qualificare questo film, Assandira. Che è un agriturismo sardo, situato sul terreno di Costantino Saru, ultrasettantenne che non si è mai mosso dai suoi terreni e dalla sua vita da pastore. Ma si sa che il nuovo, anche se non si vuole, avanza sempre, e così il vecchio Saru si fa convincere dal figlio e dalla nuora straniera a trasformare il suo ovile in un agriturismo, o meglio in una sorta di attrazione per turisti che vogliono constatare da vicino come è la vita dei pastori sardi. Costantino cede e finisce per accontentare i desideri dei giovani della famiglia. Ma è l’inizio della fine, il principio della tragedia che spazza via una vita e lascia dietro di sé solo macerie.

Un incendio devasta Assandira, il figlio di Costantino muore travolto da una trave e, al magistrato che arriva per interrogarlo sulla tragedia, l’anziano pastore racconta non solo gli attimi prima e dopo la disgrazia, ma una intera storia familiare, dove si mischiano rancori, rimorsi, rimpianti e uno scontro generazionale che non appartiene solo alla terra di Sardegna, alle prese tra l’estrema modernità che spinge e le antiche tradizioni che si radicano sempre di più per non farsi spazzare via, ma che è pure una narrazione generale e globale di un mondo che vuole cambiare e che, di fatto, sta cambiando senza chiedere il permesso a nessuno. E nel film di Mereu lo spettatore può ritrovare l’essenza stessa del cinema italiano: quello fatto in sorta di racconto, in campo contro campo, con precisi primi piani e nessun effetto speciale a rovinare la bellezza di una narrazione affidata quasi esclusivamente alla capacità attoriale. Supportata, quest’ultima,  dalle maestranze del cinema italiano e da una sceneggiatura che pur avendo presente il romanzo omonimo di Giulio Angioni, poi si libra indipendentemente in dialoghi e scene georgiche. Superbravo, e non poteva essere altrimenti, Gavino Ledda, un po’ la storia del cinema italiano degli ultimi decenni scoperto e reso famoso come attore dai fratelli Taviani. E tra le tante che si possono ancora spendere su questa pellicola c’è da dire che con la pandemia in corso, la produzione ha deciso di farla arrivare finalmente in streaming così da permettere a quanti più spettori possibile di guardarla. La piattaforma digitale scelta è quella di miocinema.it, che sta acquistando solo film di qualità per il proprio pubblico e insieme cercare di creare anche una vera e propria comunità di cinefili con promozioni esclusive e contenuti extra.