“Corpi” (Pol. 2015) di Malgorzata Szumowska

Presentato al 42° Festival internazionale di cinema e donne

(marino demata) La tradizione del cinema al femminile in Polonia è soprattutto legata al nome assai celebre di Agnieszka Holland, che fa parte di una schiera di cineasti usciti dalla scuola di Andrzej Witold Wajda, fortemente influenzati dai movimenti delle New waives occidentali, e soprattutto dalla Nouvelle Vague (Polanski, Kieslowski, Zanussi, Skolimowski, e Żuławski): autori tutti fortemente stimati in occidente, oltre che in patria, e vincitori di numerosi premi in festival di grande prestigio. Con Malgorzata Szumowska. Autrice del film Corpi, di cui parliamo qui,  siamo nella generazione successiva e cioè quella attuale, che non ha probabilmente ancora raggiunto la fama e la notorietà di quella precedente, ma che riserva ugualmente notevoli soprese. Ci riferiamo soprattutto al talento di Jan Komasa, del quale abbiamo ammirato e recensito il recente e per molti versi sorprendente The Hater e appunto la registaMalgorzata Szumowska, che si è distinta sia come autrice di ottimi film corti, sia per i suoi lungometraggi, da Elles (2013), che impiega Juliette Binoche come protagonista, fino al recente Never Gonna shown again. Sicuramente uno dei suoi film più riusciti è Corpi, del 2015, presentato a Firenze al 42° Festival Internazionale di Cinema e Donne.
Corpi è un film sicuramente molto interessante, soprattutto per la dialettica che si instaura tra i tre personaggi principali, che vanno a formare uno strano e per molti versi problematico triangolo. Tre individui estremamente dissimili l’una dall’altro e le cui vite sembrano reciprocamente collegate da un legame strano, alimentato sostanzialmente dalla mancanza di fiducia di ciascuno rispetto all’altro. È un legame dunque fondato su una sorta di incomunicabilità preconcetta, che tiene i tre personaggi distanti  l’uno dall’altro. Eppure, ciascuno sembra avere bisogno dell’altro.
il film inizia con una scena per molti versi emblematica: la polizia è alle prese con un corpo di un uomo che è appeso ad un albero. “Sicuramente un suicidio”, afferma uno dei poliziotti”. Tirato giù il corpo, mentre continua la discussione tra i poliziotti sulle procedure da seguire, il cadavere si alza e si allontana dalla scena. È una sorta di umorismo nero, che offre subito una chiave di lettura del film e che anticipa in qualche modo la bella sequenza finale.
Nel mezzo si svolge il dramma dei tre personaggi, diversi, come si diceva, ma in qualche modo inscindibilmente collegati dal tema del dolore. Il cui punto id partenza è la morte della moglie di Janusz (Janusz Gajos), un avocato abbastanza quotato, e l’insuperato shock vissuto dalla figlia Olga (Justyna Suwala), che reagisce al dolore e alla mancanza col rifiuto del cibo. A completare il terzetto di protagonisti  c’è la terapista di Olga, Anna (Maja Ostaszawska)

Come si diceva, i tre personaggi sono in disaccordo tra di loro. Olga non riesce a trovare vie di comunicazioni col padre e  il conflitto tra i due culmina col ricovero in ospedale per Olga. Lì il confitto di Olga verso il padre si trasforma in un odio sordo. Anna cerca di curare psicologicamente Olga, ma, nei suoi colloqui con la ragazza introduce un elemento estraneo e fuorviante: la sua fede nella possibilità di intrattenere un rapporto con i morti, e, in questo caso, con la madre di Olga. Il manifestarsi di queste tendenze da parte di Anna viene visto con estremo scetticismo sia da Olga che da suo padre Janusz, e rischia di divenire un ostacolo alla terapia di Olga e alla sua possibilità di guarigione.
È chiaro che, partendo da questi presupposti, il film finisce con l’oscillare tra la tragedia umana dell’anoressia, che porta gradatamente Olga verso una sorta di autodistruzione, e la commedia nera della psicoterapista, che cerca di affermare le sue idee sul rapporto, che ritiene in qualche modo “dovuto”, nei confronti dei  defunti. Atteggiamento, quest’ultimo, che non può non ricordare lo straordinario film di François Truffaut La camera verde, tratto da tre racconti di Henry James, dove il desiderio di onorare i morti come se continuassero ad esistere, finisce col trasformarsi in tragedia per i vivi.
Il rischio di un simile esito è presente nel film della Malgorzata Szumowska, soprattutto allorchè il padre della ragazza sembra affascinato dalla possibilità di stabilire un contatto con la moglie defunta. Ma il merito della regista, a questo punto è quello di capire che, per evitare questa china, occorre fare ricorso di nuovo a quanto si è manifestato nella prima scena del film: l’inserimento, in una situazione che sembra irrimediabilmente tragica, di toni dissacratori e umoristici. Preludio della scena finale che è sicuramente di grande efficacia liberatoria.
I “Corpi”, di cui ci parla il titolo, sono in effetti continuamente presenti: a partire dal primo corpo, quello del suicida, che , miracolosamente, si rimette a camminare mentre la polizia discute, per proseguire con i corpi smagriti della ragazze anoressiche in cura alla clinica dove si trova Olga, e fino ad arrivare all’episodio significativo, di una bufera che si abbatte sul cimitero,  che sconvolge l’ordine della bare, che vengono invase dal fango.
Il film ha consacrato definitivamente Malgorzata Szumowska tra i giovani talenti del nuovo cinema polacco. Col suo film, la regista ha vinto il Leone d’argento al Festival di Berlino. La regista è stata inoltre chiamata a far parte della Giuria alla Mostra del cinema di Venezia e alla Berlinale.