“Nimic” (Ger.UK. 2019) di Yorgos Lanthimos

Un film corto di spiazzamte intensità

(marino demata)  Viene prima la musica. La musica classica, che, si intuisce, ha una grande funzione nella vita del protagonista (Matta Dillon). Una musica bellissima e straziante a un tempo. È la “Simple Symphony” in Saraband Opus 4 di Benjamin Britten. Di indubbia suggestione.
È l’inizio di una nuova giornata che si presume possa essere uguale a tante altre. Siamo in una casa agiata. Lui apre le tende della camera da letto e dà via libera ad una luce vivida che può entrare liberamente all’interno. Non darà fastidio a lei, che resta a letto, protetta da una mascherina sugli occhi. Una accortezza che evidentemente viene da lontano: l’antidoto a tante mattutine invasioni di luce. Un rimedio, evidentemente, già tante volte sperimentato. La camera, che lo ritrae in cucina mentre prepara la colazione, e, in particolare il suo uovo sodo, si sofferma sull’orologio che calcola il tempo di cottura.
La musica continua a suonare, mentre lui, in piedi, mangia l’uovo e assiste compiaciuto alla colazione della sua famiglia: ci sono i bambini e la sua donna. Di tanto in tanto la musica si interrompe e si sentono le osservazioni della direttrice di orchestra. Anticipazione della scena successiva, allorchè vediamo lui al suo lavoro: è un violoncellista e fa parte di un’orchestra classica: stanno provando un brano e sono tutti molto intensamente impegnati.
Lui riprende poi la direzione di casa e sceglie la subway come mezzo di trasporto. Fino a questo momento siamo all’interno di un percorso filmico che ritrae uno spezzone di vita quotidiana, prima di una famiglia e poi del capofamiglia che è andato al lavoro e prende la via di casa.
Ma le prime parole del film, fino a questo moment muto, creano qualcosa di diverso. Lui, seduto nel vagone della subway chiede alla ragazza che le sta di fronte: “scusi, sa che ora è?” E dopo una pausa si sente rispondere con un’altra domanda simile a quella da lui pronunciata: “scusi, sa che ora è?” Questa doppia domanda apre un varco nella normale vita di lui.
Senza entrare in “zona spoiler”, dobbiamo inevitabilmente chiederci: chi è questa persona che lui ha incontrato in metro? Una ladra di personalità? Una persona che sarà capace di ripetere i suoi gesti e le sue parole anche in presenza della sua famiglia? Una persona che potrebbe perfino farsi preferire a lui? Un altro se stesso? Un “nessuno”, come sembra suggerire il titolo, Nimic, che in rumeno significa ”il niente”?
Lo spettatore non è tanto stupito per quello che succede, anche se sembra strano,  inusuale. Ma è stupito perché nessuno è stupito. La vita può continuare a fluire come prima anche se una persona viene sostituita da un’altra?

Sembra un gioco, come tanti di  quelli sperimentati da Lanthimos in La favorita, i quali, sebbene ci abbia quasi abituati, restano sempre improvvisi e spiazzanti per lo spettatore, che non viene tenuto a distanza dal regista, ma anzi sembra venire chiamato a partecipare, a dire la sua, a provarci.
Tutto questo in appena 12 minuti. Lanthimos ritorna dunque alla forma del film corto per condensare , in un tempo brevissimo, una storia minima, che ti tronca il fiato, che ti lascia senza parole e con molti interrogativi. La cosa strabiliante è come il regista greco sia riuscito a definire e nobilitare la dimensione del film corto, dandogli una sua definitiva dignità ed essenzialità. È la scelta da fare quando si vuole creare non una storia ricca di sotto-storie e di ricerche e spiegazioni psicologiche, come ne La favorita, ma quando invece si vuole offrire un’emozione, che, in questo caso,  nasce dalla semplicità di una domanda alla quale si risponde con un’altra domanda uguale e diversa.
Gli attori, a cominciare da Matt Dillon, nella parte di un borghese qualunque appaiono perfetti. Una menzione speciale merita il suo alter ego, la brava e disinvolta Daphne Patakia. Definitivamente è lei il “niente” promesso dal titolo.
Con questo film di indubbio interesse, la piattaforma MUBI ha nesso a segno un altro fantastico colpo, ribadendo la propria capacità di saper scegliere benissimo, oltre ai tanti bei lungometraggi (uno al giorno!) anche all’interno del fantastico mondo dei film corti, come aveva già fatto, qualche settimana fa, con Szel /Wind del 1996), per la regia di  Marcell Iványi , e poco prima con lo strabiliante Strasbourg 1518 di Jonathan Glazer, un corto in primissima visione.