“Il processo ai Chicago 7” (Usa 2020) di Aaron Sorkin

Un capitolo buio della storia americana

(marino demata) Stati Uniti, 1968. La guerra del Vietnam ha già tristemente costretto a far ritorno in patria a migliaia e migliaia di ragazzi americani negli aerei che portano periodicamente le loro bare. La protesta contro una guerra che sembra senza vie d’uscita e incapace di produrre altro che miglia di morti e feriti, spesso gravissimi,  monta sempre di più. A Chicago si svolge la Convention del Partito Democratico, che, pur di tentare di vincere le elezioni, ha promesso che, in caso di successo, avrebbe mantenuto ancora l’America in guerra nel sud-est asiatico. L’indignazione, da parte dei pacifisti americani, o semplicemente degli uomini di buona volontà, o, starei per dire, degli esseri pensanti, è al colmo. I più svariati  segmenti di un movimento di protesta mai unito, ma con le varie anime sempre in lotta reciproca,  sono d’accordo solo su un punto: andare tutti a Chicago e fare qualcosa per porre fine alla guerra. Naturalmente è proprio su quel “qualcosa” che non c’è consenso.
A Chicago la polizia sembra avere un mandato preciso: stroncare qualsiasi forma di rivolta sul nascere, arrestare i capi della rivolta, mandarli sotto processo. E’ un film Netflix, diretto da Aaron Sorkin, un “veterano” del cinema, dove ha ricoperto ruoli di sceneggiatore di film famosi (The social network, Steve Jobs, ecc.) ed ha ricoperto anche altri ruoli, e solo da poco si è dato  alla regia, con un esordio non del tutto convincente Molly’s game).
In questo film riesce a portare avanti un discorso politico prendendo di petto uno dei capitoli più bui della storia giudiziaria americana e descrivendo un processo farsa con una sentenza, che riguarderà sette persone, già prestabilita in anticipo
Un processo, quello guidato dal giudice Julius Hoffman, interpretato da Frank Langella, che neppure le apparenze cerca di salvare, fino al punto da costringere uno degli imputati a venire in aula legato e imbavagliato per impedirgli intemperanze.  In realtà in un processo del genere si dovrebbero giudicare i fatti e verificare se gli imputati siano o meno organizzatori o esecutori di proteste violente che abbiano infranto le leggi. Invece si sentirà parlare poco di ciò che è accaduto a Chicago e si sentirà invece parlare molto delle idee degli imputati (alcuni anarchici, altri hippie, altri semplicemente pacifisti, ecc,). InsoChicagomma, come già accaduto in altri imbarazzanti momenti della stori americana (come nel caso del maccartismo), sono sotto  processo le opinioni e gli ideali degli imputati. Il vero reato in discussione è che gli imputati non sono d’accordo che prosegua la guerra in Vietnam. Hanno questa opinione e proprio le idee che scaturiscono da tale opinione sono giudicate e condannate, anche forzando e violentando le leggi e la costituzione degli Stati Uniti d’America. Per ciò che riguarda gli scontri di piazza, che comunque ci furono, basterebbe ricordare che il processo fu rinviato da parte del Procuratore generale Clark. nella consapevolezza che essi furono provatamente causati dalla polizia. Il processo, pertanto fu congelato per alcuni mesi, e fu celebrato solo dopo l’ascensa di Nixon alla Casa Bianca e in un clima più rassicurante per i fautori del proseguimento della guerra del Vietnam.

The trial of Chicago 7 mette in mostra il volto peggiore dell’America: l’intolleranza verso le idee altrui, la mancanza, in momenti topici della storia americana, di una guida democratica. Certo la storia si ripete, diranno molti americani, che hanno subito per quattro anni il potere fazioso e le forzature antidemocratiche del Presidente degli Stati Uniti. Per molti, forse, questo film avrà avuto l’effetto di consigliare di smettere con questo andazzo e avrà convinto che dopo tutto un Presidente può diventare, con i suoi atti, non  molto dissimile dal giudice Julius Hoffman, che condannò alla fine 7 cittadini a restare in carcere per cinque anni, perché la pensavano diversamente da  tutti coloro che il giudice stesso rappresentava, invece di rappresentare equamente la legge. Insomma, la storia che viene descritta da Sorkin purtroppo si ripete ed è più attuale che mai.
Gli attori prescelti sono tutti perfetti. È difficile fare una graduatoria di citazioni. Intanto è perfetta l’interpretazione di Frank Langella nei panni del giudice fazioso a cui i poteri forti dello Stato possono tranquillamente affidarsi: farà il lavoro sporco per loro, con personale convinzione: e l’attore riesce ad essere pienamente credibile in questo sgradevole ruolo. Ma se passiamo agli altri interpreti, restiamo in imbarazzo, perché siamo di fonte ad interpretazioni altamente efficaci. Proviamo a ricordarne qualcuna che ci ha veramente colpito: in primo luogo quella di Sacha Baron Cohen che interpreta l’attivista Abbie Hoffman, ma come dimenticare le interpretazioni di Eddie Redmayne e Toma Hayden, che simboleggiano le ali moderata e progressista del partito democratico (e anche in questa vicenda, la storia si ripeterà in futuro)?  E, ancora, indimenticabile l’interpretazione di Mark Rylanche, che indossa i panni del famosissimo avvocato William Kunstler, nobile figura di progressista, sempre presente nelle cause “politiche” del potere contro la “controcultura” e la democrazia, membro del movimento per i diritti civili degli afroamericani e fondatore del  Centro di legge per i Diritti Costituzionali (CCR). Nei panni dei rappresentanti, a vario tiolo, dello Stato  troviamo nomi importanti come Michael Keaton e Joseph Gordon-Levitt.
Sorkin fa il suo lavoro di sceneggiatore e  regista in maniera egregia. È stata probabilmente una fortuna per lo spettatore che non si sia realizzato il progetto originario che vedeva come regista Spielberg, mai del tutto convincente di fronte a determinati aspetti della storia americana (Il ponte delle spie docet!)