“The gentlemen” (UK 2020) di Guy Ritchie -recen. e trailer

Incastri di cinema e metacinema creano un insieme molto godibile

(marino demata) Finalmente Guy Ritchie è ritornato al genere di film che lo hanno reso famoso, regalandogli grandi successi. Ci riferiamo al gangster movie condito da humor tipicamente britannico, come Lock & Stock o il più recente RocknRolla e soprattutto  Snatch. E, proprio come in quest’ultimo film, a distanza di venti anni, chiede aiuto, per il ruolo di protagonista, ad un grande attore americano: in Snatch era Brad Pitt e qui, in The gentlemen, è la volta di Matthew McConaughey. Scelta felicissima questa, perché l’attore americano appare qui più in forma che mai, dimostrando ancor auna volta la validità della scelta di Steven Soderberg di sdoganarlo definitivamente al genere “film brillante” con Magic Mike. E qui, in The gentlemen, Ritchie gli affida il ruolo dell’indiscusso protagonista, l’americano Mickey Pearson, trapiantato a Londra dove a messo in piedi un colossale impero fatto di marijuana, maturato attraverso l’idea di impiantare vere e proprie estese piantagioni in otto punti diversi dell’Inghilterra. Ma dove avrebbe potuto trovare tanta terra per coltivare l’erba impunemente? Non c’è suolo in Inghilterra capace di ospitare una simile attività. Non c’è suolo, ma c’è il…sottosuolo. Infatti, per visitare le sue piantagioni occorre scendere nel sottosuolo della campagna inglese e trovare immense distese di piantine presidiate da impiegato modello capaci di impedire l’accesso ad ogni possibile visitatore.
La vicenda raccontata nel film ha una premessa importante da cui si dipartono tutte le vicende e le storie narrate: Pearson ha fiutato la concreta possibilità che prima o poi la marijuana venga legalizzata in Inghilterra e quindi, pensando al futuro, decide di mettere in vendita il suo impero, fissando un prezzo molto alto. A questo punto la caccia e la relativa competizione tra gli aspiranti acquirenti si scatena. E si scatenano anche tutti coloro che pensano comunque di poter ricavare qualcosa da questa vicenda.
È il caso di Big Dave, un editore di tabloid, che, reputando Pearson suo nemico giurato, assume un investigatore privato, tal Fletcher (Hugh Grant), per scoprire i punti deboli dell’impero del suo nemico e, in particolare, i rapporti (e probabili protezioni) con membri dell’aristocrazia inglese.
Con queste premesse arriviamo finalmente all’inizio del film, che vede la visita dell’investigatore Fletcher a casa di Raymond (Charlie Hunnam) il braccio destro di Pearson: ha in mano un manoscritto, frutto delle sue interessanti scoperte maturate durante il suo lavoro di investigatore. Il manoscritto ha addirittura la forma di una sceneggiatura, dal titolo Bush, che, nelle sue intenzioni, deve fruttare almeno 20 milioni di sterline. Molti potrebbero essere interessati ad acquistarla, perché vi è narrata tutta la storia dell’ascesa di Pearson. Ma ci sono anche le trame e le alleanze dei suoi avversari, che vorrebbero mettere le mani sul suo impero. E una parte di queste trame potrebbe essere poco nota a Pearson. E se proprio – afferma Fletcher – la sceneggiatura non interessasse a Pearson, se ne potrebbe fare un film. E qui si manifesta l’abile gioco del regista verso lo spettatore: dopo tutto, il film che vediamo non è altro che la realizzazione della sceneggiatura che Fletcher sta raccontando al vice di Pearson. Geniale: la sceneggiatura del film parla di una sceneggiatura che viene raccontata e che poi è il film in se stesso. Siamo nel regno del metacinema, che è uno dei regni più affascinanti che la cinematografia, da un po’ di tempo, riesce ad offrire.

E, da questo punto in poi inizia la sarabanda, senza esclusioni di colpi, da parte dei vari pretendenti alla successione dell’impero di Pearson. C’è il ricco magnate americano, Matthew Berger (Jeremy Strong); ma ci sono offerte anche da un gruppo di facoltosi orientali capeggiati da Dry Eye (Matthew Berger), giovane e intraprendente , rappresentate emergente della nuova generazione, riesce a spossessare la vecchia leadership dell’anziano gangster cinese Lord George.  E, ad un certo punto, entrano in scena anche i russi, soprattutto allorchè Raymond diventa causa indiretta del volo dal balcone del figlio unico del boss di quel gruppo. E, in tutto questo, a proposito di sotto-storie, c’è spazio anche per Colin Farrell, nel ruolo di Coach, un ambiguo istruttore di giovani,  che scoprono uno dei campi di cannabis e cercano di trarne profitto. L’unico risultato sarà che Coach dovrà scusarsi con Pearson e offrirgli i propri servigi.
Un ruolo fondamentale avrà anche la signora Pearson, (Michelle Dockery), che è proprietaria di una officina per auto di lusso con operai esclusivamente di sesso femminile. C’è chi pensa che possa essere uno dei punti deboli di Pearson e quindi anche lei viene coinvolta in questo gioco infernale.
Sono, tutti questi, piccoli stralci di una trama complessa, e ricca di intelligenti colpi di scena, che rendono i film veramente avvincente e soprattutto con una costante presenza di una vena brillantemente umoristica, che ha il suo epicentro nel protagonista, Matthew McConaughey.
Il film, girato tra il 2019 e il 2020, nel pieno dello straziante dibattito sulla fase Brexit-attuativa, che, una volta realizzata, lascerà l’Inghilterra “affrancata” dai doveri europei e libera di scegliere nuovi partner e nuovi “acquirenti”, sembra adombrare molti elementi di tale situazione politica. Che l’anti-Brexit Guy Ritchie abbia voluto realizzare, nel momento politico più opportuno,  una bella metafora della situazione inglese, dove americani, russi e cinesi si contendono gli spazi lasciati liberi dalla sciagurata scelta britannica? Il futuro UK è pieno di punti interrogativi. Proprio come quelli di Pearson, che non sa ancora chi sarà capace di pagare per il suo impero e di subentrargli.