“La sonate à Kreutzer” (Fr. 1956) di Eric Rohmer

La recensione e la musica immortale di Beethoven
Da un romanzo di Tolstoj contro le ipocrisie della vita coniugale

(marino demata)  Due anni dopo il film corto Berenice, del quale abbiamo pubblicata la nostra recensione alcuni giorni fa, proseguiamo, grazie alle felici scelte del portale MUBI,  il nostro viaggio sugli inizi della carriera di Eric Rohmer. Ed ecco che ci imbattiamo in quello che può essere definito un mediometraggio, La sonate à Kreutzer, dove la maggiore ampiezza temporale serve a dare più respiro e più spiegazioni agli eventi narrati, che pure, come nel film precedente, hanno molte singolarità. Anche in questo caso Rohmer si ispira alla letteratura, e se con Berenice il punto di riferimento era Edgar Allan Poe, qui invece l’ispirazione è costituita da un racconto di Lev Tolstoj, che è basato su una visione sostanzialmente pessimistica dell’amore.
Girato, così come il film precedente, che aveva come location la casa di Bazin, in ambienti familiari, come la sede dei Cahiers du cinema, il film alterna scene girate negli interni agli ambienti delle strade parigine, generalmente mostrate sotto una pioggia battente, con un bianco e nero tendenzialmente cupo come l’animo del protagonista, interpretato anche questa volta dallo stesso Eric Rohmer.
Da rilevare che anche questo film, ancor più del precedente, sembra una sorta di chiamata alle armi dei militanti dei Cahiers: il produttore del film è Jean-Luc Godard, che è anche uno degli attori (l’amico giornalista del protagonista)il direttore della fotografia è ancora una volta il fedele Jacques Rivette, mentre, nella parte del rivale del protagonista troviamo Jean-Claude Brialy, che diventerà poi, per alcuni decenni, uno dei volti più noti del cinema francese. Inoltre, tra gli attori, riconosciamo anche un giovanissimo Claude Chabrol e  François Truffaut,
il film ha una particolarità stilistica degna di nota: è praticamente un film muto, dove noi osserviamo i personaggi parlare, discutere, litigare, senza però ascoltare mai una sola parola. I dialoghi, muti e inascoltati dal pubblico, sono sostituiti dal commento del protagonista, vera e propria voce narrante del film, naturalmente fuori campo. E pertanto la storia non è presentata in maniera oggettiva, ma, per scelta deliberata, è presentata secondo la versione, ill commento e il giudizio che ne dà il protagonista stesso. Questo accorgimento stilistico serve a Rohmer per dare al film un connotato specifico: illustrare le conseguenze sul protagonista delle proprie scelte di vita sbagliate. Il tema è dunque questo e non c’è posto per altre considerazioni. Emerge già in questa impostazione quella che sarà una caratteristica del cinema più maturo di Rohmer: l’indagine dell’incidenza dei fatti e delle persone sull’animo dei protagonisti.

Ludwig van Beethoven – Violin Sonata No. 9 “Kreutzer”

Il titolo del film è riferito alla famosa sonata di Beethoven, che è uno dei pezzi preferiti del rivale del protagonista, che si servirà di tale musica per tentare di conquistare la moglie del suo amico. A tale musica alludono i bei titoli di testa che mostrano il “rivale” di spalle mentre la suona al pianoforte, leggendo la partitura musicale, che in realtà è solo carta da musica non scritta, sulla quale appaiono sovraimpressi i crediti del film. Dobbiamo dire che questa modalità di presentare i titoli di testa rappresenta una dei dati, a nostro giudizio, più originali di quest’opera.
La prima scena si apre con un paio di scarpe in primo piano: sono quelle del protagonista, di cui non conosceremo mai il nome (al contrario che nel romanzo), che le ha tolte per non fare rumore e per spiare se la moglie fosse in compagnia del suo amico/rivale. Naturalmente non riveliamo altro, perché da questo inizio, che diventa subito esplicito e ci offre già la chiave per comprendere il finale, il film diventa in realtà un flashback esclusivamente raccontato e commentato dalle parole del protagonista. Su queste vale veramente a pena di soffermarsi. “No, non è la gelosia, ma qualcosa di più orribile: l’odio. Perché lei è la negazione vivente di tutto ciò che ammiravo e che contava per me.” E si domanda: “Cosa ho trovato di tanto attraente in lei?” Forse l’aria malinconica presente anche nel suo modo di sorridere? Eppure, lui afferma, ero un professionista di successo, un architetto brillante e pieno di lavoro. Forse proprio questo è il punto di partenza degli eventi. Lui confessa che gli ritornava il pensiero di aver sacrificato tempo, anni, al suo lavoro, alle sue ambizioni. Era tempo di recuperare quanto aveva perduto, di cominciare a pensare ad una donna, a sposarsi, a recuperare, in certo senso, la propria autostima. Il mondo degli amici e delle amiche, che si radunavano per ascoltare musica dal vivo o per ballare, non lo appassiona più.
Quando vede lei, in uno di questi locali bohemien, gli sembra che abbia le sue stesse problematiche: la noia per quel mondo. Il che la rende più desiderabile.
Eppure, il protagonista si rende conto fin dall’inizio della conoscenza della ragazza della sua banalità, delle “prosaicità delle sue risposte”, che, per contro, gli promettevano una certa facilità nella sua conquista.
in realtà lui la sostituiva con un essere fittizio che non esisteva, attribuendogli ansie, sentimenti, problematiche, che invero, nella sua estrema semplicità, lei non possedeva. Lui la sposa, continuando caparbiamente ad equivocare. Quei suoi silenzi – lui afferma in modo poco lusinghieri per la donna – non sono manifestazioni di problematicità, ma solo vuoto di pensiero. Come è possibile equivocare fino a tal punto?
Il protagonista è come prigioniero di una spirale e di un gioco da lui stesso creato e dal quale non saprà più uscire. Un equivoco inesorabile dove tutte le azioni che seguiranno saranno sbagliate perché saranno la conseguenzialità logica degli errori iniziali.
E’ una storia che sembra paradossale, ma in realtà è lo specchio di situazioni psicologiche poi non tanto infrequenti. E quello che interessa all’Autore (sia Tolstoi, sia Rohmer, che, come al solito è molto fedele alla sua fonte di ispirazione) è mostrare le motivazioni più strane ed oscure dei gesti umani. Questa storia diventerà alla fine una dura requisitoria contro le ipocrisie della vita coniugale. O non possiamo forse dire semplicemente “contro le ipocrisie della vita tout cour”?