“Melancholia” (DK 2011) di Lars Von Trier

Il pianeta Melancholia, ovvero la metafora del male oscuro

(marino demata) Ricordo che quando Melancholia uscì nelle sale, quasi dieci anni fa, fu, come sempre per i film di Lars Von Trier, accompagnato da una serie di aneddoti, riferiti soprattutto al suo Autore. Venimmo perciò a sapere che l’idea di questo film venne al regista durante alcune sedute di psicoterapia, per capire, e possibilmente contrastare la propria depressione. Il caso volle poi che la stessa protagonista, Kirsten Dunst, è stata a lungo vittima di questo male, e, anche per questo, aveva tutti  i numeri per recitare in quel ruolo.
Melancholia è un film suddiviso in due parti, ciascuna delle quali reca il nome delle sue sorelle, delle quali l’Autore descrive le storie parallele. La prima parte si intitola perciò Justine (Kirsten Dunst) e la seconda porta il nome della sorella, Claire (Charlotte Gainsbourgh). Nessun dubbio, partendo da queste premesse, che è Justine il vero alter ego del regista: è lei che parla e guarda con la voce e con gli occhi del regista.
Lars Von Trier intende subito fare una scelta stilistica: un prologo di circa otto minuti, nel quale mettere le carte in tavola e capire dove il film, nel suo finale, andrà a parare. Per tale motivo non c’è spoiler e chi scrive non rovina niente a nessuno rivelando quello che l’Autore ci tiene a rivelare subito, nel prologo del film. Otto minuti di immagini meravigliose, scandite dalle immortali note del Tristano di Wagner, durante i quali Von Trier mostra il finale del film, che è la fine del mondo. Un pianeta alieno rispetto al sistema solare è stato “risucchiato” da quest’ultimo. E, dopo aver evitato Mercurio e Marte, si dirige inequivocabilmente verso la terra. In questo caso Von Trier, per mostrarci la vera e propria collisione, deve idealmente porsi, con la propria macchina da presa, al di fuori della terra, fingendosi uno spettatore esterno. Immagini di rara bellezza precedono e si susseguono alla visione della collisione. Justine che fa il bagno nel bagliore notturno di un pianeta che sta per essere colpito a morte. E poi Justine che, sdraiata nel fiume, riproduce il dipinto di John Everett Millais, Ofelia, sul quale lei stesa si soffermerà,  sfogliano uno dei libri della biblioteca.
La prima parte, dedicata a Justine, si apre con le difficoltà di una lunga limousine, che ospita la donna e il suo futuro marito (Alexander Skarsgard) a raggiungere la grandiosa villa dove dovrà essere celebrato il loro matrimonio. La villa appartiene alla sorella Claire e a suo marito (Kiefer Sutherland). La festa è ben organizzata e tutti attendono l’arrivo degli sposi. Ma per Justine il matrimonio è un inutile e patetico rituale, del quale l’unico lato interessante per lei è mettere pubblicamente alla berlina il  lato ridicolmente protocollare del rito. E in questo caso il rituale è ancora più penoso: se alziamo gli occhi verso l’alto vediamo come si sta avvicinando la fine del mondo. E quel matrimonio ha il sapore di una distrazione a beneficio di chi fa finta di non capire. A questo quadro cupamente malinconico aggiungiamo che la madre (Charlotte Rampling) della sposa resta chiusa nei suoi appartamenti e il padre (John Hurt) dimostra la sua totale superficialità e distacco anche nel momento in cui Justine, in un improvviso slancio affettivo, lo cerca ed ha voglia di conversarci.

Tutti questo per Justine è troppo. Non vuole fingere. Quella  cerimonia è un gioco, è un ridicolo rituale che lei stessa si incarica di smascherare. A partire dai rapporti con l’uomo appena sposato. Quest’ultimo le mostra il suo regalo di nozze: una piccola locandina che indica il ricco vigneto da lui acquistato per lei. Ma la reazione di Justine è inesistente. Trova anche questo ridicolo. Così come vive come un ridicolo rituale il tentativo di lui di avere un rapporto sessuale. Lei fuggirà di fronte a questa prospettiva.
La seconda parte della narrazione, dedicata a Claire ribalta in certo senso la prospettiva della prima. Il sempre più evidente avvicinarsi della distruzione del pianeta in un certo senso regala a Justine una soluzione ai suoi problemi. L’esistenza quotidiana degli uomini, il loro male oscuro, sono una minaccia ben più grave del loro totale annientamento. Finalmente questo pensiero e questa convinzione donano un atteggiamento di pace che si riverbera anche sul suo volto. Al contrario in Claire tutto questo, la convinzione sulla ineluttabilità della fine, le dà un senso di disperazione per  suo figlio e per suo marito.
È veramente fantastico lo scenario della casa, dell’intera proprietà, che gradatamente si spopolano. Ora non resterà che organizzare un nuovo rituale, questa volta più serio e più toccante del ridicolo matrimonio al quale si è così clamorosamente ribellata.
Justine è diventata la più tranquilla e serena di tutti: quale è la cosa più dolorosa? L’esistenza umana, priva di ogni senso comprensibile,  o il suo totale annientamento? Justine è come se diventasse tranquilla complice del pianeta Melancholia.
Quando uscì il film, ci fu una recensione che mi colpì particolarmente, perché in essa Von Trier era il bersaglio di pesanti critiche per aver creato per la sua storia una ambientazione impossibile a verificarsi. L’arrivo di un altro pianeta è un evento che va contro ogni legge della fisica e dell’astrofisica. Dunque, il film è del tutto fondato su premesse non verosimili. Penso che una cosa inverosimile sia proprio questo tipo di ragionamento. Un film è una cosa diversa da un trattato di astronomia e Melancholia non vuole dimostrare che  potrebbe prima o poi esserci la fine del mondo. Perché invece non giudicare un film per quello che è? Cioè, come dice il genere stesso, una fiction, che, in questo caso, non vuole discutere di astronomia, ma vuole parlare all’animo umano. L’animo con i suoi problemi, la depressione, il male oscuro che coglie nell’esistenza umana un senso di…non senso. E il pianeta Melancholia – come dal suo stesso nome – con la sua promessa distruttiva, è un po’ la metafora di tutto questo.