“Todo modo” (It. 1976) di Elio Petri

Simboli e segni di questo film sfociano nell’esoterismo nero

(nicola raffetà) “Todo modo para buscar la voluntad divina” “Ogni mezzo per cercare la volontà divina”,è la frase emblematica su cui ruota tutto il mistero di Todo Modo.
Liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, si tratta dell’ultimo film che vede la collaborazione di Elio Petri e Gian Maria Volonté, forza dirompente del cinema politico italiano degli anni ’70, ma oserei dire anche oltre gli anni di piombo, perché difficilmente è possibile trovare un cinema di denuncia politico-sociale come quello di Petri negli anni a seguire.
Todo modo, con la sua storia grottesca, si interroga sul futuro politico dell’Italia già allora in piena crisi, ma va oltre, al suo interno non abbiamo solo la messa in scena del potere totalitario e assassino che, seguendo precetti dogmatici e purificativi cerca l’assoluzione dei propri peccati, ma vi possiamo trovare simboli e segni che sfociano nell’esoterismo nero che, almeno a me, rimanda agli insegnamenti dell’enigmatico mago inglese Aleister Crowley, con finale di sacrificio umano (più di uno, trovandoci di fronte a una vera e propria carneficina), per instaurare e consolidare un potere altro (non è dato sapere quale) da quello che aveva comandato fino a quel momento, e che ovviamente non è altro che la Democrazia Cristiana (ricordiamoci che siamo nel 1976, in ancora pieno regime democristiano).
Da notare, appena entrati nel tempio-hotel, un dipinto rappresentante l’abate Antonio, assorto nella meditazione, al quale si avvicina il diavolo per tentarlo, replica esatta di una quadro del seicento di Rutilio Manetti conservato nella Chiesa di Sant’Agostino a Siena.
Subito da inizio film, ci troviamo immersi in un viaggio iniziatico in cui il Presidente (Gian Maria Volontè), arriva al post-moderno hotel Zafer, luogo di ritrovo per gli annuali ritiri spirituali, basati sugli esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola, a cui partecipano, oltre al Presidente (apertamente calcato sulla figura di Aldo Moro per un verso, e Giulio Andreotti, per altro verso), numerosi capi politici, industriali, banchieri e dirigenti d’azienda.Gli esercizi sono guidati dall’ambiguo Don Gaetano, interpretato dal sempre strepitoso Marcello Mastroianni.

Oltre ad espiare i propri peccati, l’obiettivo di questo “concilio” dovrebbe avere come fondamento principale il rinnovamento del partito e della propria struttura, dei vertici, in modo da mantenere il potere nel paese che, in quel momento, sta affrontando una dura crisi causata da un’epidemia, la quale causa pochi morti al giorno, ma distrae il popolo da ciò che, ai vertici alti dove si decidono le sorti del paese e non solo, il potere, sia quello vecchio rappresentato dalla Democrazia Cristiana, sia quello nuovo e sconosciuto che rade al suolo il precedente, fa quello che vuole senza porsi domande, scavalcando ogni forma di buon senso e fregandosene totalmente delle istituzioni democratiche.
Il film è molto enigmatico e questa è solo un’interpretazione, ovviamente calandosi nel periodo in cui il film è stato girato, nel 1976, in pieni anni di piombo, la denuncia principale che il regista fa è diretta a quella classe politica che da 30 anni governa il paese, la Democrazia Cristiana e che il killer che fa fuori tutti può rappresentare la volontà divina (secondo la cosa più plausibile in questo caso), oppure il comunismo che come uno spettro uccide i cattivi e corrotti democristiani, ma in questo caso non credo proprio che Petri fosse così ingenuo da credere che il comunismo fosse il bene assoluto, anzi, essendo un intellettuale profondo e intelligente sapeva benissimo cosa stava combinando in quegli stessi anni il comunismo in alcune parti del mondo, il potere, quando assoluto e totalizzante, è brutale ovunque, qualsiasi maglia indossi, rossa, nera o a sfumature grigie.
Probabilmente ci sono più modi di interpretare questo straordinario film.
Infine, al di là dell’aspetto filosofico e artistico dell’opera, ci troviamo di fronte a un grande cast, sia tecnico sia artistico, con Gian Maria Volontè, Marcello Mastroianni, Mariangela Melato, Ciccio Ingrassia, Michel Piccoli, Franco Citti, Renato Salvatori, per la regia di Elio Petri, sceneggiatura di Leonardo Sciascia, fotografia Luigi Kuveiller, montaggio Ruggero Mastroianni, musica Ennio Moricone, scenografia Dante Ferretti.
Un classico italiano assolutamente da non perdere, ancora attuale che cerca di mettere in evidenza le oscure trame del potere.