“Tutti i Vermeer in New York” (Usa 1990) di Jon Jost. Recensione e trailer.

“E’ insolito trovare un film così intelligente in inglese” (Roger Ebert)

(marino demata) New York, 1990. Mark, (Stephen Lack),  il direttore di un piccolo Ufficio di broker di una trentina di  persone, quasi ogni giorno, raggiunto il limite massimo della propria saturazione e stressato per le continue richieste telefoniche di spostamento di capitali da un titolo all’altro, ama rilassarsi andando al MET (Metropolitan Museum of Art) e sostare a lungo nell’area dedicata ai cinque capolavori del  grande pittore olandese Vermeer, il suo preferito. Oppure recarsi alla Frick collection, dove sono esposti gli altri tre Vermeer di New York. Al Met c’è un’opera di Vermeer che Mark ama più di tutte ed è capace di sostare lì e rilassarsi anche per ore. Si tratta della “Donna col velo”.  Capita che un giorno trovi la prospettiva, dal divano sul quale ama sedersi per osservare il capolavoro, occlusa dalla presenza, a pochi passi dal quadro, di una ragazza che sembra immobile e come pietrificata di fronte al capolavoro E allora cosa fa Mark, il broker? Si reca presso la ragazza, che sembra rapita dal quadro, per osservare cosa stia accadendo. E’ possibile che Mark, allora, si incanti anche lui a vedere non solo il capolavoro di Vermeer, ma anche la ragazza? E che egli noti una strana somiglianza tra la ragazza e quella dipinta nel quadro? E che, a questo punto, la sua curiosità si trasformi in ammirazione e stupore, al punto che, spinto da tanta bellezza raddoppiata, non possa fare a meno di innamorarsi della ragazza alla quale si sente unito dallo stesso amore verso la “ragazza col velo di “Vermeer”? Questa strana scena, che ci lascia anche confusi e anche piacevolmente partecipi, si conclude con uno scatto improvviso di Mark, che prende dall’impermeabile penna e carta e poi lascia nelle mani della ragazza ammutolita un suo messaggio, con la richiesta di un appuntamento.
Ecco. Abbiamo descritto uno dei più singolari incipit di un film, in questo caso quello di Tutti i Vermeer in New York, opera di un regista indipendente, Jon Jost. Il regista ha al suo attivo venti film corti e 16 lungometraggi, che ha da sé concepito, sceneggiato, diretto e montato. Alcuni dei suoi film sono veri e propri saggi di stile personale di avanguardia, tanto che i suoi lavori sono stati spesso esposti in musei e festival fin dal 1975, mentre, nel 1991, il MOMA di New York ha presentato un’ampia retrospettiva dei suoi film, comprendente cinque short film e undici film lungometraggi. Lontano, naturalmente, dal cinema americano ufficiale di Hollywood, è un regista innovativo, radicato nella patria dell’innovazione cinematografica americana, cioè la città di New York, patria del New American cinema, ma anche con un occhio attento ai movimenti innovativi europei, tra i quali si riconosce soprattutto nella Nouvelle Vague e in Godard, per il quale gira un film-omaggio, Godard 1980. Anzi+, diciamo pure che il film di cui abbiamo iniziato a parlare, trasuda, in ogni fotogramma, del cinema godardiano.

In seguito al biglietto consegnato al Museo, Mark incontra la ragazza in un bar. Lei è francese, Anna (Emmanuelle Chaulet) e, fingendo di non conoscere l’inglese, si fa accompagnare dalla sua amica e coinquilina americana, che finge di farle da interprete (situazione tipicamente Nouvelle Vague). L’incontro successivo avviene tra la sola Anna e Mark a casa di quest’ultimo. I due conversano piacevolmente e lei si lamenta delle sue difficoltà economiche a New York. Quasi per scherzo lei gli dice che stenta a pagare l’affitto. Mark le offre 3000 dollari che lei accetta.
Naturalmente non possiamo rivelare altro, se non che il film è una esplicita critica alle decadenze e artificiosità degli anni ’80. Esso ha, fino a questo punto, le sembianze di un gioco, o, se preferite, di scene di preparazione della nascita di un amore, e che, avrà invece, inaspettatamente, un finale drammatico, che rompe decisamente ogni sacra “regola” del cinema. Perché Jost se ne infischia di passare da un genere all’altro. Per questo, e per mille altri motivi, il film non si sarebbe mai potuto girare nei sacri templi degli studios di Hollywood. Né, peraltro, Jost ha mai desiderato qualcosa del genere.
Aggiungiamo che il film è, oltre che essere un’incursione nell’arte di Vermeer, ci porta anche nel mondo delle gallerie di arte contemporanea newyorkese, delle passioni e delle pressioni lì giornalmente presenti.
Sono grato a MUBI di aver rivisto questo bel film indipendente, dopo averlo visto, negli anni ’90, in TV su Rai Cinema (se non ricordo male). Il cinema indipendente è una risorsa infinita di opere di grande valore artistico e di carattere innovativo. Un mondo affascinante dal quale, una volta entrato, non vorresti più uscire. Indipendenza significa  che il regista non deve avere alcun intralcio  né condizionamento nel suo lavoro ed essere indipendente da tutto, dalle regole, dai generi e dalle stesse abitudini trasmesse per decenni al pubblico. In questo mondo puoi incontrare grandi personaggi come Andy Warhol, grandi registi poco noti al grande pubblico come  Jonas Mekas o John Sayles o Tom DiCillo, ma anche registi molto noti come Jim Jarmush o come George A. Romero e lo stesso Martin Scorsese, non solo nei primissimi film, ma anche in opere successive, come Fuori orario, film rifiutato da Hollywwod, che lui, per nostra fortuna, ville fare ugualmente in modo del tutto indipendente.
Per ritornare a Jost e a Tutti i Vermeer in New York  e alla sua vicinanza al cinema francese, la scelta dell’attrice, Emmanuelle Chaulet – ne siamo certi – non è soltanto dovuta alla sua  somiglianza con la “Donna col velo” di Vermeer, ma anche alla circostanza che era stata la protagonista del film di Eric Rohmer L’amico della mia amica, ed aveva quindi il timbro della Nouvelle Vague sul suo passaporto per New York.
Il film, come è facilmente comprensibile, non è stato amatissimo dai critici americani. Ma ci sono anche importanti eccezioni, ad esempio quella di uno dei più importanti critici, purtroppo scomparso qualche anno fa, Roger Ebert, spesso anticonvenzionale e non sempre obbligatoriamente tenero verso i prodotti United States. A conclusione della sua recensione su Tutti i Vermeer in New York, Ebert osserva: “Questo film, magnificamente fotografato e interpretato con calma e grazia (…) va collocato tra qualche parte tra le non-commedie di Woody Allen ed Eric Rohmer.” E conclude ironicamente che, se il film fosse stato in francese con i sottotitoli, “avrei saputo subito cosa aspettarmi. È insolito trovare un film così intelligente in inglese.”