“Enter the void” (Fr. 2009) di Gaspar Noè

Il film è un’esperienza visiva che lascia il segno dentro di noi

(marino demata) L’avventura del film Enter the void di Gaspar Noè è iniziata al Sundance del 2009, dove già i soli meravigliosi titoli di testa sono stati  salutati da un lunghissimo applauso. Il film è stato poi presentato  a Cannes, dove le cose, stavolta, sono andate in maniera decisamente migliore dei due precedenti film del regista nato in Argentina e residente in Francia. Infatti, i due film che, a Cannes,  hanno preceduto Enter the void, e cioè Irreversible e Solo contro tutti,  hanno suscitato problemi e addirittura pesanti e movimentati dissensi alle loro proiezioni. Al contrario, anche lì l’inizio di Enter the void è stato molto apprezzato. Poi, magari, con lo svolgimento del film, il pubblico e la critica si sono divisi. Questo perché, in generale, i film di Gaspar Noè o si amano e si considerano capolavori, o si detestano e vengono definiti spazzatura. Raramente di intravvedono vie di mezzo.
E i titoli di testa, così come strutturati, sono la giusta introduzione al viaggio psichedelico del protagonista, Oscar (Nathaniel Brown). Lo troviamo nella prima scena del film che discute con la sorella Linda (Paz de la Huerta). Sono americani e vivono a  Tokio in uno squallido appartamento. Linda parla della sua paura del volo. Paura di morire. Paura di entrare nel vuoto. Ma questa affermazione sembra visivamente contraddetta da una gigantesca insegna al neon visibile proprio sulla facciata di fronte al modesto appartamento nel quale vivono Oscar e Linda. C’è scritto semplicemente ENTRA. Anche  Oscar non è d’accordo con Linda: è bello volare; anche quando si muore si vola. Lo dice anche il libro buddista che il suo amico gli ha prestato: il “Libro della morte”.
Questo classico manuale buddista ci introduce alla teoria della reincarnazione, dopo la morte. A colui che è morto viene offerta la possibilità di scegliere il luogo e la situazione nella quale reincarnarsi. Noi ignoriamo se Gaspar Noè sia buddista. Questa può essere una curiosità, ma, dopo tutto, è in, certo senso, inessenziale ai fini dello svolgimento del film. Ma Un fatto però incontrovertibile è che il film è un po’ la traduzione in immagini del libro di cui parla Oscar e delle teorie buddiste sulla vita dopo la morte, nel senso che segue per filo e per segno la concezione presente nel testo che vediamo nelle mani del protagonista. La presenza del Libro della morte nelle prime battute del film potrebbe anche essere un espediente per introdurci in un mondo e in una realtà che può risultare ostica al mondo occidentale, ma sicuramente non lo è per il mondo orientale. E il film segue quel tracciato.

Da sottolineare che tutta questa prima parte del film è girata in soggettiva, cioè noi non vediamo mai il volto di Oscar, ma vediamo quello che lui vede ed immagina. Le immagini proiettate sullo schermo sono i suoi pensieri e quello che lui stesso vede. Questo meccanismo offre allo spettatore un senso di partecipazione piena all’azione e al pensiero del protagonista.
Andata via la sorella, Oscar decide di volersi fumare una dose di DMT, una droga pesante, che consente un viaggio breve, di pochi minuti, ma di grandissima intensità ed emozione. Lo spettatore assiste e partecipa in certo senso a questo viaggio fatto di luci folgoranti in un caleidoscopio di fasci e lampi colorati e di musica straordinaria. Al  termine del “viaggio” arriva una telefonata: un amico gli chiede di portargli una dose in un locale che si chiama – significativamente – VOID (Vuoto). Così abbiamo scoperto il lavoro di Oscar. In realtà la richiesta del suo amico è una trappola. Nel locale Oscar viene braccato dalla polizia, si rinchiude in una toletta, ma viene sparato. Muore così. E noi, per la prima volta vediamo il volto di Oscar, perché qui termina la ripresa in soggettiva. Tutto è logico in questo film: non c’è più “soggettiva” perché il soggetto è morto.
In realtà, come dice il buddismo, la morte è l’inizio di una nuova fase, un nuovo viaggio, nel quale Oscar vola su questo mondo tra la vita, la morte, il piacere, il dolore, il sesso e la consapevolezza di sé, in un vortice di immagini luminose e accecanti e a volte nere.
Lungo questo viaggio innanzitutto Oscar rivede la propria vita e in questa arte di film, sorta di flashback, la tecnica non è più la soggettiva, ma la ripresa proprio dalle spalle di Oscar, del quale dunque si vede solo la nuca. Ed è in questa fase che scopriamo la verità della vita sua e di sua sorella: da bambini un gravissimo incidente automobilistico ha ucciso il padre e la madre davanti ai loro occhi. Fratello e sorella restano con un dolore immane, ma anche con la consapevolezza di avere reciprocamente un grande amore, che si traduce in un pegno di sangue, di non lasciarsi mai più, neanche se uno dei due dovesse morire. Un impegno che è continuato a vivere anche quando i due sono stati separati ed affidati a due famiglie diverse.
Una volta cresciuti, Oscar e Linda si sono ritrovati a Tokio con l’impegno di non lasciarsi mai più. Tocca ora ad Oscar, una volta morto, mantenere l’impegno, trovarne la forma e la soluzione. Lo spettatore assisterà, anche in questo caso con gli occhi dello spirito di Oscar, allo svolgimento della vita di Linda, costretta ad andare avanti senza di lui. E lo spettatore volteggia, proprio come lo spirito di Oscar, da un punto all’altro della città seguendo ovunque la propria sorella: Riuscirà Oscar a mantenere la sua promessa di restare sempre accanto alla sorella? E come? In quale modo? Tutta la terza parte del film è un nuovo viaggio intrapreso per adempiere alla promessa fatta. E, alla fine, ci rendiamo conto che la storia in sé non presenta lati oscuri o complicati e che essa è effettivamente una esplicazione dei principi buddisti.
In questo viaggio assistiamo anche ad esperienze raccapriccianti, nonché a scene esplicite di sesso  e perfino ad un aborto dal vivo (esperienza questa di cui avremmo volentieri fatto a meno, ad essere sinceri). Ma Noè è questo: pendere o lasciare. E tu, conscendo i suoi film, capisci che se qualche immagine non ti è gradita, questo è un piccolo prezzo da pagare, che non è nulla in confronto a quanto lui ti dà in cambio. Perché Il suo film non è tanto qualcosa che si vede, ma una vera e propria esperienza visiva, dove le immagini, accompagnate dalla musica, non sono la trascrizione della storia, ma sono la storia stessa e il film non è tanto qualcosa che hai visto, ma qualcosa che ti è successo. La visione di questo film è un’esperienza. Un’esperienza visiva che lascia il segno dentro di noi, e che ci arricchisce.