“Synecdoche, New York” (Usa 2008) di Charlie Kaufman

Esordio alla regia di un grande sceneggiatore

(marino demata) Charlie Kaufman, il regista e sceneggiatore di Synecdoche, New York, prima di questo film di esordio dietro la macchina da presa, è stato bravo ed acclamato sceneggiatore di film di grande livello. Le sue sceneggiature sono state affidate a registi con i quali ha stabilito  ottimi rapporti, che lo hanno portato ad affidare loro altri film. Ci riferiamo soprattutto a Spike Jonze, per il quale abbiamo un doppio fortunato esordio con Essere John Malkovich: Kaufman come sceneggiatore e Jonze come regista. I due si ripeteranno con un film ugualmente acclamato, Adaptation/Il ladro di orchidee, un film decisamente affascinante per la sua struttura. Kaufman fornirà due sceneggiature anche al giovane regista Michel Gondry: Human nature e soprattutto il bellissimo Eternal Sunshine of the Spotless Mind, dall’incredibile titolo italiano Se mi lasci ti cancello. Questo per non parlare della sceneggiatura del film di George Clooney Confessioni di una mente pericolosa.
Come regista si dimostra, nei suoi primi due film, Synecdoche, New York e poi nel recente Sto pensando di finirla qui ugualmente brillante rispetto alle opere da lui sceneggiate e girate da altri registi, anche se, come vedremo, non mancano alcuni aspetti discutibili.
C’è in ogni caso una sorta di marchio di fabbrica come autore e regista di New York che lo spinge, così come Woody Allen, Noah Baumbach ed altri, ad interessarsi a famiglie dai rapporti molto complicati e a personaggi spesso afflitti da turbe psicologiche, o ipocondriaci, o da particolari manie o da frequentazioni con psicoanalisti. Da questo tipo di malanni, oltre che da altre patologie fisiche,  è perseguitato il protagonista di Synecdoche, New York, il regista teatrale Caden Cotard, interpretato da un grande Philip Seymour Hoffman.
Il primo termine del titolo del film è un mix tra il paese dove vive Caden, Schenectady, e Sineddoche, un termine col quale si vuole indicare una parte per il tutto. Alla fine, il risultato è quasi impronunciabile. Ma anche questo è Kaufman!
Di che parla questo film? Difficile dare una risposta univoca. A voler essere sintetici direi che parla della vita e quindi parla anche di noi stessi, noi tutti alle prese con i nostri desideri realizzati e quelli irrealizzati, con le nostre esistenze angosciate, con i nostri malanni, con i nostri rapporti sempre difficoltosi con le persone che conosciamo.  Sono temi che potrebbero preludere ad un film pesantissimo, ma non è così. Non è così perché interviene continuamente quello spirito, quell’umorismo e quell’ironia tipicamente newyorkese, che ha il potere di alleggerire il tutto.
L’inizio del film ci porta già nel cuore di problemi esistenziali (e chi non ne ha?). Caden Cotard e Adele Lack (Catherine Keener) sono una coppia di artisti sposati che vivono a Schenectady. Mentre stanno allestendo una versione molto originale di Morte di un commesso viaggiatore, il loro matrimonio, allietato da una bambina,  intanto, va a rotoli. Lei per lavoro deve andare un mese a Berlino. Era programmato che andassero tutti e tre, ma lei decide di andare sola con la figlia. Non resterà un mese, ma anni!

Intanto Cotard somatizza sempre più i suoi mali interiori e scopre, grazie all’intervento di vari medici, di avere un occhio la cui pupilla non si dilata, di avere sangue nelle feci, pustole sparse per il corpo, e più avanti non riuscirà più a camminare bene come una volta. Tra l’altro va detto che l’autorivelazione delle proprie malattie ricorda molto il personaggio interpretato da Woody Allen in uno dei suoi capolavori, Anna e le sue sorelle.
Fortunatamente la vita offre a Caden Cotard una qualche ricompensa: partecipa ad un concorso e vince una borsa di studio che gli fornisce ampie risorse, con le quali acquista enormi spazi a Manhattan, che diventano studio, spazio per le audizioni e teatro vero e proprio. Cosa andrà in  scena? Caden è molto determinato: è la sua vita il suo soggetto e gli attori dovranno interpretare lui, i suoi mali, le sue donne, i suoi amici e i suoi medici. In una girandola di situazioni dove spesso si scambiano di ruolo i personaggi e gli interpreti, in uno di quei giochi meta-cinematografici ai quali Kaufman ci ha abituati (ricordate Adaptation/Ii ladro di orchidee, cioè il film che, nella sua struttura forse più ricorda questo?) e attraverso i quali l’arte è imitazione dell’esistenza. Un attore interpreta un uomo che si innamora –  come dice il copione della vita di Caden – di una ragazza. E alla fine si innamora veramente. Ma di chi? Dell’attrice che interpreta la ragazza o della ragazza vera e propria? E’ solo un esempio. Ma se ne potrebbero citare molti altri. Seguiamo questa storia – anzi queste storie . che si sviluppano in una dilatazione temporale di circa 40 anni di vita del nostro protagonista.  Ovvio che si generano molte situazioni che hanno del ripetitivo. Ma io me lo spiego. Qui forse il regista Kaufman avrebbe dovuto avere la prevalenza sullo sceneggiatore Kaufman, come sarà accaduto per le sue precedenti sceneggiature nelle autonome mani di altri registi. Ma è noto che ogni sceneggiatore è innamorato di ogni sillaba della sua sceneggiatura e non vorrebbe eliminarla neppure sotto tortura. Questo spiega dunque l’unico limite che abbiamo trovato nel film. E che non si ripeterà invece nel delizioso film successivo, Sto pensando di finirla qui, uscito pochi mesi orsono.
Il grande vantaggio di Synecdoche, New York è che ha un cast naturalmente raddoppiato, tra quelli che interpretano vari personaggi della vita di Caden e i personaggi stessi della sua vita. Anche lo stesso Caden trova l’attore adatto che deve interpretarlo, che però – grande umorismo macabro di Kaufman – si toglierà la vita gettandosi dall’alto. Tra le urla di Caden: “non puoi farlo. Io ci ho  provato ma sono stato bloccato. Ea te chi ti blocca?”
Tra i personaggi e gli attori che li interpretano sotto la direzione di Caden, abbiamo nomi di primissimo piano, come Samantha Morton, Jennifer Jason Light, Emily Watson, Dianne Wiest e tanti altri. Su tutti giganteggia lui, Philip Seymour Hoffman, in una interpretazione, difficile per le mille tonalità e sfumature che deve dare al suo complesso personaggio, che definirla semplicemente strepitosa è, se possibile, molto riduttivo. Ogni vero amante del cinema non può che rammaricarsi profondamente che la morte ci abbia privato di un così grande attore e di tante altre grandissime interpretazioni che avrebbe potuto offrirci ancora, con la sua semplicità, con la sua aria di persona qualunque, che puoi incontrare ad ogni angolo di strada, col suo sguardo troppo spesso smarrito.