“Tirate sul pianista” (Fr. 1960) di François Truffaut

“Se sto mentendo possa mia madre morire in questo momento”

(marino demata) Jonathan Demme, il regista di Phladelphia e de Il silenzio degli innocenti era un grande ammiratore della Nouvelle Vague e di François Truffaut in particolare. E ha rivelato, nel corso di una conversazione tenuta presso il Film Society of Lincoln Center di New York, di aver fatto follie, all’età di 22 anni, per incontrare il regista francese in visita a New York e appena atterrato (Per me Dio era atterrato”).
Il suo film preferito? Tirate sul pianista. E cita una scena che gli sembra emblematica per illustrare il film, il cinema di Truffaut e tutta la Nouvelle Vague. Ecco la scena: due banditi, per recuperare un malloppo, rapiscono il fratello minore di Charlie (Charles Aznavour) e lo portano via in auto. Vediamo allora i rapitori che esaltano le proprie gesta per fare impressione positiva nei confronti del ragazzo. Ad un certo punto il ragazzino dice ad uno dei due: “Ma vai, non ti credo”. E il rapitore: “Sto dicendo la verità. Mi è testimone Dio. E se sto mentendo possa mia madre morire in questo momento”. Subito dopo abbiamo uno stacco e si vede una scena con una anziana signora che cade improvvisamente morta.”  E a quel punto Demme ricorda di aver pensato:“Mio Dio, guarda che film che si può fare: nel bel mezzo della scena di un rapimento, appare  una scena come quella!”E’ un incredibile mix di tragedia e comicità che fece impazzire il regista americano: “Questa è una cosa incredibile e meravigliosa. È la rivoluzione nel cinema. Per una cosa del genere ad Hollywood mi avrebbero linciato!” A Demme piaceva molto questo film e il film di Godard La donna è donna, Per lui sono i due veri manifesti della Nouvelle Vague.
Quando nel 1959 uscì il primo film di François Truffaut, I quattrocento colpi, fu un successo immediato e travolgente in Francia e a livello mondiale, e i critici di tutto il mondo hanno salutato le grandi innovazioni presenti nel suo stile nel descrivere la storia a volte malinconica – in parte autobiografica – di una fanciullezza e giovinezza molto travagliate. Qualcuno afferma che con questo film siamo già nella Nouvelle Vague. Io preferisco affermare che questo film apre le porte, per così dire, al grande movimento innovativo francese. È l’anno successivo, il 1960, l’anno della Nouvelle Vague, l’anno di Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard e l’anno in cui Truffaut spiazza tutti col suo secondo film, Sparate sul pianista. Un film che non ammette via di mezzo: sarà osannato per il coraggio dell’autore nel trasgredire tutte le regole del cinema in vigore fino ad allora, e sarà profondamente criticato proprio per il medesimo motivo.
E infatti la più grande trasgressione rispetto ai “sacri canoni” del cinema riguarda i generi cinematografici. Questo film può essere definito il massacro (o il “sacro massacro, a seconda dei punti di vista) dei generi cinematografici. Ma ad un rimprovero del genere Truffaut, così come Godard e gli altri registi della Nouvelle Vague avrebbero risposto “Je m’en fous”. E così, deliberatamente, Truffaut gira un film che disorienta molti, perché è un mix di gangster movie, di romance, di thriller inframmezzati da gags incredibili.
Tratto da un romanzo di David Goodis (Truffaut è anche grande lettore di romanzi), uno scrittore americano molto apprezzato in Francia, il film è, per quell’epoca, spiazzante fin dall’inizio: l’incipit sembra un noir in piena regola. La scena si svolge di notte e un uomo, Chico (Alber Remy) fugge non si sa da chi o cosa. Inciampa, urta goffamente contro un lampione e finisce a terra, si ferisce e viene soccorso da un altro uomo. Quest’ultimo avrebbe fretta di tornare a casa dalla moglie, ma ha voglia di parlare con qualcuno e gli racconta del suo matrimonio, delle circostanze che  lo hanno portato a scegliere la sua donna, e così via. Io immagino che  molti spettatori (e anche molti critici) abbiano pensato, a questo punto: “ma tutto questo che c’entra? Non si dovrebbe invece capire subito perché quel personaggio veniva inseguito e da chi?” Per inciso, Goodis aveva scritto una vera e propria serie di romanzi noir, che affascinavano soprattutto i lettori francesi per quei personaggi perdenti e malinconici, e dai quali erano già stati tratti altri film. Truffaut li amava, come amava anche i B-movies americani.

Solo nella seconda scena del film apprendiamo che l’uomo che fuggiva nella notte è il fratello del protagonista, Charlie Kohler (Charles Aznavour). Questi è un uomo piccolo e timido e suona il pianoforte in un altrettanto piccolo bar. C’è un rapido passaggio al romanticismo, quando Charlie scopre la nuova impiegata del bar, Lena (Marie Dubois), e nasce del tenero fra i due. Ma poi si alternano commedia e melodramma: nella vita di Charlie c’è stato un momento di splendore allorché si esibiva, col suo vero nome di Edouard Saroyan, in grandi palcoscenici. In un flashback comprendiamo la tragedia che ha vissuto quando sua moglie si uccide dopo aver  confessato di averlo tradito per procurargli una grande carriera di pianista. Ma questo cambio di registro e di genere all’interno del film ha un ritmo tanto frenetico e tali sbalzi di umore,  che tu a volte non riesci neppure a capire fino in fondo e pensi: “ma fa sul serio o scherza?”
In ogni caso la grande fuga notturna del fratello ha una seria ragione: si era appropriato del bottino di una rapina senza spartirlo con i suoi soci (tipica trama noir americana). E il povero e timido Charlie, che aspira alla tranquillità e ad essere lasciato in pace, verrà coinvolto, assieme alla barista, sua nuova compagna, in un susseguirsi elettrizzante di vicende tra il noir e l’umoristico. Fino ad una resa dei conti che avverrò in mezzo alla neve, in collina, vicino ad una baita, in un finale, di cui non riveliamo i contenuti, sul quale il regista ritornerà al termine del suo film La mia droga si chiama Julie.
Perché Aznavour? Si chiederà qualcuno dei nostri lettori. Cosa c’entra questo cantante confidenziale col film della Nouvelle Vague? Quando Truffaut porta ad Aznavour il libro di Goodis perché lo legga, gli dice: “faremo un film sulla timidezza”. Questa è la ragione. Per Truffaut Aznavour, come figura, snellezza, statura, sguardo era l’emblema della persona timida e impacciata.
Considerato da molti come un film minore di Truffaut, Tirate sul pianista è, secondo me, un grande film, col quale mettiamo tutti e due i piedi nella Nouvelle Vague, amche grazie alla splendida fotografica in banco e nero di chi ha dato la voce a quasi tutta la cinematografia di quell’epoca, il grande Raoul Coutard e alla coinvolgente colonna sonora di George Delerue. Prendiamo a come Truffaut adatta al cinema i dialoghi con se stesso che lo scrittore del romanzo fa esprimere al protagonista in delle note in corsivo in fondo ad ogni pagina. Nel film diventano la voce di Aznavour fuori campo che ci dice cosa pensa di quello che sta facendo e cosa dovrebbe fare successivamente. E tu pensi: ecco cosà farà ora!” Nemmeno per idea. Puntualmente il protagonista fa sempre il contrario di quello che aveva pensato che fosse giusto fare. Questa è proprio Nouvelle Vague, amici.

Film di François Truffaut recensiti su questo magazine:
Tirate sul pianista (1960): https://wp.me/p3zdK0-4Vt
Farenheit 451 (1966): https://wp.me/p3zdK0-29v
Baci rubati (1968): https://wp.me/p3zdK0-3O1
La sposa in nero (1968): https://wp.me/p3zdK0-136
La mia droga si chiama Julie (1969): https://wp.me/p3zdK0-1E7
La signora della porta accanto (1981): https://wp.me/p3zdK0-OA