“Fight club” (Usa 1999) di David Fincher

“Se ti svegliassi in un momento diverso, in un posto diverso, potresti svegliarti come una persona diversa?”

(marino demata)  Ci sono molti film fondamentali nella storia del cinema, che andrebbero rivisti. È importante, in genere, rivedere un film almeno una seconda volta. Ti accorgi di situazioni, significati, battute, che la prima volta ti sono inevitabilmente sfuggite. In generale tutti i film andrebbero rivisti la seconda volta. Ma come è possibile? Specialmente ora, che con le varie piattaforme, escono centinaia di film al mese, alcuni dei quali vale veramente la pena di vedere e commentare, come si fa? Ricordo il grande Massimo Troisi che, a proposito dei libri faceva una considerazione analoga: “I libri sono milioni e milioni. I non li raggiungo mai. Perché io sono uno a leggere e loro sono milioni a scrivere. Cioè milioni di persone e io uno, mentre ne leggo solo uno…”
Voler rivedere tutti i film già visti è dunque impossibile. Bisognerebbe raddoppiare la durata della vita. E allora accontentiamoci di rivedere solo i migliori, lasciando casomai gli altri per la successiva vita, alla quale, essendo io buddista, credo fermamente.
Uno di questi è Fight club. Veramente un grande film, che da tempo volevo rivedere. Ed ora che sul nostro Rivegauche-filmecritica abbiamo quasi compiuto il commento all’intera attuale filmografica di David Fincher, eliminiamo questa lacuna parlando di questo film di oltre venti anni fa.
Il film è tratto da un romanzo di Chuck Palahniuk, ben sceneggiato da Jim Uhls. Questa sottolineatura è importante perché, nelle storie di Fincher, i dialoghi svolgono una funzione fondamentale nell’economia del film.
Il nome del protagonista, interpretato da Edward Norton, non viene mai pronunciato, viene indicato nei titoli di coda come Anonimo narratore. E in effetti lo spettatore lo sente non solo dialogare con gli altri, ma ascolta anche le sue considerazioni e giudizi su se stesso, sulle altre persone e sulla realtà. E è da questi giudizi del narratore fuori campo che noi sappiamo da cosa nasce tutta la storia. Dall’insonnia di Norton (per brevità chiamiamolo così d’ora in poi). Allo psicoanalista dice che, second lui, la sua insonnia nasce dal continuo riflettere su se stesso e sula realtà di oggi. Soffre molto e vorrebbe dei medicinali adatti. Il dottore però rifiuta di assecondarlo, non gli dà alcun farmaco e lo invita, visto che soffre, ad andare a conoscere la gente che soffre davvero, i gruppi di ascolto dei malati di cancro ai testicoli, o quelli che hanno tumori alla pelle. O altro. Purtroppo, c’è l’imbarazzo della scelta.
La cosa sembra funzionare. Norton si finge di volta in volta ammalato grave nei vari gruppi nei quali si reca. Il fingersi anche lui malato terminale, piangere dei mali altrui e abbracciare quelle persone sofferenti gli restituiscono un senso di tranquillità e il sonno. Inoltre, conosce una strana donna, Marla (Helena Bonham Carter), catapultata qui dai film di Ivory), che scopre essere una finta malata come lui, in tournée tra i vari gruppi di malati. Avrà poi una funzione importante nella vita di Norton.
Ma ben presto, attraverso le esternazioni fuori campo di Norton, lo spettatore si accorge che il suo malessere è molto  più profondo e che i gruppi di supporto non risolvono ala radice il problema. Eppure, apparentemente Norton vive una vita agiata: ha un lavoro che lo porta spesso in giro per varie città americane: lavora in un ufficio di investigazione dei tipi di automobili uscite difettose dalla fabbrica; e in tal caso tali automobili vanno ritirate dal mercato e richiamate (ma solo se conviene economicamente). Il suo appartamento è ben curato e arredato con grande gusto.

Ma è proprio questo che non va. Sente su di sé il peso  di una società consumista dove la cosa importante è acquistare. E acquistare anche merci inutili che ti vengono imposte attraverso bombardamenti pubblicitari. Le merci sono diventate le cose più importanti ed anche gli uomini sono diventiate merci. Ecco che Fincher qui sposa le motivazioni dell’insoddisfazione e dell’alienazione di Norton fino a fargli dire “Se ti svegliassi in un momento diverso, in un posto diverso, potresti svegliarti come una persona diversa?”
Ma quando un certo Tyler Durden (Brad Pitt) si siede accanto a lui in uno dei tanti aerei che Norton prende per il suo lavoro, la vita comincia a cambiare. Tyler è un venditore di saponi, prodotti in nodo strano e discutibile. E rappresenta per Norton una sorta di alter ego, che ha esattamente tutto ciò che manca a lui: ottimismo, disinvoltura, creatività. Tyler introduce Norton al Fight club, in oscuri e luridi scantinati, dove ragazzi e uomini sfogano la loro rabbia per la mediocrità della società scazzottandosi a vicenda, riacquistando in tal modo padronanza di sé, del proprio corpo e del proprio essere. Il club diventa sempre più organizzato e gestito con regole ferree, di cu la prima è “mai parlare con nessuno del Fight club”.
La violenza cieca con la quale si battono a turno i membri del club (innanzitutto Norton e Tyler) basterà a farli guaire dalla propria alienazione? O il club in quanto tale deve fare qualcosa per cambiare radicalmente il mondo. Gradatamente i soci del club assumono sempre più le sembianze di naziskin, in un  crescendo di violenza contro tutti e tutto.
Il film può essere discusso da vari punti di angolazione. Uno di questi è proprio la violenza. L’eccesso di violenza presente nel film ha fatto storcere il naso a qualcuno. Altri hanno paragonato questo film ad Arancia meccanica, e, come in quel caso, non c’è naturalmente alcuna simpatia degli Autori per i protagonisti che fanno della violenza il loro principale stile di vita. Questo non ci stupisce più di tanto. Da Arancia meccanica in poi ci sono vari esempi di film nei quali gli Autori sono in disaccordo con i personaggi che creano. La violenza può avere un effetto divertente (vedi quando Norton prende a pugni se stesso nell’ufficio del Direttore per poi incolparlo, allorché arriva la polizia, di maltrattamenti subiti); e a questo proposito ricordiamo che non mancano motivi umoristici nel corso del film, perfino nelle riunione degli ammalati di cancro ai testicoli, dove uno degli ammalati ha visto crescere il proprio seno a dismisura a causa dei medicinali ingeriti, e l’abbraccio col piccolo Norton ha qualcosa di esilarante. Ma la violenza può avere anche un effetto catartico ed anche respingente.
In tal modo lo spettatore si rende conto che Fincher parte da una analisi molto corretta e avanzata della società dei consumi per arrivare ad una risposta o soluzione non sostenibile. E più non è sostenibile, più forte è la condanna per la sua causa: lo stato attuale della società che genera alienazione ed omologazione.
Forse proprio questa è la grandezza del film!
Un altro punto di vista dal quale si può commentare i film è quello che riguarda la psicologia del protagonista. Sotto questo aspetto Fight club, come anche altri film di Fincher, è un complesso itinerario nella mente del protagonista, un itinerario che riserverà grandi ed inimmaginabili sorprese allo spettatore, sotto forma di colpi di scena che renderanno gli ultimi venti minuti del film rivelatori di incastri di situazioni e personaggi come in fantastico mosaico.

David Fincher. I suoi film recensiti su Rivegauche-filmecritica.com
Seven (1995)https://wp.me/p3zdK0-4hj
The game (1997): https://wp.me/p3zdK0-4ox
Fight club (1999): https://wp.me/p3zdK0-4VF
Panic Room (2002): https://wp.me/p3zdK0-4dO
Zodiac (2007): https://wp.me/p3zdK0-4ek
The social network (2010): https://wp.me/p3zdK0-4ge

Gone girl (2014): https://wp.me/p3zdK0-4Ro
Mank (2020)https://wp.me/p3zdK0-4Qi