“The dig” / “La nave sepolta” (UK 2021) di Simon Stone

“Dalla prima impronta umana su una parete di roccia, siamo parte di qualcosa di perpetuo. In un certo senso non moriamo davvero.”

(marino demata) The dig è un film inglese diretto da Simon Stone, un regista australiano al suo secondo lungometraggio dopo The daughter del 2015: diciamo subito che la sua regia riesce a rendere perfettamente il clima “british” che si registra proprio alla vigilia della Seconda guerra mondiale, che vide l’Inghilterra pesantemente coinvolta. E’ anche merito della sceneggiatura di Moira Buffini, e del famoso romanzo di John Preston. Il romanzo segue con una certa fedeltà le vicende realmente accadute e questo marchio resta anche nel film, anche se li regista, pur restando fedele alla storia, sente i bisogno di arricchirla con la creazione di alcuni personaggi e vicende di fantasia.
Sulla costa orientale dell’Inghilterra, a Satton Hoo, nella regione del Suffolk, la proprietaria terriera Edith Pretty (Carey Mulligan) appassionata di archeologia, che non ha potuto però coltivare a causa degli assurdi divieti paterni, intuisce che la terra di sua proprietà nasconde segreti e forse tesori. Forte di tale “feeling”, come lei stessa definisce la sua convinzione, dà incarico all’esperto Basil Brown (Ralph Fiennes) di trovare il luogo che, per conformazione del terreno, potrebbe custodire reperti archeologici. Basil non è uno studioso di archeologia e non può vantare titoli accademici; ma è forte di una grande passione, ereditata dal padre, per i ritrovamenti archeologici, con i quali, puntualmente e grazie al suo intuito, si è fatto un nome nella regione.
La prima parte del film ci mostra inizialmente le trattative, realisticamente anche sotto il profilo economico tra la signora e Basil e l’immediato mettersi al lavoro da parte di quest’ultimo. Nasce fra i due uno strano rapporto fatto di rispetto, reciproca stima ed anche di simpatia. Tuttavia, il film ci mostra anche quanto profonda fosse la distanza tra due persone che, pur stimandosi, appartengono a due classi sociali reciprocamente distanti nell’Inghilterra alla fine degli anni ’30! A Basil viene assegnata una camera modesta e quando vuole parlare con Edith, bussa alla porta di casa, che viene aperta da uno dei servitori, che va ad avvertire la signora, ma lo lascia intanto fuori in attesa dietro la porta chiusa. Dal canto suo, Basil, pur essendo un proletario, ha una serie di doti che accrescono la stima della signora Pretty e che conquistano il figlio di questa, Robert, che in qualche modo soddisfa il suo bisogno di una figura paterna.
Il lavoro di scavo e di ricerca comincia a dare ottimi risultati. Vengono fuori oggetti di ogni tipo, anche d’oro e, infine, l’enorme scheletro di una nave. E, nella parte inferiore di essa, la camera funeraria che doveva ospitare un defunto di sicure nobili origini. Il ritrovamento ebbe realmente una grandissima importanza non solo sul piano archeologico, ma anche storico. Perché esso viene con certezza datato tra i VI e VII secolo d.C. dopo l’occupazione romana della Britannia e prima dell’invasione vichinga. Quel periodo nel quale la Britannia non sentì il peso di alcuna dominazione, veniva considerato di crisi e di basso livello storico e culturale. Al contrario, dunque, la bellezza dei tesori e dei monili ritrovato nei pressi della nave dimostrano che si trattava di alto livello civile e culturale.
La notizia dei ritrovamenti si sparge nell’ambiente universitario della vicina Ipswich, che spera di poterli ospitare nel proprio museo, e, più in generale, nelle alte sfere del British Museum, che invia sul luogo un alto e spocchioso dirigente e numerosi assistenti. Per inciso, la spunterà il British Museum, dove la famosa nave e gli atri oggetti ritrovati sono tuttora esposti. I nuovi arrivati sono tutti dotati di titoli accademici e il ruolo di Basil sembra essere esaurito, perché non può esibire nessun titolo ed ama definirsi un semplice “excavator”. Sarà la proprietaria, Edith, ad imporre la presenza e il lavoro di Basil sul cantiere di scavo, che, di fronte alle  notevoli perturbazioni del tempo, si rivelerà notevole per preservare i resti della nave

Ci sono due fatti nuovi che si innescano verso la metà del film, uno reale e l’altro di fantasia. Il primo è costituito, naturalmente, dal clima un po’ malinconico e rassegnato di tutti i personaggi di fronte alla imminenza della guerra. Tale clima ci viene fatto vivere attraverso comunicati radiofonici o documenti di stampa. Lo scoppio della guerra viene vissuto come un evento ineluttabile, allorché la situazione precipita con il rifiuto della Germania ad accettare l’ultimatum dell’Inghilterra a non procedere all’occupazione della Polonia. Il clima prebellico viene vissuto in una sorta di crescendo, allorché gli aerei inglesi di addestramento solcano i cieli della altrimenti tranquilla regione del Suffolk e allorché alcuni dei giovani archeologi devono recarsi a Londra per essere inviati in guerra.
L’altro fatto nuovo è di pura fantasia, ed è costituito dalla storia d’amore tra l’affascinante Rory (il cugino di Edith, interpretato da (Joe Flynn) e la giovane archeologa Peggy (Lily James), profondamente insoddisfatta e delusa del suo matrimonio, dal quale recede di fatto dopo aver conosciuto Rory. Si tratta di una classica sotto-storia che poco ha a che vedere con la storia principale, della quale non si sentiva assolutamente bisogno, se non per portare inutilmente il film al limite delle due ore di proiezione. Un peccato, perché questa è una nota veramente stonata nell’economia del film. Che vanta, tra l’altro, anche una bellissima fotografia di Mike Eley, con i paesaggi nebbiosi del Suffolk, e una buona colonna sonora di Stefan Gregory.
Molta bravura tra gli attori dell’intero cast. Ma su tutti spiccano naturalmente i due interpreti principali: Ralph Fiennes, con le perfette cadenze linguistiche della regione del Suffolk, nella quale è del resto nato e con un’interpretazione strepitosa per misura e viva partecipazione al personaggio. Ricordiamo, tra le tante, la bella scena notturna nella quale insegna a Robert, il figlio di Edith, ad usare il telescopio per immaginari viaggi tra le stelle. Credo che Fiennes per questo film potrebbe finalmente raggiungere l’Oscar dopo tante incredibili interpretazioni. Dall’altro canto abbiamo ammirato l’interpretazione efficacemente misurata di Carey Mulligan, alla quale l’essere una nobile non pesa affatto e non le impedisce di scegliere il proletario Basil per il delicato lavoro di scav,, così come si disimpegna con bravura quando i segni della sua malattia le rendono la vita precaria e tormentata. Per questa parte il regista Simon Stone avrebbe voluto la sua connazionale Nicole Kidman, che all’ultimo momento ha dovuto rinunciare per altri impegni. Decisamente l’ottima prova della Mulligan non la fa rimpiangere.
I colloqui tra i due protagonisti sono tra le cose migliori del film. Riamane impresso un degli ultimi, allorchè lei, che sente la morte vicina, afferma “Noi moriamo. Noi moriamo e ci decomponiamo. Non viviamo”. E Basil risponde: “Non credo di essere d’accordo. Dalla prima impronta umana su una parete di roccia, siamo parte di qualcosa di perpetuo. In un certo senso non moriamo davvero.”