“Fear city”/”Paura su Manhattan” (Usa 1984) di Abel Ferrara

Due assassini: il serial killer delle spogliarelliste e le forbici della produzione.

(marino demata) Abel Ferrara rappresenta, a mio giudizio, uno dei registi più interessanti e controversi degli anni ’80 e ’90. Il film che presentiamo oggi, Paura su Manhattan (Fear city) è il terzo film di Ferrara, dopo The driller killer e L’angelo della vendetta, ed è il primo film nel quale il regista dispone di un budget di tutto rispetto, grazie alla fiducia che gli attribuisce la Fox dopo le sue prime prove. In tal modo il nostro regista innanzitutto consolida la sua collaborazione artistica con il soggettista e sceneggiatore Nicholas St. John e poi mette insieme un cast di tutto rispetto, che vede al centro Tom Berenger, che pochi mesi dopo aver finito di girare questo film, riceverà la nomination all’Oscar per Platoon, e Melanie Griffith, assai in auge negli anni ’80 per aver recitato con la direzione di Arthur Penn e Stuart Rosemberg, e che subito dopo l’esperienza con Abel Ferrara girerà due film importanti con Brian De Palma.
Fear city, pur essendo solo il terzo lungometraggio di Abel Ferrara, già manifesta i temi essenziali della sua cinematografia, che potremmo riassumere in poche, ma significative espressioni: il male sempre in agguato presente nella società, il senso della colpa, l’ansia, manifesta o celata, della redenzione. Matt Rossi (Tom Berenger) dirige, assieme a Nick Parzeno (Jack Scalia) l’agenzia di spogliarelliste Starlite Talent Agency. Tutto fila liscio: il lavoro non manca, come emerge dall’entusiasmo del pubblico di fronte agli spettacoli di spogliarello cui Ferrara ci fa assistere, propinandoci però scene di nudo non integrale, nelle quali è coinvolta la stessa Melanie Griffith nel ruolo di Loretta, ex fidanzata di Matt. Fino a che inizia una serie di agguati da parte di un maniaco delle arti marziali orientali, che si inventa punitore del marcio che invade New York nelle ore notturne. L’aggressore seriale, che  verrà chiamato The New York knifer, colpisce le donne alle spalle, dapprima limitandosi, nei primi agguati, a procurare gravi ferite e poi, passando direttamente all’uccisione delle sue vittime.
In una tale situazione è logico che il business dello striptease entra in crisi: le spogliarelliste hanno paura di esibirsi e di rientrare a casa a notte inoltrata, l’agenzia di Matt deve registrare una serie di cancellazioni preoccupanti, la polizia è all’erta con l’irascibile detective Wheeler (Billy Dee Williams), che, tra l’altro e non si sa bene perché, ce l’ha a morte con gli italo-americani, e in primis col nostro Matt Rossi. Il primo risultato della nuova situazione è la tregua tra i clan rivali di fronte al comune nemico da sconfiggere. È un’operazione sulla quale manifesta il suo disaccordo i padrino della situazione, il boss Carmine, interpretato da un’icona del cinema italiano, Rossano Brazzi.

Non sono chiari i motivi che spingono l’ormai serial killer di spogliarelliste a portare avanti il suo piano di… sterminio della categoria. Matt si porta dietro qualche senso di colpa e teme che si tratti di una vendetta verso di lui. Il senso della colpa, che spesso attanaglia i personaggi di Abel Ferrara, riguarda la sua precedente attività di pugile: in un combattimento si scatenò contro il suo avversario e, con il mancato intervento dell’arbitro, che avrebbe dovuto sospendere l’incontro e dare la vittoria a Matt, lo uccise. L’episodio, che Ferrara ci presenta in un flashback, aveva determinato la fine della carriera pugilistica di Matt, che non se  la sente più di tornare sul ring.
Non manca in questo film il tentativo, da parte del protagonista, di espiazione, secondo una logica che, come sopra ricordato, ritroviamo in molti film di Abel Ferrara, come nel già recensito Il cattivo tenente, e , proprio come in quest’ultimo film, non manca neppure la scena all’interno di una chiesa.
Il film poteva indubbiamente riuscire meglio. L’impressione è che Ferrara abbia voluto mettere troppa carne a cuocere, dal mondo dello striptease a quello collegato della malavita, dal serial killer orientale alla colpa e alla ricerca di redenzione del protagonista, ed altro ancora. A parziale scusante del regista vanno annoverate le difficoltà incontrate con la produzione: il film una volta finito, è rimasto bloccato per mesi. I produttori, infatti, non erano d’accordo su alcune scene considerate troppo spinte. Si accanirono, in particolare, su una scena tra due lesbiche , che fu tagliata e su altre sequenze che Ferrara non era d’accordo ad eliminare. Ferrara, inoltre, aveva girato altre due scene di sesso esplicito, in una delle quali metteva a nudo – in senso letterale – i due protagonisti Melanie Griffith e Tom Berenger, che furono eliminate sempre dalla produzione. Questi episodi rimettono in  gioco il solito problema dell’indipendenza dei registi, troppo spesso schiacciati dal sistema di potere del cinema classico. Quando Abel Ferrara riuscirà ad ottenere l’ampia libertà alla quale ogni regista di livello aspira, e quindi riuscirà a lavorare in piena autonomia e tranquillità, i risultati più positivi saranno sicuramente anche frutto di queste mutate circostanze.
Per il resto va lodata l’ambientazione del film, girato quasi sempre in strada e di notte, per la quale Ferrara è molto bravo a mostrare l’atmosfera della New York delle zone del vizio e dello spettacolo a luci rosse, che ritorneranno come ambientazioni anche dei suoi successivi film. Del resto, il film inizia proprio con un suggestivo passaggio di alcuni minuti dall’alto sulla New York notturna, sulla quale si stagliano i “crediti” per i quali Ferrara sceglie un colore rosso vivo, che contrasta col buio della città di notte, punteggiata dalle luci degli edifici e delle strade. E sceglie il suggestivo motivo “New York Doll” cantato da David Johansen per accompagnare i volteggi della macchina da presa dal cielo sopra Manhattan.

Film di Abel Ferrara recensiti su Rive Gauche – Film e critica:

Fear city / Paura a Manhattan (1984): https://wp.me/p3zdK0-4Xc
Il cattivo tenente (1992): https://wp.me/p3zdK0-4G4