“La struttura del cristallo” (Pol. 1969) di Krzysztof Zanussi

Un film geometrico e ricco di dialettica come un dialogo di Platone.

(marino demata) Nel suo film di esordio, La struttura del cristallo, Krzysztof Zanussi ci porta molto fuori Varsavia, in una landa deserta ricoperta intensamente di neve. E, in questo ambiente, costruisce un bianco e nero che, in tutte le numerose scene esterne, sa molto più di bianco che di nero: non solo il bianco della neve che copre l’intera campagna circostante, ma anche i tetti e i rami degli alberi a loro volta imbiancati. E’ una fotografia accecante, ma a un tempo solidamente bella. E all’interno di questa cornice bianca, Zanussi organizza un film che è una bellissima geometria: tre sono i protagonisti che formano un ideale triangolo, e geometricamente opposte sono le conversazioni che rivelano le idee e le “filosofie” dei tre personaggi.
Avviciniamoci ad essi. Il regista polacco ci porta per mano. Un uomo, Jan (Jan Mysłowicz) e sua moglie Anna (Barbara Wrzesińska), stanno aspettando un ospite che deve arrivare in auto da Varsavia. Si tratta del grande amico e collega di università di Jan, Marek (Andrzej Żarnecki), che arriva sfrecciando sul ghiaccio.
Jan e Marek non si incontravano da molti anni. Dopo aver conseguita entrambi una lodevole laurea in fisica, le loro strade si sono separate. Marek ha proseguito con gli studi, ha scritto libri, ha costruito una carriera di tutto rispetto e addirittura il suo arrivo a casa di Jan avviane pochi giorni dopo essere ritornato da Harvard, dove ha tenuto conferenze e lezioni. Jan invece, malgrado la promettente carriera universitaria, ha optato per la vita tranquilla in provincia, lontano dai clamori di Varsavia, ed è felice della sua conquistata serenità nella sua campagna. Vive in una struttura molto grande assegnatagli dallo Stato, che in cambio gli chiede solo modeste ricerche di tipo meteorologico a vantaggio del più vicino aeroporto.
Il film, nella sua struttura di base, è una sorta di lunga discussione sui piaceri della carriera, della fama e della ricchezza, e, dall’altro verso, i piaceri della vita tranquilla e senza scossoni: una rivisitazione della storia del topo di città e del topo di campagna, arricchita e reciprocamente approfondita dagli esempi di Čechov e dalle citazioni della filosofia matematica, che entrambi gli amici avevano ben conosciuto negli anni accademici alla facoltà di Fisica. Il tutto alternato a grandi passeggiate e corse in mezzo alla neve, a giochi all’aperto che culminano, al rientro a casa, in una bella sfida a braccio di ferro.
Il primo ad attaccare à Marek, che considera un vero spreco di tempo e di cultura il continuare a crogiolarsi in campagna e rimprovera all’amico la mancanza di ambizioni e di amor proprio e lo esorta a ritornare in città e a mettere al servizio della collettività (e di se stesso) le sue competenze e la sua cultura. Jan, di fronte a queste argomentazioni, che ritorneranno spesso nel corso del film, non risponde mai in maniera adirata, ma con buon umore, qualche battuta e molta pazienza. C’è qualcosa di autobiografico nella figura di Jan, perché anche Zanussi è laureato in Fisica e Filosofia e anche lui ha abbandonato la carriera dell’Università e degli studi. Ma lo ha fatto per darsi al cinema! In ogni caso, notiamo che il regista propende più per Jan che per il suo amico un po’ invasivo.
C’è una scena, tuttavia, molto significativa. Marek sta per salire nella sua camera al piano di sopra e passa davanti alla camera di Anna e Jan, che stanno andando a letto. Anna lancia un cuscino sulla testa di Jan, che risponde e si crea una piccola e allegra battaglia. Marek, che aveva da poco divorziato, guarda, sorride e continua a salire le scale con una sorta di malinconia e forse di invidia.

Comunque il dibattito fra i due amici è colorito con esempi di un certo livello. A Marek che minimizza la forza del romanzo in Čechov, risponde Anna, buona conoscitrice dello scrittore russo, rinfacciando, viceversa, la ricchezza di vita che troviamo in quei romanzi. Ma le discussioni coinvolgono anche i “massimi sistemi” e Jan dimostra grande capacità di riflessione, allorchè i due amici discutono di finito ed infinito. E Jan cita la tesi tipica della filosofia greca, che cioè il finito è sinonimo di perfezione, come lo è la circonferenza; mentre l’infinito ci dà l’idea di imperfezione, di indefinitezza. Paradossalmente, Jan ha tutto il tempo che vuole per approfondire un qualsiasi argomento, mentre Marek dichiara di non avere mai tempe e di non riuscire mai a completare, come vorrebbe, i propri lavori. Jan, dunque, è il finito perfetto, mentre Marek è l’infinito imperfetto e imprecisato. Nella disputa sembra che Jan debba vincere ai punti, in questa  sfida che ricorda il gioco degli scacchi ed è sempre portata avanti col sorriso sulle labbra, come in un dialogo di Platone. Ma è allora che Marek chiama in causa argomenti di più vasta portata. Il tuo sapere e la tua cultura, dice Marek, li devi alla Polonia  che ti ha acculturato e addottorato e li devi al mondo e addirittura all’umanità. Ora ti rendi conto che la tua vita – egli dice – consiste nello sprecare le risorse intellettuali che hai avuto la fortuna di trovare attraverso i tuoi studi?
Beh, si potrebbero fare varie considerazioni sulla tirata di Marek, sull’evitare inutili sprechi di cervelli. Siamo nel 1969 e magari nessuno dei due contendenti avrà mai sentito parlare di “fuga di cervelli”, ai quali noi, nel nostro civilissimo Paese, siamo purtroppo abituati.
E più avanti nella discussione, Jan scopre che, dopotutto le prediche di Marek al ritorno alle ricerche e al lavoro accademico non sono soltanto sue: Marek è infatti in certo senso ambasciatore del rammarico e della raccomandazione a tornare a Varsavia da parte del potere accademico e politico che non vorrebbe che i cervelli andassero sprecati.
Jan ha capito tutto. E invita Marek a ritornare ancora l’estate successiva. Ma questa volta non perché forzato ad una sorta di missione da qualche dirigente di Varsavia, ma perché suo vero amico, col quale dovrà essere veramente piacevole trascorrere di nuovo qualche settimana insieme.