“Le Révélateur” (Fr. 1968) di Philippe Garrel

Un grande film fortemente influenzato dal ’68 francese.

(marino demata)  Le Révélateur è il terzo film di Philippe Garrel dopo Anemone e Marie pour memoire. E’ significativo l’anno nel quale il film è stato girato: il 1968, un anno cruciale e importante soprattutto per la Francia, che non poteva non lasciare il segno in uno spirito sensibile e ribelle come Garrell. Quando apparve chiaro ai più che la rivoluzione stava per subire un punto di decisivo arresto, Garrell va a girare questo suo film in Germania, dove già andavano a rifugiarsi alcuni esuli del ’68 francese.
 Le Révélateur è un film sperimentale senza sonoro e senza alcun suono. E da questo già emerge la volontà di non creare diversivi per il pubblico, che lui vorrebbe esclusivamente concentrato sulle immagini, tra le quali non manca una lunga sequenza girate nella Foresta nera, che è anche un po’ un omaggio al Paese ospitante degli esuli sessantottini e nel quale lui si trova a girare un film senza alcun permesso o autorizzazione in soli sette giorni di tutta fretta.
Il film ha, senza alcuna comparsa, tre soli protagonisti, il padre (Laurent Terzieff), la madre (Bernadette Lafont) e il figlio di 4 o 5 anni (Stanislas Robiolles). Girato in un bianco e nero molto contrastato e che non concede nulla alle sfumature cromatiche dei film successivi, Le revelateur si presta a vari livelli di lettura, trai quali sicuramente emerge la fortissima influenza del movimento del ’68 Francese, con la sua carica distruttiva delle tradizioni e con i suoi ideali costruttivi e con le sue fantastiche utopie. In questo quadro il terzetto che si presenta di fronte al pubblico è la famiglia borghese vista nel pieno del suo disfacimento. E se, nella prima parte del film Garrell vuole simboleggiare la nascita del bambino, che attraversa un lungo tunnel per arrivare alla madre, in una scena di alta tensione poetica, quasi tutte le scene successive vedono al centro il bambino che sembra gradatamente scoprire la conflittualità esistente tra i suio genitori, della quale appare in gran parte la vera involontaria causa.

I tre protagonisti appaiono come l’incarnazione dell’ansia e della preoccupazione del regista che gira in terra straniera e che sa di poter essere fermato da un momento all’altro. E il film, rispondendo in pieno allo stato d’animo dell’Autore, si identifica in una lunga e perpetua fuga senza tempo, alla quale partecipa, non portato o trascinato, ma di propria volontà e protagonismo, il bambino: in gran parte del film vero e proprio centro motore dell’intera azione.
Il bambino fugge con i genitori da qualcosa, ma progressivamente si rende conto, forse, di essere un corpo estraneo nei confronti del padre e della madre, che vorrebbero, ciascuno per proprio conto, riprendere la propria vita, alla ricerca di nuove strade, di nuove imprevedibili situazioni. Nella scena girata nella Selva nera, cui si accennava, si consuma un esplicito straziante confronto tra i due genitori: lei siede sotto un albero, e lui si sente spinto ad andarle ancora vicino, la tocca, e lei immediatamente si alza e va a sedersi sotto un altro albero. E lui di nuovo la raggiunge e la tocca, e lei di nuovo lo evita e va sotto un altro albero, con ostinata e disperata iterazione.
Nell’ultima parte assistiamo alla separazione della coppia dal figlio. È insieme una separazione e un senso marcato di mancanza, di assenza. Lo sgretolamento della famiglia sembra arrivato al suo culmine. Quella famiglia borghese di cui si è parlato qualche mese o settimana prima in cento assemblee studentesche, qui, nel film di Garrel, trova la sua definitiva dissoluzione e la sua fatale dissacrazione. D’altra parte, a seguire bene tutti i particolari di questo straordinario film senza parole, non è infrequente imbattersi in ulteriori elementi dissacranti, come la bibbia utilizzata come carta per il gabinetto.
All’inizio del film il bambino stringe una chiave, in un’azione che è una trasparente metafora della chiave della vita e del futuro. E quello stesso bambino, liquidatasi la famiglia, lo vediamo di spalle avanzare verso il buio più scuro possibile, con una maglia bianca, della quale si libera. E poi si libera anche della camicia bianca e  col solo pantaloncino, continua a camminare nel buio silenzioso e assordante a un tempo con le due braccia alzate e i piccoli pugni chiusi. Fino a rintanarsi in un letto preparato in una sorta di nascondiglio.
La scena ha un ulteriore seguito: affacciati sul parapetto in legno di un ponte su un ruscello, il padre e la madre discutono animatamente e il bambino va via, seguendo il sentiero lungo l’acqua che scorre via. Fino ad arrivare in uno specchio d’acqua più ampio, allorchè il chiarore del nuovo giorno ha ormai squarciato il lungo e insistente buio.

Film di Philippe Garrel recensiti su Rive Gauche – Film e critica:
Le Révélateur (1968): https://wp.me/p3zdK0-4Y4
Innocenza selvaggia (2001): https://wp.me/p3zdK0-46S
L’ombre des fammes (2015): https://wp.me/p3zdK0-16q