“L’uomo che mente” (Fr. 1968) di Alain Robbe-Grillet

Ancora una volta immersi nell’impero della mente

(nicola raffaetà) Un uomo, che sostiene di chiamarsi Boris Varissa, si reca in un paesino di montagna teatro di guerra durante il secondo conflitto mondiale, per andare a trovare la famiglia di un suo ex compagno partigiano sparito durante una spedizione. Il titolo del film dice già tutto, infatti Jean-Luis Trintignan, al secondo film con Grillet, subito a inizio film, dopo una lunga sequenza in un bosco dove fugge dai Nazisti che lo vogliono uccidere, si rivolge al pubblico presentando se stesso come Jean Robin, ossia il suo compagno partigiano scomparso, e dopo poco dice che alcuni però lo chiamano Boris (il suo vero nome?), altri ancora l’ucraino, senza sapere bene il perché. Sin dall’inizio il nostro protagonista mente e lo farà per tutto il film, cercando di sostituirsi a Jean, prendere il suo posto nella sua famiglia e riuscendoci in parte. Boris racconta storie false, inventa aneddoti assurdi alla giovane governante di casa, alla sorella di Jean e alla moglie, conquistandole una dopo l’altra, portandosele a letto, facendole innamorare di sè. Anche in questo caso tutto il film ha una tipica struttura mentale caratterizzata da flash-back (veri o falsi che siano) e flash forward, in un incastro altalenante e sincopato, come la già citata scimmia pazza che salta da un ramo all’altro, ma stavolta con una struttura ben precisa. Se in L’immortale si ha una mente destrutturata e in profonda crisi, ossessionata dal suo oggetto del desiderio, in Trans-Europ Express si ha una mente più definita e più strutturata, quasi lineare, incentrata su una costruzione scenica, filmica, sulla realizzazione della sceneggiatura di un film gangster, in L’uomo che mente la struttura è una ben ponderata ed equilibrata via di mezzo tra i due film precedenti, ossia la follia di una mente che mente, a noi spettatori, agli altri personaggi, ma soprattutto a se stessa, fino a credere veramente in quello che si inventa, dando vita a una struttura frammentata ma a sua volta lineare e comprensibile, tra sogno e realtà, menzogna e egocentrismo. Siamo ancora una volta immersi nell’impero della mente e questo film, in modo diverso, ricorda e rimanda a un altro impero della mente, anzi due imperi della mente, Mulholland Drive e Island Empire di David Lynch.

Nei rapporti sessuali che Boris ha con le tre donne, torna di nuovo il lato sado-erotico dei due film precedenti, con ancora quello stile di ripresa e montaggio frammentato alla Godard. Il film è caratterizzato da un bellissimo bianco e nero, dall’utilizzo di primi piani eccellenti e profondi, e particolare è il contrappunto sonoro elaborato dal collaboratore di Grillet, Michel Fano, contraddistinto da una dissonanza tra immagine e suono, spesso usata per indicare degli eventi che si svolgeranno successivamente, in cui si contraddistingue il grande spazio del silenzio, attore principale di tutto l’ensemble sonoro. L’ottima interpretazione di Jean-Luis Trintignan nel dare vita all’uomo che mente Boris Varissa gli valse il premio Orso d’argento come miglior attore al Festival di Berlino del 1968, e il suo personaggio me ne ricorda un altro magnificamente interpretato dal grande attore francese due anni dopo per la regia di Bernardo Bertolucci, Marcello Clerici, protagonista di Il Conformista, anche questo personaggio falso, una spia al soldo della polizia segreta fascista, tra l’altro, per la struttura frammentata del film, a suo modo può rimandare a L’uomo che mente, ovviamente in un contesto e in una poetica molto diversi, però fa curioso vedere Trintignan nell’arco di due soli anni prendere parte a due favolosi film che hanno proprio queste cose in comune, in particolare la menzogna.

Film di Alain Robbe-Grillet recensiti su Rive Gauche – Film e critica

L’immortale (1963)https://wp.me/p3zdK0-4VW
Trans-Europ Express (1966)https://wp.me/p3zdK0-4WV
L’uomo che mente (1968): https://wp.me/p3zdK0-4Yt