” Lock & Stock – Pazzi scatenati” (UK 1988) di Guy Ritchie

“Mi aspettavo un lavoro facile e non una brutta giornata in Bosnia!”

(marino demata) Il film di cui parliamo questa sera è l’esordio dietro la macchina da presa di quello che diventerà poi uno dei più celebrati registi inglesi, Guy Ritchie, che abbiamo già incontrato in queste recensioni in due dei suoi film successivi, Snatch e il recente The gentlemen. Il film ha un titolo abbastanza singolare, Lock Stock and Two Smoking Barrels, che è stato un po’ semplificato e un po’ banalizzato in Lock, Stock – Pazzi scatenati. , nella versione italiana (il mio PC ha scritto involontariamente “eversione italiana”, che sia un lapsus freudiano? Ecco una battuta alla Ritchie!).
Come sarà anche  per i successivi film di Ritchie sulle bande di gangster, spacciatori, sfruttatori e quant’altro londinesi, il numero dei personaggi è così ampio e variegato che a volte ti sperdi e invochi  una seconda visione del film per orientarti meglio. In questo caso una seconda visione è probabilmente superflua, anche se forse servirebbe più che per capire meglio la trama, per cogliere alcune battute veramente esilaranti che potrebbero essere sfuggite.
In effetti l’insieme del film questa volta è semplificato dal fatto che giostrano e lottano fra loro essenzialmente tre gruppi di malviventi talvolta un po’ sgangherati, dove questa caratteristica confligge con l’ambizione a vivere molto meglio e a procurarsi per le vie brevi i mezzi per poterlo fare.
Il film inizia con uno dei protagonisti che ci dà un saggio di quell’arte di arrangiarsi che è così di basso livello che fa’ crescere le ambizioni più ampie. Valigia aperta su un banchetto, è intento a vendere merce rubata o pacchi vuoti agli ingenui passanti che pensano di poter fare un buon affare. La vendita si interrompe alla notizia dell’arrivo della polizia e alla repentina fuga del nostro eroe. Quest’esempio, che Ritchie ci ha riservato per l’apertura della sua storia, fa riflettere l’intero gruppetto di quattro truffatori, Eddy (Nick Moran), Tom (Jason Flemyng), Soap (Dexter Fletcher) e Bacon (Jason Stratham) che è giunto il momento di fare il salto di qualità. Sommando i piccoli imbrogli (come appunto quello della vendita dei pacchi vuoti) e truffe un pochino più sostanziose, i quattro hanno messo su un bottino discreto per tentare la scalata. Decidono che uno di loro, forse il più raffinato e belloccio, Eddy, dotato di ottime capacità con le carte, e di buon intuito nel cogliere, dai movimenti del viso degli altri giocatori, di che tipo di carte sono in  possesso, possa affrontare un tavolo di poker di buon livello, quello gestito dalla seconda banda che incontriamo, il cui capo indiscusso, è un tale Harry (PH Moriarty). Le capacità di Eddy non fanno però i conti con il sofisticato sistema che Harry ha messo su per barare e rendere impossibile perdere la partita. Il risultato è che, al termine della partita stessa, Eddy si troverà con un debito nei confronti di Harry di mezzo milione di sterline, da pagare entro sette giorni in soldi liquidi oppure nella cessione del bar del papà di Eddy (interpretato da Sting!). Ovviamente ci sarà una penale se Harry non riceverà i soldi alla scadenza: sarà tagliato un dito per ogni settimana di ritardo.

A questo punto entra in gioco il terzo gruppo di truffatori, i vicini di casa del quartetto di Eddy, separati dal suo appartamento da una parete così sottile da far sentire tutte le compromettenti discussioni che avvengono dall’altra parte. In tal modo il nostro quartetto apprende che i vicini, capeggiato da un tipo “tosto” di nome Dog (Frank Harper) stanno per rapinare un gruppo di “onesti” agricoltori e coltivatori di marijuana. Potrebbe essere questa la soluzione del problema poker del nostro quartetto?
Gli intrecci tra le tre bande diverranno così complessi e violenti che chi non ha ancora visto questo film ci stramaledirebbe se andassimo ancora avanti. E ci maledirebbe anche chi ha intenzione di vederlo per la seconda volta.
Con questo film Ritchie inaugura un filone ed uno stile: quello dei film di gangster un po’ fracassoni, conditi da battute indimenticabili e toni umoristici assolutamente imperdibili. E, proprio come i film successivi, la caratteristica fondamentale è l’imprevedibilità delle situazioni, che conferiscono alla storia ritmo e svolte assolutamente impreviste.
A chi si è ispirato Ritchie nel girare questo film e nel creare un vero e proprio nuovo genere? Se vogliamo andare un po’ lontani nel tempo e nello spazio, non possiamo trascurare un certo filone di film violenti made in Hong Kong, che si nutrivano proprio di guerre di bande. Se vogliamo restare nel cinema in lingua inglese, il nome che viene immediatamente in testa è quello di Quentin Tarantino de Le jene e Pulp fiction. Ma anche quello del Boyle di Trainspotting.
E Ritchie che dice a tale proposito? Mente, come i suoi personaggi, dicendo in un’intervista di non sapere nulla di Hong Kong e di Tarantino e che la sua unica ispirazione sarebbe il film di gangster inglese del 1980 The long Friday di John Mackenzie, che ha rivelato il talento di Bob Hoskins, protagonista circondato da uno stuolo di grandi attori come Helen Mirren, Pierce Brosnan, Eddie Constantine, Derek Thompson. Il riferimento di Ritchie è naturalmente troppo solitario, ma non è comunque affatto improprio, perché The long Friday è la storia di una banda di criminali del East End londinese (guarda caso!) in cerca di espansione.
Dobbiamo riconoscere un grande pregio in questo e nei successivi film di gangster: non mancano mai le uccisioni ed anche le maniere più violente per portarle a termine. Eppure, i film di Ritchie non si trasformano mai in macelleria. Noi vediamo l’inizio dell’azione criminale. Poi, garbatamente, la camera fa un giro al largo, risparmiandoci violenza e sangue, per farci vedere infine l’effetto o il risultato (in qualche caso umoristicamente paradossale o esagerato). Anche questo diventa un vero e proprio stile o marchio di fabbrica, che rende i film di Ritchie più gradevoli e più volti alla tonalità umoristica che a quella basata sulla violenza esplicita.
E come parlano questi gangster? O in stretto dialetto dell’East End di Londra, o in una girandola di dialetti e slang così impenetrabili che Ritchie sente a volte il bisogno di sottotitolare alcune scene. E la sensazione di incomprensibilità si è accentuata quando il film è stato proiettato negli Stati Uniti. A proposito: non azzardatevi a vedere i film di Ritchie doppiati, ma solo in versione originale sottotitolata. Altrimenti perdete  tutte le sfumature e le inflessioni che sono, anche per chi non conosce bene l’inglese, tra le caratteristiche più gustose e divertenti di questo film.

Film di Guy Ritchie su Rive Gauche – Film e critica:

Lock, Stock and Two Smoking Barrels (1988): https://wp.me/p3zdK0-4YD
Snatch (2000): https://wp.me/p3zdK0-4Wl
The gentlemen (2020): https://wp.me/p3zdK0-4Ow