“Trush Humpers” (Usa 2009) di Harmony Korine

Molto brutti, molto sporchi e molto cattivi.

(marino demata) Avevamo lasciato Harmony Korine qualche anno fa, allorchè, in una rassegna cinematografica da noi organizzata, abbiamo presentato un film inedito in Italia, Mister Lonely, un’opera del 2007, con la quale l’Autore dimostrava una certa originalità e profondità di temi. L’originalità consisteva nell’ipotizzare una comunità di sosia di grandi celebrità. Stare in loro compagnia poteva voler dire stare in pratica con chi è molto vicino al modello originale. La profondità invece consisteva in una serie di riflessioni che partivano proprio dalla demistificazione dell’essere solo somiglianti ai grandi ma non essere per questo grandi anche essi. E, attraverso la loro demistificazione e delusione, si  rivelava la solitudine per tutti coloro che sono destinati a seguirli. Tutti vengono  ridotti a identità regresse della mancata accettazione di sé, rifiuto alla responsabilità,  fatica di essere, barattato con una falsa identità.
Un film tutto sommato serio, che lasciava individuare una svolta e che il cinema di Korine avesse  imboccato una felice maturità artistica. Il regista, lasciatosi alle spalle il mondo degli emarginati e dei disturbati psichici, molto presenti nelle opere precedenti, tenta di porsi domande più profonde e mature, a partire da cosa sia il senso della vita e cosa impedisce agli uomini di vivere nella autenticità di se stessi.
Ci è capitato ora di vedere uno dei film successivi rispetto a Mister Lonely, e cioè Trush Humpers, e dobbiamo dire che purtroppo il passo avanti segnato da Mister Lonely si è tradotto in due passi indietro e nel ritorno al trush più smaccato e , di nuovo, al mondo dei disturbati psichici di varia natura.
I tre personaggi principali di Trusjh Humpers sono due uomini e una donna che indossano maschere abbastanza mostruose e che non lasciano trasparire la loro età, e che vagano nelle periferie orribili di una Nashville, altrimenti sicuramente più gradevole in altre zone e quartieri. I tre girano, come vampiri, nelle ore notturne a caccia di televisori da demolire con rabbia e fracasso, di bottiglie di vetro da infrangere, armati di asce con le quali sbarazzarsi di  qualsiasi oggetto che comunichi odio o antipatia. Sia chiaro che non ci sono motivazioni ideologiche: la distruzione dei televisori non è, come si potrebbe benevolmente credere, la metafora della guerra alla società dei consumi. Anche perché la distruzione rabbiosa degli oggetto è solo una delle attività che tiene impegnato il terzetto: l’attività principale è la pubblica masturbazione a  contatto con gli alberi o, soprattutto, con i contenitori di spazzatura, che diventano vero e proprio feticcio sessuale per i nostri eroi.

Da un punto di vista stilistico. Korine vuole, con questo film, riesumare il mondo del VHS, con una cassetta fintamente sgranata e consumata e con i segnali di “play” ad ogni ripartenza del film. Il quale vuole avere l’aria di un film amatoriale, con le sue scene a frammenti filmati con un video registratore.
Il film diventa monotono e ripetitivo e il regista, per tentare di porsi al riparo da questo rischio, fa in modo che i tre personaggi si incontrino casualmente con altre persone più o meno del loro stampo, con i quali intrattenere discorsi strampalati o decisamente sboccati e azioni aberranti verso altre persone, che designano come vittime.
Si può affermare, a giustificazione di tutto quello che si vede e si sente nel film, che si tratta di una sana provocazione? Ma qui cosa è la provocazione? E ‘ il fine del film o un espediente e un mezzo per mostrarci un altro mondo? E questi finti vecchi con la maschera, che iniziano col ripetere le stesse frasi cento volte, per poi gradatamente arrivare ai limiti dell’horror per poi superarli?
La follia messa in mostra (una sedia a rotelle pittata o lavata con getti violenti diverse volte, oppure un bambolotto preso violentemente a martellate, o anche due persone reciprocamente unite da un cappello a due teste) ripetutamente per 78 minuti finiscono col diventare troppo. E il troppo è noia.
Verrebbe la voglia di definirli brutti, sporchi e cattivi, perché effettivamente così sono. Ma faremmo un torto al nostro grande Ettore Scola, che, con tutto quello che abbiamo visto oggi, non ha mai avuto niente a che fare.