“I fucili degli alberi”/Guns of the trees” (Usa 1962) di Jonas Mekas

Prima opera del regista poeta

(marino demata) Guns of the trees / I fucili degli alberi è la prima opera di Jonas Mekas, un autore dalla vita e dall’opera estremamente complessa e sicuramente unica. Infatti moltissimo ci sarebbe da scrivere sui due temi: vita e opere, ove forse la congiunzione “e” è in qualche modo impropria. Perché in Mekas la vita e le opere sono unite da un nesso inscindibile. Vive la sua vita, spesso dolorosa e faticosa, e la filma. Pensa a se stesso, alla sua famiglia, alle sue sofferenze del passato, e le riversa sulla pellicola. Vede cosa gli accade intorno e filma. C’è un giorno qualcosa che lo incuriosisce o che lo attrae, e filma. Assiste/partecipa alle lotte per la dignità dell’uomo e della vita, o contro la guerra in Vietnam, e filma.
Anche i ricordi, quelli di Semeniškiai, il piccolo paese della Lituania dove è nato, e da dove è avventurosamente fuggito assieme al fratello, le sue peripezie, l’arrivo a New York, il soggiorno nei campi profugo e poi nel poverissimo quartiere di immigrati di Williamsburg costituiscono vivide immagini nei suoi ricordi, ed è lì, nella sua mente, che sono solo idealmente filmati, perché Jinas non possiede ancora una cinepresa. Scrive appunti, fino a quando, a 26 anni, ottiene in prestito una Bolex 16 mm. Anche in questo caso c’è una continuità tra gli appunti di impressioni, di colloqui con amici, di vita vissuta e le scene di vita reale che riesce a filmare, per due minuti o per dieci secondi. Non ha importanza. L’importante è fissare finalmente sulla pellicola quello che vede e quello che sente dentro di sé.
Mettere insieme ciò che ha filmato, anche senza dargli necessariamente un ordine e una coerenza è già un film. E I fucili degli alberi è il primo dei suoi film. Spesso vorresti trovare coerenza e continuità tra e immagini che stai vedendo e quelle precedenti. Questo perché siamo abituati ad un certo tipo di cinema che segue quelle regole e quei canoni contro i quali Mekas tenacemente lotterà in vista di un cinema diverso, ancorato alla vita, alla realtà. Eppure, Mekas, magicamente, trova modo di far ruotare la miriade di immagini da lui filmate, sorta di album da disegno, come lui stesso definisce le scene da lui filmate, attorno ad una storia, che in realtà storia non è, ma riflessione problematica. E il problema sul quale si sofferma è il suicidio. Una giovane donna, Barbara (Frances Stillman) è in profonda depressione e pensa di doversi uccidere. Sono in tre a tentare di allontanarla da tale pensiero: Ben e sua moglie Argus, e Gregory (Adolphus Mekas).

Spunti di discussione sul suicidio si alternano liberamente ad immagini di uomini in fuga su campi coltivati (l’immagine forse evoca il popolo vietnamita in ricerca di riparo dai bombardamenti americani), gli immensi depositi di auto distrutte, simbolo e metafora dell’intera società del consumismo e dello spreco, e i volti dei personaggi, colti a volte in scene minime e famigliari, come quella di chi si siede ed ha alle sue spalle la donna in piedi che gli taglia i capelli. Ed altre scene dello stesso sapore umoristico, che diventa stile anche quando si tratta di filmare momenti più seri.
Improvvisamente siamo portati, dalle immagini di Mekas, al centro di una manifestazione contro la guerra in Vietnam, violentemente contrastata dalla polizia a suon di manganelli, che si abbattono sui giovani e sulle donne che vogliono esprimere il proprio dissenso. Lì c’è la sua cinepresa che coglie assieme il coraggio e la brutalità, il confronto fra due Americhe inconciliabili. E la denuncia contro le industrie della guerra. Nella seconda parte del film, Mekas si sofferma su un’altra manifestazione, alla quale la polizia assiste senza intervenire. La protesta è contro la politica americana che crea impoverimento, miseria, problemi. La camera si sofferma su un manifesto: “Basta con le azioni contro Cuba.”
Sembrano appunti filmati sparsi e scoordinati, ma hanno una loro logica e una loro coerenza che lo spettatore è chiamato a riconoscere. A sua volta, proprio negli anni a cavallo di questa sua prima opera, Mekas è stato spettatore di film, che lo hanno positivamente impressionato: si appassiona ai film sperimentali, ammira le opere di autori come Stan Brakhage, Maya Deren, Marie Menken, che recensisce  in una rivista da lui fondata, “Film culture”, assieme ad un gruppo di amici e collaboratori, e nella rubrica che riesce ad ottenere al Village Voice, giornale simbolo del Greenwich Village.
Sono anni pieni di entusiasmo per il nuovo. E sono anche gli anni della Beat generation, che affascina Mekas con la voce soprattutto di Allen Ginsberg, che già ascoltiamo in questa primissima opera, vero e proprio cinema-diario, che segna la testimonianza visiva della nascita di Mekas come gande personalità, capace di dedicare la propria vita non tanto al cinema, ma alla sua capacità di auto-innovazione attraverso le immagini che lo rendono ancorato alla realtà e alla vita.