“Senza nè tetto nè legge” (Fr. 1985) di Agnes Varda

Una ragazza in caduta libera fino alla perdita degli altri e di se stessa.

(marino demata)  Ho rivisto Senza né tetto né legge dopo oltre 30 anni e devo dire che non ho provato più quell’entusiasmo che ho avuto alla prima visione. Forse sia il film che me stesso siamo invecchiati un po’ e siamo, generalmente parlando, meno disponibili. Il film vinse molti prestigiosi premi, tra i quali il più importante, il Leone d’ora alla Mostra di Venezia del 1985, è uno dei traguardi più significativi della bravissima e famosa regista Agnes Varda.
In questo mia seconda visione, ho trovato un po’ discutibili le modalità narrative. Il film inizia dalla fine, cioè dal ritrovamento del corpo della povera Mona Bergeron (Sandrine Bonnaire), morta probabilmente per il forte freddo patito durate una notte, all’aperto, come spesso, col termometro in picchiata sotto lo zero.
Dopo una rapida inchiesta sulla ragazza morta, il film vira decisamente sul flashback degli ultimi due mesi e ci mostra tutta una serie di episodi che caratterizzano la scelta di vita effettuata da Mona, cioè la propria totale libertà, quella totale libertà che da quasi tutti viene etichettata come vagabondaggio. Nessuna meraviglia se il titolo della versione americana del film è Vagabond.
Ma, in questo ritornare indietro, viene scelto dalla regista, in un film di finzione, un approccio decisamente documentaristico. Gli episodi a cui assistiamo, le temporanee felicità in alcuni incontri, gli approcci più sgradevoli, le ospitalità ricevute, ma poi rapidamente troncate o dalla stessa Mona o dall’ospite di turno, sono quadri di un documentario che tende a ricostruire, per una ragazza sola e indifesa, le fasi di una caduta libera che la porta sempre più giù, anche nella sua stessa auto considerazione, fino alla più profonda disumanità e alla morte. E, proprio come in un documentario, tutti i personaggi che hanno a che fare con lei, esprimono opinioni e dubbi, e noi assistiamo al modo col quale hanno reagito nell’incontrarla, in quello che diventa, col passare delle sequenze, un vero e proprio film-intervista. La sua libertà consiste nel camminare senza una meta precisa, nel montare la sua tenda alla sera, vicino ad una stazione di servizio o a un cimitero.

Il taglio documentaristico dato al film dalla regista, vuole arricchirlo di testimonianze, ma probabilmente ci priva di qualcosa: della più piena consapevolezza che il fenomeno di quelli che verranno giuridicamente chiamate “persone senza fissa dimora”, è fenomeno sociale vissuto però in maniera estrema per qualche motivo che sfuggirà allo spettatore. Sotto questo aspetto il caso di Mona, la sua corsa verso la libertà e la morte avrebbe potuto vestirsi di un abito emblematico meno tenue di quanto non lo sia. Nulla sappiamo di lei, del suo passato, della sua famiglia. L’unica cosa che sappiamo è che è stata un tempo impiegata, ma è fuggita, dopo un po’, dal mondo del lavoro per l’insopportabilità dei suoi padroni. Tutto questo è probabilmente un po’ poco per consentire allo spettatore di farsi un’idea più precisa e approfondita del personaggio e delle cause della sua scelta.
Perché non si tratta solo di vagabondaggio come scelta estrema, ma di un progressivo inselvatichimento, di una sempre più marcata e progressiva perdita di socialità e di bisogno degli altri. Il problema chiama in causa la società degli anni ’80, dopo le illusioni degli anni ’70: lo sgretolarsi di un tessuto sociale faticosamente costruito anni prima e che è a brandelli. Certo il problema è essenzialmente sociologico e risale appunto alle strutture di una società non solidarista, noi però vorremmo anche sapere queste problematiche come sono maturate nella testa di Mona. E da dove proviene il suo personale malessere. Su questo tema ravviso un vuoto eccessivo, che parte dalla convinzione che qualcosa deve essere successo nel pensiero della povera Mona, per effetto di un qualche avvenimento o di qualche trauma. In altri termini l’analisi sociologica alla quale la regista parzialmente ci conduce, avremmo voluto che fosse accompagnata da un non superficiale approfondimento psicologico. Il problema non è tanto il vagabondaggio in sé, ma il,  progressivo distacco dal mondo degli altri, lo stare tutto sommato bene senza gli altri. Mona, infatti fugge, proprio nel momento in cui sembra che qualcuno la voglia aiutare, dandole casomai un po’ di terra da coltivare o un po’ di fiducia da ricambiare.
Al di là di queste considerazioni, partite da un ritorno a questo film dopo tanti anni, resta intatta tutta la mia personale ammirazione per Agnes Varda, per la sua straordinaria e infaticabile filmografia, capace di affrontare mille problematiche dietro la sua macchina da presa, al punto che viene la voglia di vederne o rivederne altre di sue opere. Il film ha consacrato definitivamente Sandrine Bonnaire, interprete fino a quel momento di pochi film non tutti validi. Tra i  tanti film successivi a questo, che abbiano visto e che hanno poi caratterizzato la sua folgorante carriera, diretti da grandi registi, mi piace ricordare Lo strano caso di Mr. Hire, un’opera molto complessa di Patrice Leconte, che abbiamo fatto oggetto di una nostra recensione qualche anno fa su questo magazine, sul quale è ancora leggibile, ed e stato proiettato, con successo di pubblico, durante una nostra rassegna cinematografica.